BiografyOperaPhotosWorksLiederMp3sMidisShopTools
Biografie Compositori                                                 
ABCDEFGHIJKLMNOPQRSTUVWXYZ
vuoto.gif (49 byte)

Ludwig van Beethoven
Altri Trii, Quartetti, Quintetti,
Settimino, Ottetto

(1770 - 1827)

[ Opere | Beethoven Page | Photo Gallery | Home Page]

[Bazzini Image]

La musica da camera di Ludwig van Beethoven


Trio in sol maggiore WoO 37 per flauto, fagotto, pianoforte

Pubblicato soltanto nel 1888, questo Trio è l'unico per un tale organico nella produzione beethoveniana. Fu scritto verso il 1790, e probabilmente destinato all'esecuzione casalinga della famiglia Westerholt a Bonn, ma presenta dei caratteri di virtuosità che lo rendono ancor oggi un lavoro impegnativo. Lo stile richiama la tradizione mozartiana, con temi galanti e un dialogo strumentale brillante, forse un poco esteriore e sviluppato secondo un principio di alternanza fra le parti.

Brioso ed esteso è il primo movimento "Allegro", mentre piuttosto generica è la contabilità del seguente "Adagio". Il terzo movimento è un "Tema, andante con variazioni" che Beethoven affida, secondo la tecnica decorativa, ora al pianoforte (prima e quinta variazione) ora al flauto (sesta variazione), ora al fagotto (seconda variazione). E' uno dei primi cicli di variazioni composti da Beethoven.

(durata 22 minuti)

Trio in si bemolle maggiore op. 11 per clarinetto, violoncello, pianoforte

Pubblicata nel 1798, questa è l'unica composizione che Beethoven destinò originariamente a un trio siffatto.
L'op. 38, scritta per la medesima formazione, è infatti una trascrizione dal Settimino.
L'op. 11, dove il clarinetto può essere sostituito dal violino, consta di tre movimenti: un "Allegro con brio" di gran dinamismo, un intenso "Adagio" in mi bemolle maggiore, un "Allegretto con nove variazioni e coda" sul tema "Pria ch'io l'impegno" tratto dall'opera "L'amor marinaro ossia il corsaro" di Joseph Weigl, prolifico e in quel tempo apprezzato maestro austriaco.

È una partitura che non si segnala per la particolare bellezza delle idee ma palesa già decisamente la mano sicura del suo autore, che punta all'essenzialità e alla compattezza del discorso musicale. Si tratta perciò di una pagina non estranea alla via maestra del pensiero beethoveniano.

(durata 20 minuti)

Serenata in re maggiore op. 25 per flauto, violino, viola

Di questa Serenata, che si riallaccia idealmente a un mondo scevro da ogni premonizione romantica, si conoscono due versioni: la prima per flauto, violino e viola, scritta con ogni probabilità tra il 1795 e il 1796 e pubblicata nel 1802; la seconda per flauto e pianoforte, op. 41, desunta dalla precedente e pubblicata nel 1803.
Come per altre composizioni beethoveniane del medesimo periodo, si sono avanzati dubbi sull'effettiva paternità, e in particolare sulla stesura per duo; una lettera dello stesso Beethoven ha chiarito che non fu lui l'autore della trascrizione, ma che egli si limitò a correggere un lavoro altrui, forse di Franz Xaver Kleinheinz.

Si tratta di una composizione destinata all'esecuzione familiare o cerimoniale.
Come da stile tradizionale settecentesco, essa presenta una struttura libera, finemente articolata, sempre disinvolta.
È un lavoro ispirato da una grazia leggiadra, il cui linguaggio è attraente proprio in ragione di un'intima semplicità: una scelta consapevole, non un limite, dove la misura umana, discorsiva, cantabile dei temi si pone come carattere dominante, assecondata dagli incantevoli colori strumentali.

Il lavoro consta di un'Entrata (in tempo "Allegro"), avviata dal flauto saltellante sui suoni dell'accordo spezzato di re maggiore; di un "Tempo ordinario d'un Menuetto" seguito da due Trii, il primo dei quali per soli archi; di una breve sezione "Molto allegro" in re minore; di un "Andante" in sol maggiore con 3 Variazioni e Coda; di un "Allegro, scherzando e vivace" sviluppato su un ritmo puntato che, intercalato da un Adagio, sbocca sul finale "Allegro, vivace e disinvolto", cui un Presto funge da chiusa.

Le scritture delle 2 versioni sono praticamente identiche; in quella dell'op. 41 il pianoforte riassume, con ovvie modifiche di realizzazione, le parti degli archi.

(durata 25 minuti)

Quintetto in mi bemolle maggiore op. 16 per pianoforte, oboe, clarinetto, fagotto, corno

Dato alle stampe nel 1801 anche in versione di Quartetto per pianoforte e archi, questo lavoro, l'unico di Beethoven per un simile organico, risale in effetti al biennio 1796-'97, lo stesso periodo della Sonata op. 7 nella stessa tonalità, per pianoforte solo.

L'op. 16, pur presentandosi più tradizionale e meno introspettiva rispetto alla contemporanea Sonata, è inconfondibilmente beethoveniana per la nettezza delle tinte e per la bella asciuttezza delle strutture, che presenta anche momenti soavi e tratti affettuosi.

I movimenti sono 3: un "Allegro, ma non troppo" preceduto da un "Grave serioso", poi un "Andante cantabile" dal tema grazioso che si presta a un'elaborazione ricca di chiaroscuri, quindi un finale "Rondò: Allegro, ma non troppo", che conclude brillantemente la composizione.
Il pianoforte è chiamato spesso ad un ruolo trainante.

(durata 25 minuti)

Quintetto in do maggiore op. 29 per 2 violini, 2 viole, violoncello

Scritto tra il 1800 e il 1801, pubblicato l'anno seguente da Breitkopf e Hartel questo è l'unico Quintetto per archi beethoveniano.
Si tratta di una composizione estranea al clima delle ricerche quartettistiche, che rivisita la tradizione settecentesca di Mozart e Boccherini con un atteggiamento di libero piacere inventivo, attratto persino dalla riproduzione di sonorità corpose, orchestrali.

Per cui lo svolgimento è fluido, dinamico, piacevolmente espressivo, con qualche spiritosa estrosità che testimonia la disinvolta disposizione d'animo del suo autore.
I tempi sono 4: "Allegro moderato", pagina sostanziosa e architettonicamente solida, quindi "Adagio molto espressivo", "Scherzo: Allegro", di gaia energia, infine "Presto", dalla scrittura leggera, bonariamente capricciosa, che ha il suo tratto più originale nei due episodi "Andante con moto e scherzoso", i quali aprono frizzanti parentesi nella corsa verso l'epilogo.

(durata 34 minuti)

Settimino in mi bemolle maggiore op. 20 per violino, viola, violoncello, contrabbasso, clarinetto, fagotto, corno

Il caso volle che questa celebre opera cameristica, scritta tra il 1799 e i primi mesi del 1800, si ponesse proprio sulla linea di demarcazione estetica tra '700 e '800.
Al di là del facile schematismo, è comunque indubbio che il Settimino beethoveniano sia una partitura emblematica poiché rappresenta l'ultimo significativo e consapevole omaggio del maestro dì Bonn, a quel tempo già trasferitosi a Vienna, a un mondo che consuma la musica placidamente, per diletto, come momento di ricreazione e ornamento del vivere.

Al Settimino, che raccoglie in organico quattro archi e tre fiati, non manca l'intenzione di rivelarsi quale colloquio gentile e cordiale, attraverso l'uso degli stilemi tradizionali; vi traspare l'immagine di una ricca società che gradiva soprattutto un artigianato di immediato uso e consumo.

Beethoven però vivifica questa collaudata struttura generale, che aveva per modelli le Serenate, le pagine di intrattenimento di Haydn e Mozart, con una scrittura copiosa e ispirata, che sfrutta mirabilmente la timbrica strumentale, sfiorando talora l'effetto sinfonico. Questo Settimino, che fin dalla sua prima esecuzione pubblica, nell'aprile del 1800 (insieme alla Prima Sinfonia e al Primo Concerto per pianoforte e orchestra) ottenne accoglienze favorevolissime, propone una generosa articolazione dei movimenti e quadri di incantevole eleganza.

Notevoli l'"Allegro con brio" iniziale, introdotto da un "Adagio", e il seguente "Adagio cantabile".
Seguono un "Tempo di Minuetto", il cui tema è affine a quello adoperato per la Sonata op. 49 n. 2 per pianoforte solo, un "Andante con variazioni", quindi un agile "Scherzo: Allegro molto e vivace".
Un breve "Andante con moto alla marcia" conduce al conclusivo "Presto", che sfoggia un'inventiva ambiziosa, dove il violino ha un ruolo concertante, con tanto di cadenza.
Con il numero d'opera 38, questa composizione fu pubblicata nel 1803, anche in versione di Trio per pianoforte, clarinetto o violino, e violoncello.

(durata 40 minuti)

Ottetto in mi bemolle magg. op. 103 per 2 oboi, 2 clarinetti, 2 corni, 2 fagotti

( Disponibile Versione Midi )

Questa composizione per soli fiati appartiene al periodo giovanile di Beethoven, essendo stata scritta nel 1792 per l'orchestra di fiati del principe elettore di Bonn. Non è uno dei suoi lavori più importanti, ma è indicativo del rapporto che intercorreva allora tra il musicista e la società dominante e del ruolo che in essa aveva certa produzione dichiaratamente non impegnativa.
L'Ottetto consta di 4 movimenti, piacevolissimi: "Allegro", "Andante", dove dialogano il primo oboe e il primo fagotto; "Menuetto", pagina che sembra presagire i futuri Scherzi; e "Finale: Presto", d'interessante articolazione formale.
Pubblicato nel 1830, l'Ottetto ebbe, vivente l'autore, due elaborazioni per Quintetto d'archi, op. 4 e Trio con pianoforte, op. 63. Quest'ultima però, di autore rimasto ignoto, ebbe solo la supervisione di Beethoven.