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Ludwig van Beethoven
Composizioni per pianoforte e un altro strumento:

(1770 - 1827)

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La musica da camera di Ludwig van Beethoven


Sonata in si bemolle maggiore per flauto e pianoforte

L'autenticità della Sonata in si bemolle maggiore, unico pezzo del catalogo beethoveniano per questa formazione, per molto tempo è stata posta in dubbio dagli studiosi.

Più recentemente l'orientamento è mutato. Al di là di ogni incertezza più o meno documentata, il lavoro, probabilmente scritto nel 1792 e del quale esiste più di una versione, presenta tratti originali sia nella struttura in 4 movimenti, sia nella strumentazione caratterizzata da un naturale equilibrio, sia nella qualità dei temi, di un'eleganza salottiera ma mai scadente.

L'intreccio è realizzato con cura, gli stilemi settecenteschi sono inseriti in un contesto sempre musicalmente vivo, lo sviluppo asseconda le attese con serenità e giocosa freschezza, tra le zampillanti agilità dello strumento a fiato e della tastiera. I tempi sono: "Allegro moderato", il più sviluppato dei quattro; "Polacca", "Largo" (in mi bemolle maggiore) e "Allegretto molto con variazioni".
La quarta e ultima variazione racchiude un grazioso finale.

(durata 20 minuti)

Sonata in fa maggiore op. 17 per corno e pianoforte

Questa Sonata, oggi raramente in programma, è tuttavia uno dei lavori fondamentali nel repertorio dei cornisti, non soltanto perché porta la firma di Beethoven - che peraltro la lasciò come prova isolata, concludendo anzi con essa le esperienze cameristiche con i fiati - ma anche perché è riconosciuta come una delle più importanti partiture destinate al corno moderno.
Al primo interprete della Sonata, Jan Vaclav Stich (noto con il nome italianizzato di Giovanni Punto, conosciuto e citato anche da Mozart) spetta infatti il merito di aver valorizzato, attraverso un'intensa e apprezzatissima attività concertistica, le migliorie costruttive del tempo approntate sugli strumenti a fiato.

Beethoven, dopo aver conosciuto il celebre strumentista boemo, gli promise una Sonata, che realizzò poche settimane dopo l'incontro.
Punto e lo stesso autore la presentarono al pubblico dell'Hoftheater di Vienna il 18 aprile del 1800 con grande successo, tanto da doverla replicare seduta stante.

Questo lavoro, coevo del Terzo Concerto per pianoforte e orchestra (del quale si riconoscono certe formule pianistiche semplificate) si compone di 2 movimenti principali, "Allegro moderato" e "Rondò: Allegretto moderato", intercalati da un brevissimo e raccolto "Poco adagio, quasi Andante" che assume la funzione di introduzione al Rondò.

Corno e pianoforte vengono continuamente chiamati a interventi di inconfondibile personalità.
Il taglio brillante e deciso permette al corno di usare pienamente le sue risorse, comprese le mezze tinte, e di esprimersi da protagonista con un ampio sfruttamento della tessitura e del timbro.
Insomma, una partitura gradevolissima e di valore, che meriterebbe una frequenza più assidua nei programmi di musica da camera.

(durata 15 minuti)

Temi variati (6) op. 105, per pianoforte e flauto (o violino)
Temi variati (10) op. 107, per pianoforte e flauto (o violino)

Questi 2 diversi numeri d'opera sono qui accomunati in ragione del fatto che condividono i medesimi mezzi espressivi e linguistici, unici nel catalogo cameristico beethoveniano. La presenza di uno strumento d'accompagnamento "ad libitum" pone in discussione non soltanto la credibilità stilistica di questi lavori della maturità, contemporanei della "Sonata Hammerklavier", ma la stessa definizione del genere d'appartenenza: musica d'insieme o musica pianistica?

Lo strumento a fiato o ad arco con funzioni d'accompagnamento della tastiera è un'eredità del '700 che ha spesso portato gli esegeti beethoveniani a considerare questi Temi variati come musiche di terz'ordine, e gli interpreti a disinteressarsene. In realtà le 2 opere, commissionate al maestro di Bonn dall'editore scozzese George Thomson, rivelano contenuti per nulla superficiali e una realizzazione in molti casi gradevolissima.

Le difficoltà d'esecuzione per il pianista, se confrontate con quelle dell'"Hammerklavier" o delle "Variazioni Diabelli" op. 120, pur non essendo insormontabili impegnano spesso ben oltre il limite dell'amatorialità, mentre il flauto o il violino intervengono in raddoppio melodico e in forma semplice, ma con un ruolo di arricchimento timbrico che ha una specifica utilità nell'economia dei brani, a parte il fatto di essere su misura per esecutori non troppo provetti. Beethoven, insomma, lascia prevalere l'aspetto artistico su quello esclusivamente pratico, e l'insieme convince più della singola tastiera.

I temi sono in buona parte scozzesi, oltre che gallesi e irlandesi, ma trovano spazio anche arie austriache, tirolesi, russe, tutte di impronta popolare, tratte parzialmente dal grande serbatoio delle precedenti elaborazioni di canti ad una o più voci con accompagnamento di pianoforte, violino, violoncello; mentre le Variazioni, per lo più ornamentali, lasciano intravvedere irrinunciabili disposizioni alla ricerca, alla coerenza, alla sinteticità.

Certo, i 6 Temi variati op. 105 e i 10 op. 107, pubblicati tra il 1819 ed il 1820, non rappresentano un'individualità anelante all'infinito, come si crede generalmente dell'ultimo Beethoven, ma ciò non sembra sufficiente a svalorizzarli, come per lungo tempo si è fatto.

(durate: 23 minuti l'op. 105 - 50 minuti l'op. 107)