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Ludwig van Beethoven
Quartetti per archi (2 violini, viola, violoncello):

(1770 - 1827)

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La musica da camera di Ludwig van Beethoven


Quartetto in fa maggiore op. 18 n. 1 per archi

L'opera 18, dedicata al principe Franz Joseph Lobkowitz, inaugura il cimento beethoveniano nel genere del quartetto per archi. Fu pubblicata nel 1801, ma la sua composizione ebbe inizio qualche anno prima, forse già a partire dal 1798.

Beethoven, conscio dell'importanza dei risultati ottenuti nel Quartetto di Mozart e dall'ancora in vita Haydn, affrontò con grande cautela la pubblicazione dei suoi primi 6 Quartetti, facendola precedere da molte esecuzioni private e vari aggiustamenti di scrittura.
A questo proposito è nota una lettera di Beethoven all'amico Carl Amanda con la quale lo informa, proprio al riguardo del Quartetto in fa maggiore, di aver considerevolmente mutato una precedente versione.
Insomma, è già un ambizioso progetto di perfezione a guidare l'attività dell'ancor giovane maestro, desideroso di imporre la propria personalità.

E i segni inequivocabili del suo stile personale, sebbene Haydn e Mozart fungano da modelli di riferimento, si rivelano appena in questo lavoro, in particolare nell'Allegro d'apertura dallo svolgimento serrato, fedele ai materiali dell'esposizione e ai due temi di contrastante carattere che vi si presentano.
Ancor più interessante il seguente "Adagio affettuoso ed appassionato", intriso di patetismo romantico e dotato di un'avvincente concentrazione espressiva.

D'impronta felice lo Scherzo: Allegro molto, dove spicca il centrale Trio dal tratto burlesco, e il brioso "Allegro" conclusivo. Pur figurando in catalogo numero 1, quest'opera fu il secondo Quartetto beethoveniano nel reale ordine cronologico.

(durata 26 minuti)

Quartetto in sol maggiore op. 18 n. 2 per archi

Questo lavoro si guadagnò nel corso dell'800 l'appellativo di Quartetto dei complimenti, senza dubbio per la sua svagata, spiritosa semplicità.

Ma in realtà la trama compositiva che lo caratterizza, al di là dell'impressione superficiale, è tutt'altro che generica e gratuita, anzi è un esito raffinatissimo e intellettualmente filtrato.
Il Quartetto beethoveniano assume semmai, per così dire, l'aspetto di una ricostruzione moderna del '700 cortigiano, ma vivificata dal tocco ironico, dove il sorriso bonario improvvisamente può mutare in severità.

E' una partitura pulsante di vita e di frizzante inventiva, in cui qualunque accenno di manierismo va inteso come volontario parodistico.
I tempi sono: "Allegro", "Adagio cantabile", che centralmente lascia irrompere curiosamente un Allegro, quindi "Scherzo: Allegro" e "Allegro molto quasi Presto".

(durata 23 minuti)

Quartetto in re maggiore op. 18 n. 3 per archi

Catalogato come terzo, il Quartetto in re maggiore fu invece il primo che Beethoven realizzò. Ma il fatto non ha rilevanza sul livello qualitativo dell'opera, la quale appare, al contrario, di notevolissima ricchezza e intensità espressiva, nonché caratterizzata da soluzioni compositive ammirevoli e originali.
L'organico strumentale trova qui tutte le risorse per rivelare appieno le proprie potenzialità tecniche e timbriche.

Il primo movimento, "Allegro", è una pagina dai temi eleganti che assume però toni perentori e imbocca la via di arditi rapporti armonici.
Una melodiosa affettuosità si dipana invece nel successivo "Andante con moto", dove l'equilibrato contributo dei 4 archi dà luogo a una corposità nobilitante.

Breve e in forma di Scherzo è poi il nuovo "Allegro" della composizione, dove il Trio disegna veloci successioni di suoni ben ritmati cui fa seguito un conclusivo "Presto" dall'esuberanza quasi sinfonica, che chiude a sorpresa svanendo.

(durata 20 minuti)

Quartetto in do minore op. 18 n. 4 per archi

Il luogo comune del "do minore" come tonalità prediletta da Beethoven per rivelare il proprio istinto drammatico viene qui parzialmente sfatato.
Al fremente, vigoroso e appassionato primo movimento, un dinamico "Allegro ma non tanto", segue infatti un leggero "Andante scherzoso quasi Allegretto" che ha il ruolo di Scherzo, intessuto da un fine contrappunto imitativo che evita i disegni severi.

A un'espressione più lirica e sentimentale tende invece il seguente "Menuetto: Allegretto", immemore del tradizionale accento di danza cortigiana, dopo il quale si pone a conclusione il brillante "Allegro" in forma di rondò che muta poi in "Prestissimo", pagina che tuttavia resta la più debole delle 4.
Pur inserito centralmente nell'op. 18, questo fu l'ultimo Quartetto della serie, in ordine di tempo, scritto da Beethoven.

(durata 20 minuti)

Quartetto in la maggiore op. 18 n. 5 per archi

Questo Quartetto si caratterizza per la semplicità dei temi principali a cui ricorre e per l'apparente disimpegno che la trasparenza delle soluzioni suggerisce.
Invece, a ben guardare, si può notare un ambizioso desiderio di mostrare le potenzialità espressive del materiale più modesto: ancora una sfida e un esperimento, dunque.

Già il primo movimento, "Allegro ma non tanto", affronta un'elaborazione vivace, anche sul piano del puro sfruttamento strumentale.
Segue un "Menuetto" sereno, appena sfiorato dalla palpitazione romantica.

Di maggiore consistenza il successivo "Andante cantatile" in forma di tema con variazioni: le 5 variazioni sulla tenue idea fondamentale sono lievi e decorative, ma la loro armoniosità e piacevolezza non superficiali trasmettono già un profetico senso di completezza.
Il finale, liberatorio, consiste in un "Allegro" dalla scrittura serrata, che imposta un brillante gioco di imitazioni dove trapela una lieve vena umoristica.

(durata 25 minuti)

Quartetto in si bemolle maggiore op. 18 n. 6 per archi

Serena discorsività e interessanti innovazioni della sintassi si trovano a convivere in questo lavoro, l'ultimo dell'op.18. I movimenti più tradizionali sono i primi 2, un "Allegro con brio" dall'incipit pomposo ed energico a cui ha seguito un breve svolgimento e il seguente "Adagio ma non troppo", più esteso, dove il tono garbato non impedisce l'emergere di una dimensione seriosa.

Il senso di instabilità ritmica con il quale si presenta il terzo movimento, "Scherzo: Allegro", è invece frutto di una di quelle straordinarie intuizioni del nuovo ordine beethoveniano, amabile e sorprendente.
Ma la pagina più interessante, moderna e ispirata è l'ultima, che porta il titolo, originale dell'autore, "La malinconia".

Con un tale suggerimento tematico Beethoven dà origine a una struttura insolita, per libere associazioni di idee.
Ad aprire il finale è un meditativo "Adagio", da "trattare colla più grande delicatezza", ricco di audaci relazioni armoniche in una atmosfera sospesa, di fissità quasi subconscia, che sfocia in uno sdrammatizzante "Allegretto quasi Allegro".
Nella fresca, quasi danzante vitalità di questa sezione si inseriscono rimembranze dell'Adagio, scacciate con la forza giovanile dell'ottimismo.

(durata 24 minuti)

Quartetto in fa maggiore op. 59 n. 1 per archi

Nell'op. 59, pubblicata nel 1808 e comprendente 3 Quartetti, è comunemente riconosciuta la seconda maniera stilistica del maestro di Bonn nell'ambito quartettistico.

In effetti qui i riverberi del '700, in varia misura riscontrabili nei precedenti Quartetti op. 18, sono completamente svaniti e la scrittura elaborata, fantasiosa, minuziosamente contrappuntistica conduce a un piano espressivo molto più astratto ma al contempo più profondamente eloquente, dove l'aspetto formale, pur fermamente stabilito e massimamente funzionale, appare quasi come una dimensione istintiva.

E' una nuova misura del temperamento romantico di un Beethoven già trentacinquenne all'epoca delle Sinfonie centrali, del Concerto per violino, della Sonata "Appassionata", che testimonia un'aderenza straordinariamente viva e produttiva alle più intime ragioni dell'ispirazione.
Questa vera e propria etica compositiva è perfettamente dimostrata già nel primo Quartetto di questa serie dedicata al conte Andrej Rasumovskij, diplomatico russo residente a Vienna.

I tempi sono 4: un "Allegro" di squisita liricità, contrassegnato all'esordio da un fluente motivo affidato prima al violoncello poi al primo violino; quindi un ampio "Allegretto vivace e sempre scherzando", dal raffinato tono umoristico, talora celato con grazia.
Quindi un denso e meditativo "Adagio molto e mesto", che sfocia direttamente nel finale "Allegro", il quale offre spunti virtuosistici nella suggestiva elaborazione del "Tema russo", inserito per volontà del dedicatario.

(durata 40 minuti)

Quartetto in mi minore op. 59 n. 2 per archi

Anche questo Quartetto, come gli altri 2 dedicati a Rasumovskij, fu pubblicato nel 1808, ma scritto non oltre il 1806.
Risalta ancor di più, quindi, la sua modernità di concezione, molto più mirata alla coerenza interna della costruzione e all'asciuttezza delle soluzioni strumentali che al compiacimento meramente estetico.
Destinato all'esecuzione privata, presso un pubblico aristocratico, colto e realmente interessato alle novità, questo Quartetto presenta una struttura finemente elaborata, di accesa fantasia timbrica e ritmica.

Si compone di 4 movimenti: un "Allegro" di nobile incisività, che propone per l'estensione della forma i ritornelli al termine dell'esposizione e prima della coda.
Quindi vi è un "Molto Adagio" dal carattere profondamente meditativo ("Si tratti questo pezzo con molto sentimento", fu l'indicazione di Beethoven), cui segue un "Allegretto" dal ritmo inquieto con sezione Maggiore che presenta, con una distribuzione a canone tra i 4 strumenti, il tema russo "Slava Bogu na nebe Slava" ("Gloria a Dio nei cieli, Gloria").

Anche qui lo sviluppo formale è determinato dalle ripetizioni: al termine della sezione Maggiore l'indicazione è "Da capo il minore ma senza replica ed allora ancora una volta il trio, e dopo di nuovo da capo il minore senza replica".
Chiude la composizione un "Finale: Presto" di fremente agitazione e dai colori luminosissimi.

(durata 39 minuti)

Quartetto in do maggiore op. 59 n. 3 per archi

Rispetto agli altri 2 Quartetti della medesima opera, questo in do maggiore appare subito come il meno audace, per l'impronta familiare dei temi e per la condotta strumentale più tradizionale.
I riferimenti al classicismo sono evidenti e la tradizione del '700 affiora nella costruzione delle frasi e nella trasparenza della trama contrappuntistica.

Tuttavia l'istinto innovatone beethoveniano è presente e agisce a un livello meno scoperto, con improvvise invenzioni che incrinano l'apparente serenità.
Questo atteggiamento stilisticamente ingannevole è riscontrabile soprattutto nel primo movimento, "Allegro vivace", preceduto da un'Introduzione: "Andante con moto" armonicamente evasiva, e nel seguente "Andante con moto quasi allegretto", cui conferisce accenti misteriosi il pizzicato spesso richiesto al violoncello, che contrappunta linee melodiche d'una raccolta spontaneità.

Il successivo "Minuetto: Grazioso" ricrea l'incanto della danza settecentesca con la brusca interruzione del Trio di carattere contrastante.
Una breve Coda porta direttamente all'"Allegro molto" conclusivo, che con un contrappunto fugato di spinto virtuosismo rivela l'aspetto radicale e visionario del comporre beethoveniano.

(durata 32 minuti)

Quartetto in mi bemolle maggiore op. 74 per archi

Composto tra l'estate e l'autunno del 1809, contemporaneamente al Quinto Concerto per pianoforte e orchestra terminato l'anno successivo, questo decimo lavoro del genere è noto anche come "Harfen-Quartett" ("Quartetto delle arpe") per l'intenso uso del pizzicato nel primo movimento.

Fu dedicato da Beethoven al principe Lobkowitz, già onorato dall'omaggio dei Quartetti op. 18, ed è una delle due partiture isolate che si situano tra l'op. 59 e i capolavori estremi degli anni '20.
Non possiede l'evidenza sperimentale di pagine precedenti, ma raggiunge una sua coerenza strutturale con un'invenzione che accosta procedimenti tradizionali e inediti fondendoli attraverso un'elaborazione puntigliosa, ma sempre viva per ispirazione e fantasia.
Predomina, tranne che nel terzo movimento, un clima di riservatezza che si manifesta già nell'introduttivo "Poco Adagio", cui segue, senza soluzione di continuità, il lirismo espansivo dell'"Allegro", con un notevole passo concertante del primo violino, sul cui slancio si conclude la prima sezione.

Intimo, in una forma che avvicina il rondò alla variazione, è l'"Adagio ma non troppo", d'una cantabilità accorata.
Risalta per contrasto la determinazione del "Presto" che segue, portando gli archi alla massima, quasi brutale, espansione dinamica.
L'idea classica dello Scherzo con Trio viene qui forzata e si ha una successione alternata di tempo fondamentale e un "Più presto, quasi prestissimo" per un totale di 5 sezioni, l'ultima delle quali volge in "pianissimo", collegandosi all'"Allegretto con variazioni" conclusivo.

(durata 33 minuti)

Quartetto in fa minore op. 95 per archi

Dopo questo Quartetto dedicato al violoncellista Zmeskall von Domanowecz, trascorse più di un decennio prima che Beethoven lasciasse testimonianza della sua maturazione in quello stesso genere.

L'op. 95, denominata dall'autore Quartetto serioso, scritta nel corso del 1810 e pubblicata nel '16, può spiegare parzialmente la successiva interruzione proprio attraverso la modernità delle soluzioni compositive.
Audacia formale e ricchezza stilistica si presentano in un'atmosfera misteriosamente drammatica, soggetta a repentini mutamenti, che sembra sollevare continui interrogativi.

Non molto esteso è l'iniziale "Allegro con brio", pagina di eccitazione febbrile, cui segue un pacato "Allegretto ma non troppo" dalla pensosa elaborazione contrappuntistica, che genera episodi fugati destinati però alla dissoluzione.
L'"Allegro assai vivace", ma serioso che prosegue la composizione ripristina il clima iniziale con un ritmo tagliente.
In esso si contrappongono due sezioni interne più distese.

Un breve "Larghetto espressivo" di poche battute conduce infine all'ultimo movimento, "Allegretto agitato", che è un'indagine tutta interiore e fremente, della quale nemmeno la coda in fa maggiore riesce a risolvere l'enigmatica inquietudine.

(durata 22 minuti)

Quartetto in mi bemolle maggiore op. 127 per archi

Il Quartetto in mi bemolle maggiore, terminato nell'ottobre del 1824 ed eseguito per la prima volta a Vienna nel marzo dell'anno seguente, è la prima delle 3 composizioni che Beethoven compì su invito del principe di San Pietroburgo Nikolaus Galitzin.

La commissione di quest'ultimo interruppe dunque il silenzio seguito, nel genere del quartetto per archi, all'op. 95, scritta nel 1810, e condusse Beethoven ad una delle sue più alte stagioni creative, inaugurata con la Nona sinfonia, completata appunto all'inizio del 1824.
Una fluente ispirazione guida la stesura di tutti gli ultimi Quartetti.
Tra i quali vi è questo, che si distende in 4 movimenti costruiti con immensa perizia, dove le idee paiono germinare spontaneamente e le situazioni si rinnovano in continuazione.
Troviamo qui una maturità di pensiero assoluta, dove l'estro creativo e l'immaginazione pura si esprimono pienamente all'interno di una struttura logicamente ineccepibile.

Eloquente a tale proposito è già il movimento iniziale che si avvia su poche decise battute in tempo "Maestoso", introduzione alla sezione "Allegro" dal taglio cantabile ("Teneramente", indica Beethoven), la quale ricava sempre nuove energie dalle ripresentazioni, ogni volta differenti, della prima idea.
Una pagina commovente per l'intima, trattenuta poesia è poi l'"Adagio", ma non troppo e molto cantabile, svolto da 5 variazioni sapientemente collegate secondo un principio deduttivo da cui scaturisce la bellissima continuità di tutto il movimento.

Il seguente "Scherzando vivace" rimanda, per il suo scatto caratteristico, alla forma dello Scherzo, ma Beethoven anche qui evita gli schemi precostituiti e lascia emergere la sua forza estrosa, assai complessa e libera (sebbene centralmente si possa individuare il classico Trio nel "Presto" che sopravviene).
Puro e gioioso è il Finale, che riserva in chiusura la sorpresa, dapprima sussurrata e poi conclamata, di una fiorita coda "Allegro con moto".

(durata 37 minuti)

Quartetto in si bemolle maggiore op. 130 per archi

Fra le principali discussioni suscitate da questo Quartetto ultimo del gruppo dedicato al principe Galitzin, pubblicato nel 1827 ma completato già verso il novembre del 1825, c'è quella, sempre viva, sulla sostituzione dell'ultimo movimento attuata da Beethoven su consiglio dell'editore Artaria.

Le opinioni infatti divergono a proposito della completezza assunta dall'opera nelle 2 diverse versioni: la prima, con la Grande Fuga, poi pubblicata a parte come op. 133; la seconda definitiva, con il Finale in forma di rondò, assai diverso anche come durata.

In ogni caso, fu Beethoven a prendere la decisione, certo né per favorire gli interpreti né per facilitare l'ascolto.
La volontaria arditezza del linguaggio si pone come un'estrema, irrinunciabile esperienza di evoluzione personale, ancor oggi problematica, al di là delle questioni già risolte in qualche modo dall'autore stesso.
L'ultima versione del Quartetto, nonostante la ricchezza linguistica, peraltro profondamente meditata, è un'opera compatta e organica.
La presenza di ben 6 movimenti rimanda alle strutture del Divertimento e della Suite; peraltro ovunque si ritrova un'esemplare chiarezza nell'esposizione di idee lievi ed elevate, dove anche i concreti accenni alla danza divengono memorie e pensieri.

Alla forma-sonata si riconduce, con elaborazione non convenzionale, il primo movimento, che alterna più volte brevi sezioni "Adagio ma non troppo", di nobile compostezza, ad altre più estese in tempo Allegro.

Seguono un conciso "Presto", che porta l'eco gioiosa del Rondò del Concerto op. 58, quindi un "Andante con moto ma non troppo" dal tono "Poco scherzoso" (come aggiunge lo stesso Beethoven), pagina incantevole, d'intatta innocenza.

Compare quindi un "Allegro assai" ("Alla danza tedesca") d'una leggerezza sognante, cui si oppone la vibrante rivelazione poetica della Cavatina: "Adagio molto espressivo", che culmina col trepido momento commentato dalla didascalia "Beklemmt" ("Angoscioso").

Liberatorio è il gagliardo "Finale: Allegro", scritto da Beethoven nel '26, pochi mesi prima della morte.

(durata 33 minuti)

Grande Fuga in si bemolle maggiore op. 133 per quartetto d'archi

Pagina ardua questa per chiunque vi si avvicini, ma d'impronta geniale, e governata da un'intelligenza lucidissima.
Era stata concepita per dare soluzione al Quartetto op. 130, ma le pressioni dell'editore e forse i ripensamenti dello stesso Beethoven furono tali da suggerire un nuovo finale.
La Grande Fuga (1825), ("Tantót libre, tantót recherchée", era scritto sulla prima edizione) perciò rimase un pezzo staccato, e come tale viene oggi solitamente eseguito.

E' un lavoro molto impegnativo per gli strumenti, costruito con magnifica arte contrappuntistica.
La forma della Fuga si apre a contaminazioni diverse, della sonata, con la drammaticità della sua dialettica interna, e della variazione, che alimenta razionalmente la fantasia.

Il pezzo si sviluppa senza soluzione di continuità, con episodi ora liberi ora severi: dall'Overture alla doppia Fuga iniziale, dalle 2 fughe centrali alle invenzioni che vi si alternano con continua, strabiliante rigenerazione di materiali.

È un pezzo tumultuoso, livido, raramente disteso, che soddisfa pienamente anche il più intellettuale degli ascolti.
Stravinski, dopo un secolo e mezzo, la definì come "il pezzo di musica più contemporanea in assoluto che io conosca".

(durata 15 minuti)

Quartetto in do diesis minore op. 131 per archi

( Disponibile Versione Midi )

Il clima di ricerca che caratterizza la produzione beethoveniana ha, nell'espressione quartettistica, uno dei suoi punti culminanti con l'op.131.

Qui il senso della forma che è rivelazione di una speculazione intellettuale, trova una soluzione senza precedenti con una progressione di movimenti ("Insieme di pezzi diversi presi qua e là", nella descrizione che ne diede l'autore presentando il lavoro all'editore Schott di Magonza) che addirittura divengono 7, secondo la numerazione originale.

In realtà questa suddivisione, voluta da Beethoven, è fuorviante, perché emerge chiarissimo, sia all'ascolto che all'analisi, proprio l'intendimento contrario, che si spiega nell'organicità del progetto complessivo.

Come in altri casi, Beethoven raggiunge questo obiettivo, così innovatore nella storia della composizione musicale, grazie alla sua straordinaria capacità di fondere una razionalità geniale e un'instancabile immaginazione.

La sua invenzione, di un'essenzialità bruciante, inizia solenne e pacata con un "Adagio ma non troppo e molto espressivo", che si sviluppa polifonicamente come una Fuga.

La tensione espressiva accumulata si scioglie sul seguente "Allegro molto vivace" dal tono spensierato. La terza sezione, "Allegro moderato", che muta in Adagio dopo sole 5 misure, fa da ponte verso il successivo "Andante ma non troppo e molto cantato" in forma di tema con variazioni.

Questo movimento, il più ampio della partitura, illustra perfettamente la duttilità del pensiero beethoveniano, di natura intima ed elevata, espresso con una straordinaria abilità di scrittura.
L'andamento estroso, quasi aereo, ricco di sorprese e invenzioni timbriche del "Presto" crea un altro deciso contrasto d'atmosfera e conduce direttamente all'agitata, vigorosa conclusione "Allegro", cui fa da introduzione un breve, vibrante "Adagio quasi un poco andante", ove la presenza di motivi derivati dal tema di fuga è un esempio della volontà unificatrice beethoveniana.

Concluso nel luglio del 1826, mese in cui il maestro fu drammaticamente scosso dal tentato suicidio del ventenne nipote Karl, il Quartetto, pubblicato nel 1827, fu dedicato al barone von Stutterheim, un militare che, subito dopo quel drammatico fatto, si prese cura del giovane.

(durata 39 minuti)

Quartetto in la minore op. 132 per archi

(Versione Midi 1° Parte | 2° Parte )

Concluso nell'estate del 1825, questo Quartetto è il secondo, in ordine cronologico, dei 3 destinati al principe Galitzin.
E' anch'esso un lavoro molto complesso, con un linguaggio straordinariamente avanzato per l'epoca, dove il controllo intellettuale e la razionalizzazione dei processi di elaborazione tematica danno risultati essenziali e unitari.

Il senso di profonda meditazione e la rigorosa purezza della portata emozionale si colgono già dal primo movimento che inizia con un tenebroso "Assai sostenuto" per poi tramutarsi in un "Allegro" dal tratto teso, inquieto, rischiarato però da una seconda idea cantabile di sapore alla Schubert.

Il secondo tempo è un "Allegro non tanto" in la maggiore che richiama l'andamento del minuetto, sfiorato però da un turbamento che si ritira solo nell'episodio pastorale centrale.
Il seguente "Molto adagio" è il movimento più celebre dell'opera, pregnante di un poetico e devoto abbandono.

Fu scritto da Beethoven subito dopo una grave crisi di salute fisica ed ebbe la seguente didascalia: "Heiliger Dankgesang eines Genesenen, in der lydischen Tonart" ("Canzone di ringraziamento offerta alla divinità da un guarito, in modo lidico").

Il modo, d'antiche radici, dà un colore arcaico alla musica, evocando sapientemente la timbrica dei cori devozionali. Ma la costruzione della pagina, in 5 parti, lascia emergere anche un romanticismo vitale che ha il senso del respiro della natura, in sublime contrappunto ai momenti di raccoglimento.

L'irrompere di una sezione "Alla Marcia, assai vivace" conduce direttamente, attraverso un breve e drammatico recitativo, al conclusivo "Allegro appassionato", pervaso da un ardore struggente, incredibilmente profetico.

(durata 43 minuti)

Quartetto in fa maggiore op. 135 per archi

( Disponibile Versione Midi )

Scritto nel '26 e pubblicato da Schlesinger nel 1827, quest'ultimo Quartetto per archi beethoveniano sarebbe stato in un primo momento pensato dal suo autore con soli 3 movimenti.
L'aggiunta di un quarto tempo, il "Lento assai, si deve alla richiesta dell'editore, ma non impedisce all'opera di essere la più breve tra le ultime dello stesso genere.

La concisione del lavoro, che fu dedicato da Beethoven all'amico Johann Wolfmeier, è in qualche modo sorprendente, date le grandi dimensioni dei precedenti, ma resta tuttavia un dato esclusivamente esteriore, perché vi domina ancora una volta l'asciuttezza delle idee musicali, la completezza della parabola compositiva, la coerenza intelligentemente ricercata, nonché una gran varietà - attentamente selezionata - degli atteggiamenti espressivi, attraverso cui si libera un senso molto presente di spiritualità.

D'una lievità quasi settecentesca l'iniziale "Allegretto", appena interrotta da pensosi unisoni;. Ed estremamente caratteristico appare il seguente "Vivace", che l'eccitazione del ritmo e la ricerca timbrica rendono impercettibilmente allucinato.
Il terzo movimento, "Lento assai, cantante e tranquillo", che lo stesso Beethoven definì "dolce canto di riposo e di pace", inventa un immediato contrasto d'atmosfera ed è una pagina straordinaria, meditabonda.

L'ultimo tempo, ("Grave, ma non troppo - Allegro"), dotato di una singolare epigrafe ("Muss es sein? Es muss sein! Es muss sein!": "Deve essere così? Così deve essere!") e di un titolo altrettanto insolito ("Der schwer gefasste Entschluss", "La difficile decisione"), ha dato luogo a montagne di ipotesi interpretative ma mai a una definitiva chiarificazione.

Resta il fatto che le parole, tradotte in suoni, formano vere e proprie 4+4 "cellule melodiche" che Beethoven usa con una tecnica magistrale.
Ne risulta una costruzione musicale ora drammatica, ora serena, tanto astratta quanto carica di misteriosi presagi.

(durata 25 minuti)