BiografyOperaPhotosWorksLiederMp3sMidisShopTools
Biografie Compositori                                                 
ABCDEFGHIJKLMNOPQRSTUVWXYZ
vuoto.gif (49 byte)

Ludwig van Beethoven
Trii per pianoforte, violino e violoncello:

(1770 - 1827)

[ Opere | Beethoven Page | Photo Gallery | Home Page]

[Bazzini Image]

La musica da camera di Ludwig van Beethoven


Trio in si bemolle maggiore WoO 39 per violino, violoncello, pianoforte

Nell'ambito della produzione beethoveniana per Trio con pianoforte, accanto alle grandi opere di eccezionale valore artistico sta anche qualche lavoro minore.

È il caso del breve Trio in un movimento, scritto nel giugno del 1812 (ma pubblicato postumo soltanto nel 1830), accompagnato dalla dedica alla mia piccola amica Maximiliane Brentano, per incoraggiarla a suonare il pianoforte. Beethoven espresse sempre, con calore, una sincera riconoscenza verso mecenati e amici.

E Maximiliane, che ebbe in dedica anche la Sonata op. 109 per pianoforte, 8 anni dopo il Trio, apparteneva ad un'aristocratica famiglia, non solo generosa, ma legata a lui da ammirazione ed affetto.
Perciò, dopo il grande "Trio L'Arciduca", Beethoven stese questa pagina in tempo "Allegretto", d'ampiezza modesta e di carattere semplice e cantabile, perfettamente adatto alla circostanza.

(durata 8 minuti)

Trio in re maggiore per violino, violoncello, pianoforte (trascrizione della Sinfonia n. 2)

Il fatto che molte composizioni durante l'800 abbiano subito ogni genere di trascrizione, ad uso dei dilettanti, degli amatori e anche dei musicisti di professione si spiega con la straordinaria diffusione che aveva ottenuto la musica intesa come mezzo di acculturazione e comunicazione, di svago e contatto sociale, sia come necessità che come accessorio del vivere quotidiano.

La Seconda Sinfonia di Beethoven, scritta tra il 1801 e il 1802 e presentata al pubblico nell'aprile del 1803 subì, come le altre, numerosi arrangiamenti.
La versione per Trio con pianoforte, una delle formazioni più in voga all'inizio del secolo, è attribuita però - caso unico - all'autore stesso, che la fece pubblicare dalla "Kunst und Industrie" di Vienna nel 1805.

Strutturalmente identica alla versione originale per orchestra (2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani e archi in organico) la stesura per Trio sintetizza necessariamente il contenuto timbrico e impone scritture prefissate lasciando margini minimi alla reinvenzione.

Il pianoforte assume le parti degli archi mentre quelle degli altri strumenti passano al violino e al violoncello.
Trascrizione letterale, perciò, dove i ruoli degli strumenti sono dettati dall'esigenza della realizzazione; dunque una curiosa testimonianza storica.

4 i movimenti: "Adagio molto", "Allegro con brio", dai temi netti e dal ritmo incisivo, "Larghetto", dalla fitta trama contrappuntistica, "Scherzo", termine che compare qui per la prima volta in una Sinfonia, e "Allegro molto", che conclude la composizione in un'atmosfera effervescente.

(durata 35 minuti)

Trio op. 1 n. 1 in mi bemolle maggiore per violino, violoncello, pianoforte

Quest'opera apre ufficialmente il catalogo di Beethoven.
Pare fosse già ultimata nel 1791, ma, probabilmente dopo lunghe riflessioni, fu stampata soltanto nel '95, da Artaria di Vienna.
Tale prudenza fu però ripagata dal successo. Infatti, proprio grazie all'op. 1 il nome del maestro di Bonn cominciò a circolare e ad essere conosciuto.

Il Trio in mi bemolle maggiore, effettivamente, si impone per il suo taglio deciso e per la ricchezza già anticonvenzionale della scrittura, evidente soprattutto, dopo lo spiritoso "Allegro iniziale", nell'"Adagio cantabile", la cui intensità lirica richiama la sublime poesia delle Romanze mozartiane, e nell'incisivo "Scherzo: Allegro assai", che sostituisce il Minuetto tradizionale.

Il "Finale: Presto", lancia gli strumenti in zampillanti gioiosi virtuosismi.
La composizione fu dedicata, come le altre dell'op. 1, al principe Carl Lichnowsky, presso il quale Beethoven trovò ospitalità tra il 1794 e il 1796.

(durata 33 minuti)

Trio in do minore op. 1 n. 3 per violino, violoncello, pianoforte

Il Trio in do minore, ultimo della serie che apre il catalogo beethoveniano, è passato alla storia come una delle migliori realizzazioni del giovane Beethoven, allora non ancora venticinquenne; ma anche per il fatto d'essere quella composizione che - secondo una leggenda non documentata - Haydn consigliò al suo autore di non pubblicare.

Il piccolo screzio fra maestro e allievo non impedì ovviamente al ben determinato Ludwig di correre da Artaria per ottenere la stampa (1795).
L'aneddoto, vero o non vero che sia, è comunque indicativo dell'effetto clamoroso che doveva avere ai suoi tempi la scrittura beethoveniana, che anche in questo Trio presenta contorni taglienti ed estremamente personali, anticipatori di successive creazioni.

I tempi sono: "Allegro con brio", dal tono intensamente drammatico; "Anadente cantabile con variazioni", dove le 5 trasformazioni del tema, pacate e suggestive, conducono a una coda ancor più intima; "Minuetto, quasi Allegro", di sorprendente originalità, già estraneo al clima settecentesco; "Finale: Prestissimo", energico e agitato ma che si conclude, con tocco geniale, a svanire. Nel 1817 fu trascritto per quintetto d'archi e pubblicato come op. 104 nel 1819.

(durata 27 minuti)

Trio in re maggiore op 70 n. 1 per violino, violoncello, pianoforte

L'unicità della grandezza beethoveniana, proiettata nell'avvenire da una capacità straordinaria di astrazione, si rivela compiutamente in questo bellissimo Trio del 1808, dove gli aspetti formali e strutturali convivono sapientemente con una fantasia accesissima, perfino disgregante.

Noto anche come "Geister-Trio" ("Trio degli Spiriti"), il lavoro deve questa denominazione - non di Beethoven - ad un'immaginosa interpretazione romantica fondata sul clima del movimento centrale e sulla concomitante scoperta di un abbozzo mai sviluppato per il coro delle streghe di Macbeth, effettivamente trasferito nel secondo tempo del Trio.

Le sezioni di questa partitura, dalla forte carica emotiva e dal senso timbrico quasi novecentesco, sono 3: un "Allegro vivace e con brio" dal respiro possente e dallo slancio appassionato, quindi un "Largo assai ed espressivo" in re minore, di notevole estensione, dove si preannuncia lo stile severo e visionario degli ultimi anni.
Infine un "Presto" rasserenante, le cui movenze talora precorrono lo Schubert mondano, che sfocia in una conclusione piena di vitalità.

(durata 30 minuti)

Trio in mi bemolle maggiore op. 70 n. 2 per violino, violoncello, pianoforte

 

Dedicato, come quello in re maggiore della stessa opera, alla contessa Marie von Erdódy, nobildonna viennese, questo Trio in mi bemolle differisce molto dal precedente in quanto a carattere e struttura.
Mantiene tuttavia la stessa tesa continuità narrativa, ottenuta però non attraverso contrastanti accostamenti ma con l'armonia delle proporzioni, sotto il segno di un'euritmia che si coglie anche nella limpidezza delle idee melodiche, di bellezza controllata e soave.

Lo sbocciante romanticismo beethoveniano fluisce con perfezione di misura in tutti e 4 i movimenti dell'opera, che sono: "Allegro ma non troppo", introdotto da un "Poco sostenuto" tematicamente omogeneo; "Allegretto", consistente in una serie di variazioni su 2 temi posti uno in seguito all'altro, con mutazione di tonalità, do maggiore e do minore.

Seguono un "Allegretto ma non troppo" dove si coglie l'atmosfera estatica dei futuri Improvvisi schubertiani, e un "Finale: Allegro".
L'op. 70, riferimento di spicco nella valutazione dell'intera produzione beethoveniana, fu pubblicata nel 1809 da "Breitkopf und Hartel" di Lipsia.

(durata 30 minuti)

Trio in si bemolle maggiore op. 97 ("dell'Arciduca") per violino, violoncello, pianoforte

Nel gruppo dei Trii, l'op. 97 si distingue per la monumentalità dell'impianto, la complessità dell'elaborazione, l'impressionante ricchezza dell'ispirazione.
E' conosciuto come "Trio dell'Arciduca" perché Beethoven lo dedicò all'arciduca Rodolfo d'Asburgo (suo allievo e amicizia fondamentale nella sua vita, a cui furono dedicati altri lavori importanti come il Quarto e il Quinto Concerto per pianoforte, la "Grande Fuga" op. 133, l'ultima Sonata per violino, le Sonate op. 81 a, 106, 111).

Fu scritto probabilmente all'inizio del 1811, forse come segno di ulteriore stima e riconoscenza per la rendita che l'arciduca, d'accordo con il principe Lobkowitz e il principe Kinsky, aveva deciso di corrispondergli al fine di "togliere di mezzo gli ostacoli miserabili" che potevano "opporsi al volo del suo genio".
E del genio beethoveniano è appunto documento esaltante questa partitura, che offre ai tre strumenti una scrittura ardita e potente, intensamente espressiva, mutevole, di densità sinfonica.

I 4 movimenti sono piuttosto estesi: il primo è un "Allegro moderato", d'impronta sontuosa e nobile, cui seguono uno "Scherzo: Allegro", di struttura ingegnosa, quindi un "Andante cantabile", ma con moto in forma di tema con variazioni, che costituisce il culmine della ricerca intellettuale.
Conclude un "Allegro moderato" che muta in "Presto", meno incisivo rispetto ai tempi precedenti. Il Trio fu edito nel 1816, da Steiner di Vienna.

(durata 45 minuti)

Variazioni (10) in sol maggiore op. 121a per violino, violoncello, pianoforte

Questo secondo gruppo di Variazioni per trio con pianoforte, dopo quelle catalogate come op. 44, sono abbastanza ignorate, ma non senza ragione.

Sono 10 e si svolgono sull'aria di operetta "Ich bin der Schneider Kakadu" ("lo sono il sarto Kakadu") di Wenzel Mueller; pur essendo state scritte nel 1824, dopo la Nona Sinfonia, dopo la Sonata op. 111, dopo le "Variazioni su un valzer di Diabelli", ossia in piena maturità artistica, appaiono d'una qualità complessivamente deludente.

Compaiono idee ordinarie accanto ad altre eccellenti, e se l'accademismo pesa eccessivamente condizionando l'ascolto, vanno comunque segnalate la severa introduzione ("Adagio assai") e le 3 variazioni conclusive, decisamente più interessanti.

(durata 19 minuti)