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Ludwig van Beethoven
Sonate per violoncello e pianoforte:

(1770 - 1827)

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La musica da camera di Ludwig van Beethoven


Sonata in fa maggiore op. 5 n. 1 per violoncello e pianoforte

Alle Sonate beethoveniane per violoncello e pianoforte - in tutto 5 viene attribuita una particolare importanza storica per la modernità stilistica che in esse si ritrova.

Per la precisione, oltre alla consueta, sostanziale arditezza del linguaggio di Beethoven, si sottolinea generalmente in queste Sonate il rapporto paritario fra i 2 strumenti, in cui il violoncello, definitivamente emancipato da qualsiasi subordinazione, dialoga costantemente col pianoforte.

La prima Sonata beethoveniana del genere, scritta, come la seconda, sul finire dei 1795, rivela già questo carattere di novità. L'originale struttura formale dell'opera, audacemente ampia e priva di un movimento lento centrale - presente invece nelle successive Sonate per violino e pianoforte -, si adatta perfettamente a questo nuovo stile compositivo.

La Sonata in fa maggiore, dedicata a Federico Guglielmo Il re di Prussia, si avvia con un "Adagio sostenuto" che introduce un esteso "Allegro", ricchissimo nella scrittura e poderoso nell'impianto, anticipatore della "seconda maniera", che si rivelerà compiutamente più d'un decennio dopo.

Notevole a questo proposito la conclusione, l'ideale cadenza che si rivela attraverso un "Adagio" e un "Presto" dal quale prende spunto la chiusura.
Esteso ed elaborato anche il finale "Allegro vivace", un rondò d'impronta virtuosistica, straordinariamente potente.

(durata 27 minuti)

Sonata in sol minore op. 5 n. 2 per violoncello e pianoforte

Come la Sonata in fa maggiore, catalogata con il medesimo numero d'opera, anche questa in sol minore fu pensata da Beethoven per le qualità superiori del violoncellista francese Jean Pierre Duport (qualche studioso però indica il fratello di questi, Jean Louis), musicista ricordato anche da Mozart con le Variazioni pianistiche K.573.

Fu infatti questo celebre virtuoso, insieme allo stesso Beethoven, a eseguire per la prima volta le 2 Sonate, al cospetto del re di Prussia. Anche qui si nota subito il grande impegno compositivo, d'una concretezza straordinariamente precoce, rivelato da una scrittura assai impegnativa e serrata per entrambi gli strumenti.
La struttura, dove si nota la mancanza di un tempo lento centrale, è analoga a quella della Sonata gemella.

La Sonata si apre con un "Adagio sostenuto ed espressivo", trattato a guisa di recitativo ma ben esteso ed apparentemente autonomo, dove la funzione introduttiva non è esplicita, ma viene comunque affermata dalla sospensione della cadenza ultima.

Segue un "Allegro molto piuttosto presto" dal carattere incisivo e impetuoso, che si sviluppa in una prospettiva dinamica ricca di ardore.

Chiude la Sonata un "Rondò: Allegro" in sol maggiore, il cui tema principale, dalla fisionomia singolare, presenta una caratteristica e contagiosa gaiezza.
Assai interessante l'elaborazione formale, che apparente il rondò al primo tempo di sonata, per il rilievo che vien dato, centralmente, all'intreccio dei motivi, desunti anche dall'"Adagio".

(durata 22 minuti)

Sonata in la maggiore op. 69 per violoncello e pianoforte

Più di 10 anni dopo l'op. 5 Beethoven s'accostò di nuovo alla forma della Sonata per violoncello e pianoforte, realizzando l'op. 69, dove raggiunse una maturità di pensiero mai così pienamente espressa in precedenza in questo specifico ambito.

La caratteristica di questo brano è la rinuncia all'orpello virtuosistico, decorativo o di maniera, insieme alla correlazione, armoniosamente espressiva, tra i vari movimenti, dove i 2 strumenti dialogano con elegante lirismo e intensità affettuosa e serena.

Scritta fra il 1807 e il 1808, dedicata all'amico barone Ignaz von Gleichenstein, violoncellista dilettante, e pubblicata nel 1809 - tutti anni cruciali per l'attività beethoveniana - la Sonata presenta una struttura originale con 3 blocchi principali: i primi 2 rappresentati dall'iniziale "Allegro", ma non tanto e dallo "Scherzo: Allegro molto", articolato in 5 sezioni a causa della ripetizione del Trio.
La Sonata è poi conclusa da un "Allegro vivace", introdotto da un brevissimo e sommesso "Adagio cantabile".

(durata 29 minuti)

Sonata in do maggiore op. 102 n. 1 per violoncello e pianoforte

Beethoven sperimentò in questa Sonata, scritta nel 1815 e pubblicata nel '17, una delle strutture formali più originali e artisticamente più ispirate tra quelle, pur numerose, che si possono individuare nella sua intera produzione.

Tutte le 5 Sonate per violoncello e pianoforte occupano posizioni di rilievo nell'evoluzione stilistica di Beethoven: anche l'op. 102 compie un decisivo passo in avanti, verso la conquista di una dimensione personale spiritualmente elevata, libera e rigorosa allo stesso tempo. Sul piano compositivo Beethoven agisce qui con grande acutezza e sensibilità, facendo in qualche modo derivare le figurazioni degli svolgimenti da un nucleo generatore esposto già nelle prime battute della Sonata.

L'organizzazione della struttura segue invece un processo apparentemente più intuitivo, dove la distribuzione dei movimenti è svincolata dai principi tradizionali.
Si individuano 2 blocchi distinti: l'"Andante", collegato direttamente a un breve "Allegro vivace"; quindi l'"Adagio", dal carattere improvvisatorio che sbocca attraverso un "Tempo d'Andante", memore dell'avvio, in un secondo, più esteso, "Allegro vivace".

Il tutto è animato da un'invenzione di altissimo valore, incredibilmente armoniosa nonostante la varietà di caratteri che disegna: dall'atmosfera estatica dell'"Andante" a quella tesa e cupa dell'Allegro vivace, dal concentrato, recitante "Adagio" al sorprendente finale, di sviluppata scrittura contrappuntistica e dai chiaroscuri imprevedibili.

La Sonata, come la seconda della stessa opera, fu dedicata ufficialmente da Beethoven alla contessa Anna Marie Erdódy, ma ebbe come effettivo destinatario il violoncellista Joseph Linke, membro del Quartetto Schuppanzigh, uno dei più fedeli interpreti delle sue musiche.

(durata 17 minuti)

Sonata in re maggiore op. 102 n. 2 per violoncello e pianoforte

Uno degli estremi limiti della ricerca beethoveniana nella musica cameristica con pianoforte è raggiunto senza dubbio da questa seconda Sonata op. 102, la quale raccoglie gli elementi più tipici della sua maturità stilistica.
E' immediatamente percepibile il radicale controllo intellettuale sulla materia sonora e sul suo lucido ordinarsi, dove l'intelligenza si fa garante, in qualche modo, di qualunque avventura nell'inaudito.

La Sonata presenta 3 movimenti: il primo è un "Allegro con brio", scevro da ogni eccedenza decorativa, anzi, a volte ruvido, caratterizzato da svolte improvvise e forti contrasti in un'atmosfera livida, tesa.
Segue un "Adagio con molto sentimento d'affetto", dove il motivo d'avvio esposto con la solennità e la fisionomia d'un corale, si apre poi a successioni di suoni che paiono condurre a uno stato di assoluta astrazione, in cui l'emotività è come sospesa.

Questa pagina in forma tripartita, dove la sezione centrale muta il modo minore in maggiore, è direttamente collegata al conclusivo "Allegro" fugato la cui scrittura, in virtù dello svolgimento contrappuntistico serratissimo, è di una modernità impressionante ancor oggi.
E' noto infatti lo sconcerto che provocò a suo tempo (1815) l'opera, in cui ogni concessione alla bellezza, intesa come categoria estetica paga di sé, è sacrificata in nome della purezza spirituale, ricercata con determinazione quasi nevrotica.

(durata 22 minuti)

Variazioni (12) in fa maggiore op. 66 per violoncello e pianoforte

Fra i 3 cicli di Variazioni che Beethoven scrisse per violoncello e pianoforte, questo, sull'aria mozartiana "Ein Maedchen oder Weibchen" ("Colomba o tortorella", affidata a Papageno nel secondo atto del "Flauto magico") è forse il più riuscito per l'equilibrio raggiunto tra virtuosismo e concretezza musicale.

Il tema è graziosissimo, delicato e scherzoso, e le 12 Variazioni assecondano quest'atmosfera con una piacevole scrittura e con la saggia alternanza di caratteri ora pacati, ora brillanti.
Un certo distacco ironico fa sì che anche le pagine più leggere non scadano nella vanità.

Delle 12 Variazioni la prima è per pianoforte solo.
Le altre vedono l'alternarsi degli strumenti e dei loro ruoli, con una varia scelta di tempi. La decima e l'undicesima sono in tono minore e svelano un'interiorità profonda, per nulla accademica; la dodicesima, di nuovo spiritosa, presenta un epilogo articolato.
Questa composizione, breve ma gradevole e proporzionata, è datata 1798.

(durata 10 minuti)