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Hugo Wolf

(1860 - 1903)

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La vita di Hugo Wolf


Si accostò alla musica grazie agli insegnamenti del padre, quindi, dopo essersi iscritto al ginnasio, contro la volontà della famiglia si trasferì a Vienna per studiare al Conservatorio, sotto la guida di Fuchs e Schenner.

Tuttavia nel 1877, per gravi contrasti, fu costretto a lasciare la scuola.
Sopravvivendo con lezioni private, con i proventi delle composizioni e con l'aiuto di amici, nell'81 ottenne un incarico come vicemaestro di Cappella a Salisburgo, ma anche lì il suo carattere gli fece abbandonare il posto.

Divenuto nel 1884 critico musicale del "Wiener Salonblatt", tralasciò anche quest'attività 3 anni dopo, con uno strascico di polemiche sulle sue recensioni violente.

Dall'87 in poi si dedicò esclusivamente all'attività compositiva.
Colpito da crisi nervose già all'inizio degli anni '90, nel '97 le sue condizioni mentali si aggravarono tanto da indurlo a tentare il suicidio.

Trascorse gli ultimi 5 anni di vita in manicomio.

Compose un'Opera, musiche di scena, lavori per orchestra, molti dei quali incompiuti, pagine per coro, numerosi Lieder.

Il catalogo di musica da camera comprende un Quartetto, un Intermezzo e la Serenata italiana per quartetto d'archi.
Altri 3 pezzi sono allo stato di frammento.

La musica da camera di Hugo Wolf


Intermezzo in mi bemolle maggiore per quartetto d'archi

Nella produzione strumentale da camera di questo autore creativo ed originale si conta anche questo Intermezzo che, al di là dei titolo rassicurante, riserva una gran quantità di sorprese.

L'avvio si affida ad un tema pacatamente melodico, tende alla simmetria delle frasi ma poi devia improvvisamente, e la composizione acquista toni d'umorismo sarcastico, tra armonie dissonanti, digressioni e temporanei mutamenti di clima.
La libera condotta espressiva però riporta, con destrezza, all'atmosfera iniziale ed il pezzo si conclude sottovoce, spegnendosi serenamente.

Scritto tra il 1882 ed il 1886, penultimo tra i lavori cameristici conosciuti, questo Intermezzo non presenta il miglior Wolf, di cui, peraltro, si riconosce lo stile inconfondibile.
E' stato pubblicato solo nel 1960.

(durata 10 minuti)


Quartetto in re minore per archi

La posizione antiretorica e intimamente poetica di Wolf è testimoniata in questo Quartetto, sua unica opera strumentale da camera di ampie dimensioni.
Fregiata del motto "Entbehren sollst du, sollst entbehren" ("Rinunciar devi, devi rinunciare"), estrapolato dal testo del Faust di Goethe, è una partitura che il maestro austriaco compì nell'arco di diversi anni, e i movimenti che la costituiscono furono scritti secondo un ordine differente da quello definitivo.
Z Il primo fu lo "Scherzo", nel 1879, poi seguirono l'"Allegro", quindi l'"Adagio" (1880) e il "Finale" (1884).

Quel che rende estremamente interessante questo lavoro, che appartiene ad un momento determinante per la cultura austriaca, tra decadenza, accentuazione e negazione della visuale romantica, sono l'asciuttezza e la libertà di scrittura.
Nel Quartetto tutto pare muovere e germogliare in una dimensione onirica, tra immagini in dissolvenza, ora spaventevoli, ora rassicuranti.

Perciò la forma sfugge alle schematizzazioni, volgendo a un dinamismo imprevedibile per il quale è ben funzionale la lacerazione dell'armonia consonante.
Il Quartetto, in sostanza, meriterebbe molta più attenzione di quanta non ne abbia attualmente, perché risulta essere una partitura fondamentale, quasi profetica, seppur segnata da una frammentarietà che ne rende difficile l'assimilazione.

I tempi sono 4: il primo consta di un'introduzione "Grave", d'atmosfera cupa e tragica che sfocia in "Allegro: Leidenschaftlich bewegt" ("Appassionato agitato"), interrotto più avanti dalla ripresa della sezione lenta.
Seguono lo "Scherzo: Allegro" di taglio beethoveniano, un ampio "Adagio" che ondeggia tra compostezza religiosa e lirismo sensuale, quindi il "Finale: Sehr lebhaft" ("Molto vivace") che indulge ad una leggerezza ombrosa, talora sottilmente umoristica.

Il Quartetto fu eseguito e pubblicato nel 1903, molti anni dopo il periodo di composizione.

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