L'oca del Cairo
Dramma giocoso (incompiuto)
di Giambattista Varesco
PERSONAGGI
Don Pippo,
marchese di Ripasecca, innamorato di Lavinia e credutosi vedovo di, Basso
Donna Pantea, sotto nome di Sandra, sua moglie, Soprano
Celidora, loro unica figlia, destinata sposa
al Conte Lionetto di Casavuota, amante di, Soprano
Biondello, gentiluomo ricco di Ripasecca, Tenore
Calandrino, nipote di Pantea, amico di Biondello ed amante corrisposto di, Tenore
Lavina, compagna di Celidora, Soprano
Chichibio, mastro di casa di Don Pippo, amante di, Basso
Auretta, cameriera di Donna Pantea, Soprano
SCENA PRIMA
Camerone nel palazzo del Marchese comune
a tutta la servitù, con varie porte, per cui
s'entra nelle anticamere. Vi si vedono tavole,
sedie, panche, livree, vesti di camera, ed altri
vestiti appiccati alla muraglia. Chichibio,
Auretta, servitori, e serve, con altrettanti
perrucchiere, da' quali si fanno tutti acconciare
il capo all'ultima moda, e cantano il seguente:
CORO:
Gran cuccagna, gran bagordi.
Fuora, fuora ventri ingordi;
Oggi s'ha ad empir il sacco
Ché la reggia è qui di Bacco,
Del tripudio, e del piacer.
PARTE DEL CORO:
Al sposino, al buon vecchietto
Scaldi Amor il freddo petto.
Mai d'amici provi inopia,
Goda in pace il cornucopia,
Noi godrem del suo goder.
(Finito il Coro, Chichibio, ed ognuno
de' domestici paga, e licenzia il suo
perrucchiere. Tutti parton fuorché
Auretta, ch'è l'ultima ad esser pettinata,
e Chichibio, che passeggiando in
disparte osserva, ed ascolta il tutto.)
AURETTA:
Sempre la più gentile, e la più bella
È l'ultima servita: Ora vediamo.
(Si guarda nello specchio)
Sì, son contenta, eccovi un mezzo scudo.
PERRUCCHIERE:
Illustrissima...
AURETTA
(ridendo):
A me?
Perché non Eccellenza?
PERRUCCHIERE:
Eccellenza, se vuol, giacch'è la moda
Perdoni...
AURETTA:
È forse poco?
PERRUCCHIERE:
(timido)
Non già, vorrei sol dire...
Che servii per amor, che per lei moro.
AURETTA:
Quand'è così... sentite: anch'io v'adoro.
CHICHIBIO:
(da sé)
O che moneta falsa!
AURETTA:
Egli è pagato.
(Rimette il danaro in tasca: il Perrucchiere
parte consolato.)
SCENA SECONDA
Calzolaio, Auretta; Chichibio in disparte.
CALZOLAIO:
Ecco le scarpettine.
AURETTA:
Ahimè!
CALZOLAIO:
Che dice?
AURETTA:
Mi paion strette.
CALZOLAIO:
Ho meco la misura
E se un tantin vi manca, il feci appunto
Perché disse, che suol calzare stretto
Questo non è difetto: già la pelle
Si lascia ben presto.
AURETTA:
E ver. Or dite:
Quanto vi devo?
CALZOLAIO:
Nulla mia Signora;
Mi meraviglio.
AURETTA:
No, ditemi pure.
CALZOLAIO:
Giacché saper lo brama,
Scusi chi pena, ed ama:
Ardo per lei d'amor,
Bastami un picciol nicchio in quel bel core.
AURETTA:
Non solo un picciol nicchio, ma un nicchione.
Io vi ringrazio.
(Da se')
(O quanto sei minchione!)
(Il Calzolaio parte allegro). -
CHICHIBIO
(da sé)
Oh maledetta! il fegato, la milza
Arder mi sento.. . eccone un'altro.
SCENA TERZA
Sartore, Auretta; Chichibio in disparte.
AURETTA:
O caro!
Voi siate il benvenuto; e 'l mio bustino?
SARTORE:
Eccolo mia Signora.
AURETTA:
O bello, o bel; ma il taglio
Non gli è di troppo lungo?
SARTORE:
Non son tre settimane,
Che venni da Parigi:
Tutte le Parigine
Lo portano così.
AURETTA:
Dunque è la moda?
SARTORE:
Anzi, Signora sì.
AURETTA:
Vediamo adesso il conto.
SARTORE:
Il conto è bell'e fatto: un'occhiatina,
Un vezzo, un bel sorriso
Un po' di speme...
AURETTA:
(Oh che merlotto!) intendo
Voi siete tutto mio,
Sperate pur, ci rivedremo. Addio.
(Il sartore parte giubilando).
AURETTA:
Così si fa:
Due paroline,
Quattro occhiatine,
Ci fruttan più,
Che non si crede,
(accenna a Chichibio)
E non s'avvede
Chi amar non sa.
CHICHIBIO:
Così si fa?
A civettine
Innocentine
Come sei tu
Chi presta fede,
Or ben si avvede,
Ch'è un baccalà.
AURETTA:
Tu mi fai torto,
Non son mai giunta
A offender te.
CHICHIBIO:
Mi vedrai morto
Dal mal di punta,
Già crepo, ahimè!...
AURETTA:
Non morir, mia speme amata
Gran pazzia sarebbe affé!
CHICHIBIO:
Ah, già l'alma è stivalata,
E rimedio più non c'è!
AURETTA:
(piange)
Al mio pianto cedi almeno.
CHICHIBIO:
(piange anch'egli)
Di ricotta ho il cor nel seno.
AURETTA:
Dunque dì...
CHICHIBIO:
Che vuoi da me?
AURETTA e CHICHIBIO:
Siamo amici, siamo amanti,
Io son tua/tuo da capo a piè.
Non più smorfie, non più pianti,
Vanne al diavol gelosia!
Sia ricetto l'alma mia
Sol d'amor e sol di fé!
SCENA QUARTA
Calandrino, Auretta, Chichibio.
CALANDRINO:
Sono i primi a spuntar in sul mattino
La rosa, e 'l gelsomino,
Così Auretta, e Chichibio.
CHICHIBIO:
E'l malandrino.
CHICHIBIO:
Auretta mia, Chichibio, vi saluto.
AURETTA:
Son serva sua.
CHICHIBIO:
Buon giorno a noi Signori.
CALANDRINO:
Ditemi, il Signor zio, di Ripasecca
Il Marchese, Don Pippo, il dolce sposo
Per le cui nozze esulta il mondo tutto,
E già si veste d'or il biondo Dio,
Non peranco lasciò
Le vedove sue piume?
CHICHIBIO:
In quest'ora ha costume
Di prima riscaldarle
Con potenti sospir, e poi lasciarle.
CALANDRINO:
Già aperta è la famosa
Solennissima fiera,
Che sol per questa sera
Quel vecchio rimbambito di Don Pippo
Convocò da ogni parte, affinché fosse
Spettacolo pomposo alle sue nozze,
E a quelle della figlia;
Ma non fia meraviglia,
S'ei, che cerca lo scorno di Biondello,
Cadrà nel trabocchello come certi
Pifferi di montagna sciagurati,
Che iti per pifferar fur pifferati.
Ch'ei dorma ancor non credo.
AURETTA:
Sentiremo a momenti
Lo svegliarin.
CALANDRINO:
Deh fatemi il piacere,
Caro Chichibio mio, ite a vedere,
Se nuota ancor in Lete, oppur s'è desto.
CHICHIBIO:
Questo lo posso far;
(da sé)
(Ma torno presto.)
Se nuota ancora in letto?... o sposo dolce!
O povera Lavina!
Se pesce tu ti fai, sarai tonnina.
(Parte.)
SCENA QUINTA
Auretta, e Calandrino.
CALANDRINO:
Auretta mia vezzosa,
Ditemi in confidenza
Come stiamo d'amanti?
AURETTA:
Oh, lei mi burla;
Di questo brutto ceffo
Nissuno s'innamora, al sol Chichibio
Il brutto piace.
CALANDRINO:
In questo ei non è stolto;
Voi mi piacete molto,
Bellissima voi siete;
Ma, gli siete fedele?
AURETTA:
E come!
CALANDRINO:
Ed egli
Serbavi fedeltà? Non è geloso?
AURETTA:
All'eccesso.
CALANDRINO:
E se mai
In questa positura
Ei ci trovasse?
(l'abbraccia)
AURETTA:
Oh guai!
CALANDRINO:
Per esempio, s'io dicessi:
Bella Auretta,
Vezzosetta,
Fortunata vi vorrei,
Non c'è mal da far processi;
Se v'abbraccio,
Sol lo faccio
Per dir ciò, che bramerei;
Ma poi, se m'accorgessi,
Che già montasse in bestia,
Con tutta la modestia
Discorso cangerei.
AURETTA:
Oh me meschina! ei viene,
E ci ha veduti.
CALANDRINO:
Non vi scomponete,
Restiam così.
SCENA SESTA
Chichibio e detti (fingono non vederlo,
Chichibio s'avanza pian piano ascoltando).
CALANDRINO:
Così stavano stretti
Come Dafne, ed Apollo
I semplicetti amanti, e l'una, e l'altro
A vedermi rimase a chiuso labbro
Tinto il volto di rose, e di cinabro.
AURETTA:
Se fosse qui nascoso,
Quell'Argo mio geloso,
Oh poverina me!
Direbbe: oh maledetta,
Pettegola, fraschetta!
La fedeltà dov'è?
Pur sono innocente.
Se fosse presente,
Direbbe fra sé:
Oh qui non c'è pericolo;
Un caso sì ridicolo
Goder si deve affé.
CHICHIBIO
(accostandosi):
Un caso sì ridicolo
Goder si deve affé!
CHICHIBIO:
Buon pro', Signori.
AURETTA:
Ridi, ah ridi, Chichibio.
CALANDRINO:
Ecco la scena,
Che vidi poco fa tra Lisa, e Tirsi.
CHICHIBIO:
Bella sarà, ma ridere non posso.
CALANDRINO:
Dorme Don Pippo?
CHICHIBIO:
Ah, che ha il Demonio addosso.
AURETTA:
Dimmi, che mai è stato?
CALANDRINO:
A lui andaste?
CHICHIBIO:
Ah non ci fossi andato.
AURETTA:
Entrasti?
CHICHIBIO:
Entrai Pian Pian allorché intesi
Lamentevole voce
Di dolente usignuol.
CALANDRINO:
E che diceva?
CHICHIBIO:
Vieni Imeneo!
AURETTA:
E tu?
CHICHIBIO:
Eccomi, dissi.
CALANDRINO:
Ed egli?
CHICHIBIO:
A me pazzo, ignorante? ad un par mio?...
Né molto vi mancò, che tutto tutto
Non mi versasse in capo
Il vaso di Pandora: onde so dirvi,
Ch'egli è purtroppo desto.
S'ode il campanello di Don Pippo.
AURETTA:
Il segno è questo,
Che vuol vestirsi.
CALANDRINO:
Io me ne vado. A lui
Verrò frappoco, addio.
(In traccia voglio andar dell'Idol mio.)
(Parte)
CHICHIBIO:
(con ironia)
Vanne, Auretta fedele,
E tu co' vezzi tuoi
Lo calma.
AURETTA:
E tu non vieni?
CHICHIBIO:
Io verrò poi.
(Auretta parte).
Quanto meglio staresti, Auretta mia
Chiusa con Celidora, e con Lavina
In quella torre. Il mondo al fin direbbe,
Come si dice ognora:
Don Pippo a Celidora
Non vuol sposo Biondello,
Ma il Conte Lionetto. Essere sposo
Vuol Don Pippo a Lavina, e n'è geloso.
Or ci saria la coda;
Direbbesi, ch'è moda
L'intendersi fra loro
I servi, ed i padroni; onde d'accordo
Tengono là in prigion le lor ragazze.
E il servo, ed il padron son teste pazze.
Spira oggi l'anno appunto, che Biondello
Al Marchese giurò d'entrar con arte,
O con denaro in quella torre, e poi
Celidora sposar. Don Pippo astuto
Rise, e disse di sì.
Biondello è ancor qui.
Stiamo a vedere
S'oggi riesce al fin. Biondello mio,
Lasciala, te 'l dich'io, lasciala in rocca:
Meglio forse sarà se non ti tocca.
Ogni momento
Dicon le donne
Siamo colonne
Di fedeltà.
Ma picciol vento
D'un cincinnato
Inzibettato
Cader le fa.
Non dico delle brutte;
Son sode quasi tutte,
Se vento non ci va.
Delle belle
Vanarelle
Io non parlo;
Già si sa,
Già si vede
Che la fede
Nelle belle
È rarità.
(Parte.)
SCENA SETTIMA
Veduta interiore della rocca. Camera
di Celidora nella rocca stessa.
Celidora e Lavina, che ricamano.
CELIDORA:
Dura sorte d'una amante,
Che si nutre di speranza,
E se vien l'estremo istante,
Dubitare deve ancor!
S'egli pasce d'incostanza,
Perderà i suoi servi Amor.
LAVINA
(scherzando).
A me tocca lagnarmi, e non a voi,
Amabil Contessina.
Non è poi gran rovina, e a tutto male,
Se la forza prevale,
E un giovine perdete,
D'altro giovine al fin sposa voi siete;
Ma a me così non va;
Per mia fatalità
S'io perdo Calandrino,
Ad un vecchio m'accoppia il rio destino.
CELIDORA
(con dolce ironia):
Marchesina mia cara, o mamma mia!
Altro per me non v'è fatto a pennello,
Che il mio dolce Biondello, e s'io lo perdo,
Altri dell'amor mio non si lusinghi.
Pria passerò solinghi
Rinchiusa in questa rocca i giorni miei.
E d'altro io non sarei s'io fossi Europa,
E scendesse per me Giove qual toro.
Unico mio ristoro
Egli è, che il Conte Lionetto è savio,
Né ancora mai rispose
A quanto il padre mio già gli propose.
Ama la libertà, vuol viver solo,
Siegue il proverbio antico,
E so, che ad un amico,
Più d'una volta già s'ha dichiarato:
Meglio esser sol, che mal accompagnato.
LAVINA
(come sopra):
Contessina mia figlia...
CELIDORA:
Ah tralasciamo
Questi titoli vani.
LAVINA:
Io sol m'avvezzo
Così a chiamarvi in caso.. .
CELIDORA:
In ogni caso noi saremo amiche.
(Si baciano.)
LAVINA:
Dunque, amica, per te se v'è un ristoro,
Niun ci sarà per me?
CELIDORA:
Sì, la speranza.
Ah sì, che i fidi amanti
Sempre veglian per noi. Ma la custode
(S'ode il campanello della custode.)
A sé m'appella, forse per le nozze
Gli ordini mi darà. Io vado a lei
Tu vanne alla tua stanza, ivi, o in giardino
M'attendi, or'or gli amici
Saranno al varco.
(Parte.)
LAVINA:
Sì, sarem felici.
Bella sorte d'una amante
Cui, se visse di speranza,
Alla fin l'estremo istante
Ricompensa ogni dolor.
Chi in amor non ha costanza
Mai non prova amico Amor.
(Parte.)
SCENA OTTAVA
Appartamento di Don Pippo.
Don Pippo in vesti di camera, poi
Auretta, indi Chichibio.
DON PIPPO:
Pazzissimo Biondello! Il giorno è questo,
Che resterai scornato,
Spolpato, spennacchiato. Un anno intiero
Non ti bastò di tempo
Per ficcar quel tuo naso nella rocca
E conseguir mia figlia? Oh quanto meglio
Direbbe il motto su quel tuo portone,
Che sì erudito par, e sì facondo:
Il più pazzo di me non vide il mondo!
AURETTA:
Eccellenza, buongiorno!
DON PIPPO:
O mia diletta, o melliflua Auretta!
AURETTA:
Che comanda?
DON PIPPO:
Tu sei la mia Didone,
E dopo le mie nozze, immantinente
Esser vogl'io Enea, il tuo servente.
AURETTA:
Capperi! questa sì sarìa fortuna !
DON PIPPO:
Ma Chichibio che fa?
AURETTA:
Batte la luna.
DON PIPPO:
È reo di crimen lese:
Inarca il ciglio... sogna...
AURETTA:
Forse le nozze?
DON PIPPO:
Appunto! Citerea,
Le Grazie e gli Amoretti
All'Eccellenza mia
Festeggiavano intorno.
Era sul far del giorno, e mentre andavo
In dolce visibilio, il maledetto
Destommi, e mi trovai solo nel letto.
AURETTA:
Chichibio non ne ha colpa, ei non sapea...
DON PIPPO:
Sarà così, se tu lo dici; adunque
Pastosissima Auretta
In grazia tua, e già, che sposo io sono,
Venga, mi baci il lembo e gli perdono!
(Accenna il lembo della veste.)
(Entra Chichibio.)
AURETTA:
Eccolo qui!
DON PIPPO:
Chichibio, quel ch'è stato
È stato. Ora m'udite
E tutti i cenni miei fidi eseguite!
Siano pronte alle gran nozze
Cento e trenta e sei carrozze.
Da ippogrifi sian tirate,
Che i più lesti son di piè.
All'Ariosto domandate
La lor stalla omai dov'è.
Le camicie a centinaia,
Calze e scarpe cento paia
Le perrucche di Strigonia
Siano in punto trentatré.
Già verran di Babilonia
Coi pennacchi i miei lacchè.
AURETTA:
E i vestiti, ed i cappelli?
DON PIPPO:
Tutte l'ore nuovi, e belli.
CHICCHIBIO:
Gioie, fibbie, occhiali, e guanti?
DON PIPPO:
Non vuò cederla ad un re;
Tutto sia di brillanti
Di colore mordorè.
(Ad Auretta:)
A te raccomando
La stalla, e cantina,
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Staffieri, scudieri,
E i cabriolè.
(A Chichibio:)
Tu, va preparando
Dispensa, cucina,
I letti, confetti,
Liquori, e caffè,
E quando comando
Sia pronto il suppé.
(Sta pensando.)
AURETTA:
O questa sì, ch'è bella,
In stalla una zitella
Farà comparsa affé.
CHICHIBIO:
Oh questa è graziosina,
Farò una gelatina,
Farò un buon fricassé.
DON PIPPO:
Andate,
(Sono per partire.)
Restate,
(Si fermano.)
Udite, partite
(Partono ridendo.)
Ognun badi a sé.
Qual giorno felice
Godere mi lice
Qual gioia per me !
(parte)
SCENA UNDICESIMA
A destra, mura, che rinchiudono la città, di cui
si vedranno gli edifici più alti. Queste formano
un semicircolo, il quale ha in prospettiva una
fortezza, di cui non si vede che la parte di
dietro, cioè il rovescio d'una fabbrica antica
con una torre alta quattro piani. Fra questa
fabbrica, e le muraglie, che la circondano,
dalle cime d'alti cipressi si conoscerà esservi
un giardino. Avanti le mura della rocca si
vedrà una gran fossa con bastione, che va a
finire con un folto bosco, che si vede dietro alla
fortezza, e viene a terminare la parte sinistra
del semicircolo, opposta alle mura della città.
Nell'angolo della muraglia, che si perde fra il
bosco, si vede un pertugio come una porta
diroccata ricoperto di frondi degli alberi vicini,
da cui sogliono segretamente uscire le due
donzelle.
Biondello, poi Celidora; Calandrino, poi
Lavina.
BIONDELLO:
L'ultima volta al fin, mura adorate
Il tergo mi mostrate, e pria, che Febo
Agli antipodi scenda,
Vedrovvi il sen. All'arte, alle ricchezze,
A queste mie bellezze la tua torre,
Scimunito Don Pippo,
Oggi ceder vedrai, e darle il sacco
Stimo men d'una pippa di tabacco.
Che parli, che dica
Quel viso di pazzo;
Ho Venere amica,
Cupido è per me.
De' matti non curo
La furia, e schiamazzo:
Del mio, più sicuro
Trionfo non c'è.
Oh quanto voglio ridere
Stasera a quel suppé;
Sentir quel vecchio a stridere
E un gran baccano affé.
Ma parmi là in quel lato,
Che si muovan le frondi.
In quell'ombroso speco
Voglio celarmi, e vuo', s'è Celidora,
Sorprenderla, pian pian uscendo fuora.
(Si nasconde.)
CELIDORA
(esce dal pertugio):
S'oggi, oh dèi, sperar mi fate
La mia cara libertà;
Ah di me non vi burlate;
Sarìa troppa crudeltà.
BIONDELLO
(uscendo):
Qui, son io, pupille amate,
Dubbio alcun non vi sarà.
A Don Pippo le risate
Questa sera ognun farà.
LAVINA
(uscendo dal pertugio):
Chi mi addita quel ch'adoro?
Calandrino mio dov'è?
S'ei non vien, zitella io moro;
Non v'è medico per me.
CALANDRINO:
Ecco qui, mio bel tesoro,
Ho un buon recipe per te,
Buone nuove a tuo ristoro,
Presto udrai il come, il che.
CELIDORA e LAVINA:
Mafia vero
Oppur mentite?
Badate e dite
La verità!
CALANDRINO e BIONDELLO:
Amor sincero
Menzogne ardite
Mai proferite
Certo non ha.
BIONDELLO:
In un amico
Confido e spero.
CALANDRINO:
Io ve lo dico:
Oggi verrà!
TUTTI:
Ma qui ti voglio,
E se non viene?
Un bell'imbroglio
Sarebbe affé.
CALANDRINO:
Zitti, zitti, or mi sovviene...
O la barca di Caronte,
O di Coclite quel ponte...
CELIDORA, LAVINA, BIONDELLO:
Meglio il ponte piace a me.
TUTTI:
Questo è l'unico espediente,
Or si vada a trovar gente
Fuora, fuora! All'armi, all'armi!
Qui fatica non si sparmi,
Non si guardi, non si tardi!
Più non chiedasi il perché!
(Biondello e Calandrino partono.)
(SCENA DODICESIMA, SCENA TREDICESIMA, SCENA
QUATTORDICESIMA)
Calandrino, fuori di sé, annuncia che Pantea
non è potuta giungere a causa di una tempesta.
Questa, travestita da mora, avrebbe dovuto
presentare alla fiera di carnevale la finta oca
del Cairo, un meraviglioso congegno a forma
di oca ideato da Calandrino, il cui meccanismo
viene azionato da un uomo nascosto al suo
interno: riuscendo a convincere Don Pippo
a presentare l'oca alle ragazze prigioniere,
sarebbe stato possibile a Biondello ivi
nascosto di entrare nella torre. Ma
l'imprevisto costringe ad imbastire un nuovo
piano in quattro e quattr'otto: con la massima
rapidità ed il concorso di tutti si costruirà un
ponte che raggiunga la torre, mentre Auretta e
Chichibio impediranno a Don Pippo di uscire
dalla sua stanza, sottraendogli tutti i vestiti.
SCENA QUINDICESIMA
Veduta antecedente della rocca. Calandrino
e Biondello con falegnami, che portano
la legna per il ponte, poi Celidora,
e Lavinia salite per mezzo di una scala
a mano sopra le mura indi Chichibio
e Auretta, alla fine Don Pippo con guardie
della rocca.
CALANDRINO:
Su via, putti, presto, presto!
Impiantate cavalletti,
E le travi
Colle chiavi
Rassodatele a dover!
BIONDELLO:
Capomastro, siate lesto,
Solo un'asse vi s'assetti
Senza chiassi,
Purch'io passi
Senz'avervi da cader.
LAVINA:
Corri, corri, Celidora!
Qui si suda, e si lavora,
Per la nostra libertà.
CELIDORA:
Bravi, bravi, allegramente!
Già vi manca poco o niente,
E contento ognun sarà.
CELIDORA, LAVINA, BIONDELLO,
CALANDRINO:
A quel vecchio maledetto,
Mostreremo i fichi freschi;
E quel conte Lionetto
Con gran naso resterà.
Ce la godremo
Poi questa sera,
E rideremo
In verità.
CELIDORA, LAVINA:
Ma se il Marchese
Ci arriva addosso?
TUTTI:
A nostre spese
Si riderà!
AURETTA:
(frettolosa):
Miei signori, oh guai!
CELIDORA, LAVINA, BIONDELLO,
CALANDRINO:
Cosa dici?
Che mai fu?
AURETTA, CHICHIBIO:
Il padrone è già sortito,
Il Marchese non c'è più.
CALANDRINO:
Sarà forse andato in fiera
A comprare qualche cosa
Per Lavina sua sposa,
Qui venir non penserà.
CELIDORA, LAVINA, BIONDELLO,
CALANDRINO:
Ma, se pur venirci pensa,
Poiché il diavol non fa festa,
Io scommetto la mia testa
Ch'ognun mal la passerà.
CHICHIBIO:
Andiam spiando
Auretta mia
Per ogni via
Della città.
AURETTA:
Andiam. Se a caso
Qui 'l caccia il vento
In un momento
Saremo qua.
(Auretta e Chichibio
partono, poi ritornano.)
DON PIPPO
(da sé, di lontano):
Corpo di Satanasso!
Cosa vuol dir quel chiasso?
Che diavol si lavora?
Che gente è quella lì?
CELIDORA, LAVINA, BIONDELLO,
CALANDRINO
(sottovoce):
Ma il ponte non va avanti,
Pur gl'uomini son tanti,
Travaglian più d'un ora.
Che gente è questa qui?
DON PIPPO
(verso la porta della rocca):
Fuora, guardie della rocca,
Collo spiedo, e colla rocca,
Ite meco, e quei bricconi
Siate preste ad arrestar.
CELIDORA, LAVINA, AURETTA,
CHICHIBIO, BIONDELLO, CALANDRINO:
Viene la guardia!
Ah, siam traditi!
Siamo spediti,
Ahimè, ahimè!
(Auretta e Chichibio corrono.)
TUTTI con DON PIPPO:
Non c'è più tempo,
Non c'è ragione,
Andar prigione
Convien affé !
DON PIPPO:
Io sono offeso!
La mia Eccellenza
La prepotenza
Soffrir non de'!
(Alle ragazze):
E voi pettegole,
La pagherete,
V'accorgerete
Dopo il suppé!
LAVINA:
Io cercavo il cardellino,
Che di gabbia mi fuggì.
CELIDORA:
Ascoltavo un canarino,
Il cui canto mi rapì.
DON PIPPO:
Voi tacete, siete pazze,
Questa è tutta falsità!
TUTTI escluso DON PIPPO:
Non han colpa le ragazze,
Tu sei pazzo già si sa.
DON PIPPO:
Su via, guardie, li prendete,
In prigion il conducete,
Ed ognun si pentirà.
TUTTI escluso DON PIPPO:
Se voi guardie vi movete,
Il bastone proverete,
Ed ognun si pentirà.
DON PIPPO:
Aito, all'armi, o miei soldati!
Orsù via! Venite a' fatti,
Si vedrà chi vincerà.
TUTTI escluso DON PIPPO:
Resteranno minchionati,
A restar saremmo matti,
Si vedrà chi vincerà.
(Scappano tutti via e le guardie con
Don Pippo gli corrono dietro.)
APPENDICE
CHICHIBIO:
Ho un pensiero nel cervello
Onde fo la conclusione,
Che Biondello in battello
Quella torre vuol scalar.
AURETTA:
Senti il mio ch'è ancor più bello:
Tu sei pur, o fanfarone,
L'asinello, pazzarello,
Che per l'aria vuol volar.
CHICHIBIO:
Obbligato, obbligato!
Ma cerchiamo quella chiave.
AURETTA:
Ben l'approvo, ben l'approvo ma,
A DUE:
Ma ove sia, chi potrìa
In cent'anni indovinar?
AURETTA:
A temer le guardie abbiamo!
CHICHIBIO:
Se d'Astolfo il corno trovo,
Son chi sono, con quel suono
Quelle guardie vuo' scacciar.
CHICHIBIO e AURETTA:
Ma ad un corno non pensiamo,
Già col tempo se 'l itrova
Or pensiamo a quel che giova
Altri e noi a consolar.
F I N E
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