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Wolfgang Amadeus Mozart

(1756 - 1791)

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The Operas of  W. Amadeus Mozart

 

Mitridate, re di Ponto


Dramma per musica in tre atti
di Vittorio Amedeo Cigna-Santi

PERSONAGGI

Mitridate, Re di Ponto e d'altri regni, amante d'Aspasia, Tenore
Aspasia, promessa sposa di Mitridate, e già dichiarata Regina, Soprano
Sifare, figliuolo di Mitridate e di Stratonica, amante d'Aspasia, Soprano
Farnace, primo figliuolo di Mitridate, amante della medesima, Contralto
Ismene, figlia del re de' Parti, amante di Farnace, Soprano
Marzio, tribuno romano, amico di Farnace, Tenore
Arbate, governatore di Ninfea, Soprano



Atto I
Atto II
Atto III




ATTO PRIMO

SCENA PRIMA
Sifare con seguito d'uffiziali e soldati, ed
Arbate coi Capi de' cittadini, uno de' quali
porta sopra un bacile le chiavi della città.
Piazza di Ninfea, con veduta in lontano della
porta della città.

ARBATE:
Vieni, Signor. Più che le mie parole
L'omaggio delle schiere.
Del popolo il concorso, e la dipinta
Sul volto di ciascun gioia sincera
Abbastanza ti spiega in questo giorno
Quanto esulti Ninfea nel tuo ritorno.

SIFARE:
Questi di vostra fede
Contrassegni gradisco. Altri maggiori
Però ne attesi, e non dovea ricetto
Qui Farnace trovar.

ARBATE:
Del regno adunque
Può già la gelosia render nemico
Sifare del german?

SIFARE:
La bella Greca
Che del gran Mitridate
Gli affetti meritò, di questo seno
Fu pur anche la fiamma, ed è la prima
Cagion, benché innocente,
Delle gare fraterne.

ARBATE:
Oh quanto ti precorse
Colle brame e coi voti
Il dolente suo cor!

SIFARE:
Se il ver mi narri
Molto a sperar mi resta, e tutto io spero,
Se di Roma fra il servo, e fra'l nemico
Osa Arbate appigliarsi
Al partito miglior.

ARBATE:
Se l'oso! E puoi
Dubitarne, o Signor? Forse m'è ignoto
Che Colco è tuo retaggio, e che fu sempre
Il Bosforo soggetto a chi di Colco
Siede sul soglio? Il tuo voler soltanto
Rendimi noto. Io già quel zelo istesso,
Che al tuo gran genitore
Mi strinse, in tuo favore
Qui tutto impegno, e tu vedrai Farnace,
Mercé del mio valor, della mia fede,
Girne altrove a cercar e sposa, e sede.
(Parte col suo seguito.)

SCENA SECONDA
Sifare col seguito ed Aspasia.

SIFARE:
Se a me s'unisce Arbate
Che non posso ottener?

ASPASIA:
Il tuo soccorso,
Signor, vengo a implorar. Afflitta, incerta,
Vedova pria che sposa al miglior figlio
Di Mitridate il chiedo. Ah non fia vero,
Che il sangue, che t'unisce al tuo germano,
D'una infelice al pianto
Prevalga in questo dì. Barbaro, audace,
Ingiurioso al padre, egli al mio core,
Ch'è libero, e che l'odia, impone amore.
Ma se pietà non senti,
Signor de' mali miei, se in mia difesa
Non t'arma il mio dolor, vedrai, tel' giuro,
Là su quell'ara ove aspettata io sono
Come allor che lo sforza un reo tiranno
Sappia un cor disperato uscir d'affanno.

SIFARE:
Regina, i tuoi timori
Deh calma per pietà. Finch'io respiro
Libero è il tuo voler, e andrà Farnace
Forza altrove ad usar. Ma chi t'adora,
Se chiami delinquente
Sappi, ch'io son di lui meno innocente.

ASPASIA:
(Che ascolto, oh Ciel!)

SIFARE:
Non ti sdegnar: diverso
Dall'amor del germano
Di Sifare è l'amor. No, mia conquista,
Se da lui ti difendo,
Non diverrai. Ma quando
T'avrò resa a te stessa, ove risolvi
Volgere i passi tuoi? A me permesso
Sarà l'accompagnarti? abborrirai
Quanto il nemico il difensore? Ed io,
Per premio di mia fé, per compiacerti,
Risolvere dovrò di non vederti?

ASPASIA:
Dello stato in cui sono
Prence, se sei cortese,
Tanto non t'abusar.

SIFARE:
Io non ne abuso
Allor, che ti difendo
Senza sperar mercé, quando prometto,
Bell'Aspasia, ubbidirti, e poi celarmi
Per sempre agli occhi tuoi.

ASPASIA:
Forse prometti
Ciò, ch'eseguir non sei capace.

SIFARE:
E ad onta
De' giuramenti miei dunque paventi,
Ch'io possa teco ancora
Tiranno divenir?

ASPASIA:
Contro Farnace
Chiedo aita, o Signor. Dall'empie mani
Salvami pria: quest'è il mio voto. Allora
D'usarmi iniqua forza
D'uopo non ti sarà, perch'io t'accordi
Di vedermi il piacer, e tu fors'anche
Meglio conoscerai qual sia quel core,
Ch'ora ingiusto accusar puoi di rigore.
Al destin, che la minaccia,
Togli, oh Dio! quest'alma oppressa,
Prima rendimi a me stessa
E poi sdegnati con me.
Come vuoi d'un rischio in faccia,
Ch'io risponda a' detti tuoi?
Ah conoscermi tu puoi
E'l mio cor ben sai qual è.
(Si ritira.)

SCENA TERZA
Sifare col suo seguito.

SIFARE:
Qual tumulto nell'alma
Quel parlar mi destò! Con più di forza
Rigermogliar vi sento,
Speranze mie quasi perdute.Un nuovo
Sprone per voi s'aggiunge
Oggi alla mia virtù. Tronchinsi ormai
Le inutili dimore e la mercede
Che prometter mi sembra il caro bene,
Ah si meriti almen, se non s'ottiene.
Soffre il mio cor con pace
Una beltà tiranna,
L'orgoglio d'un audace,
No, tollerar non sa.
M'affanna, e non m'offende
Chi può negarmi amore
Ma di furor m'accende
Chi mio rival si fa.
(Parte col suo seguito.)

SCENA QUARTA
Tempio di Venere con ara accesa ed adorna
di mirti e di rose. Farnace, Aspasia, soldati
di Farnace all'intorno, sacerdoti vicini all'ara.

FARNACE:
Sin a quando, o Regina,
Sarai contraria alle mie brame? Ah fuggi,
Sì, fuggi, e meco vieni.
Te impaziente attende
Di Ponto il soglio, e ognun veder ti brama
Sua Regina e mia sposa. All'ara innanzi
Dammi la destra, e mentre
Con auspizio più lieto
S'assicura il diadema alle tue tempia,
Le promesse del padre il figlio adempia.

ASPASIA:
Per vendicare un padre
Dai Romani trafitto
Scettri io non ho non ho soldati, e solo
Unico avanzo delle mie fortune
Mi resta il mio gran cor. Ah, questo almeno
Serbi la fé dovuta al genitore,
Né si vegga la figlia
Porger la man sacrilega, ed audace
All'amico di Roma, al vil Farnace.

FARNACE:
Quai deboli pretesti
Son questi, che t'infingi, e chi ti disse
Che amico a Roma io son? Sposa or ti voglio
(la piglia a forza per mano)
E al mio dovere ormai contrasti invano

ASPASIA:
Sifare. dove sei?
(guardando agitata per la scena.)

SCENA QUINTA
Sifare con soldati e detti.

SIFARE:
Ferma, o germano,
Ed in Aspasia apprendi
Sifare a rispettar.

FARNACE
(ad Aspasia con risentimento):
Intendo, ingrata,
Meglio adesso il tuo cor. De' tuoi rifiuti
Costui forse è cagion. Ei di Farnace
È amante più felice, e men ti spiace.

SIFARE
(a Farnace):
Suo difensor qui sono, e chi quel core
Tiranneggiar pretende
Di tutto il mio furor degno si rende.

FARNACE:
Con tanto fasto in Colco
A favellar sen vada
Sifare a' suoi vassalli.

SIFARE:
In Colco, e in questa
Reggia così posso parlar.

FARNACE:
Potresti
Qui pur le mie mani
Versar l'alma col sangue.

SIFARE
(vuol mettere mano alla spada
e così pure Farnace):
A tanto ardire
Così rispondo.

ASPASIA
(trattenendo i due fratelli):
Ah no, fermate.

SCENA SESTA
Arbate e detti.

ARBATE:
All'ire
Freno, Principi, olà. D'armate prore
Già tutto è ingombro il mar e Mitridate
Di se stesso a recar più certo avviso
Al porto di Ninfea viene improvviso.

SIFARE:
Il Padre!

FARNACE:
Mitridate!

ARBATE:
A me foriero
Ne fu rapido legno. Ah si deponga
Ogni gara fra voi, cessi ogni lite,
E meco il padre ad onorar venite.
L'odio nel cor frenate
Torni fra voi la pace,
O un padre paventate,
Che perdonar non sa.
S'oggi il fraterno amore
Cessa in entrambi, e tace,
Dal giusto suo rigore
Chi vi difenderà?
(Parte.)

SCENA SETTIMA
Farnace, Aspasia, Sifare; soldati dei due
principi e sacerdoti.

FARNACE:
Principe, che facemmo!

SIFARE:
Io nel cor mio
Rimproveri non sento.

ASPASIA:
(O ritorno fatal!) Sifare, addio.
Nel sen mi palpita
Dolente il core;
Mi chiama a piangere
Il mio dolore;
Non so resistere,
Non so restar.
Ma se di lagrime
Umido ho il ciglio,
È solo, credimi,
Il tuo periglio,
La cagion barbara
Del mio penar.
(Parte, e si ritirano pure i sacerdoti.)

SCENA OTTAVA
Farnace, Sifare e i loro soldati.

FARNACE:
Un tale addio, germano,
Si spiega assai; ma il tempo
Altro esige da noi. Ritorna il padre
Quanto infelice più, tanto più fiero;
Pensaci: in tuo favore
Tu pronte hai le tue schiere, a me non manca
Un altro braccio. Il nostro
Perdono si assicuri, a lui l'ingresso
Della città si chiuda
E giuste ei dia le leggi, o si deluda.

SIFARE:
Noto a me stesso io son, noto abbastanza
M'è il genitor: ma quando
Ritorna Mitridate
Più non so che ubbidir.

FARNACE:
Ad esso almeno
Cautamente si celi
Il segreto comun, né sia tradito
Dal germano il german.

SIFARE:
Saprò geloso
Anche con mio periglio
Fido german serbarmi, e fido figlio.
Parto. Nel gran cimento
Sarò germano, e figlio;
Eguale al tuo periglio
La sorte mia sarà.
Opera a tuo talento;
Né in me mancar già mai
Vedrai la fedeltà.
(Parte co' suoi soldati.)

SCENA NONA
Farnace, suoi soldati e Marzio.

FARNACE:
Eccovi in un momento
Sconvolti, o miei disegni.

MARZIO:
A un vil timore
Farnace ancor non s'abbandoni.

FARNACE:
E quale
Speranza a me più resta.
Se nemica fortuna
Sul campo mio tutto il suo sdegno aduna?

MARZIO:
Maggior d'ogn'altro fato
È il gran fato di Roma, e pria che sorga
Nel ciel novella aurora
Ne avrai più certe prove.

FARNACE:
Alla tua fede
Mi raccomando, amico: il mio periglio
Tu stesso vedi. In mia difesa ah tosto
Movan l'aquile altere, a cui precorre
La vittoria e il terror. Poi quando ancora
Sia di Roma maggior l'empio mio fato,
Ah si mora bensì, ma vendicato.
Venga pur, minacci, e frema
L'implacabil genitore.
Al suo sdegno, al suo furore
Questo cor non cederà.
Roma in me rispetti, e tema
Men feroce e men severo,
O più barbaro, o più fiero
L'ira sua mi renderà.
(Parte con Marzio, seguito dai suoi soldati.)

SCENA DECIMA
Porto di mare, con due flotte ancorate in siti
opposti del canale. Da una parte veduta della
città di Ninfea.

Si viene accostando al suono di lieta sinfonia
un'altra squadra di vascelli dal maggior de'
quali sbarcano Mitridate, ed Ismene, quegli
seguito dalla Guardia Reale e questa da una
schiera di Parti. Arbate con seguito gli
accoglie sul lido. Si prosiegue poi di mano in
mano lo sbarco delle soldatesche, le quali si
vanno disponendo in bella ordinanza su la
spiaggia.

MITRIDATE:
Se di lauri il crine adorno,
Fide spiaggie, a voi non torno,
Tinto almen non porto il volto
Di vergogna, e di rossor.
Anche vinto, ed anche oppresso
Io mi serbo ognor l'istesso
E vi reco in petto accolto
Sempre eguale il mio gran cor.
Tu mi rivedi, Arbate,
Ma quel più non rivedi
Felice Mitridate, a cui di Roma
Lungamente fu dato
Bilanciare il destin. Tutti ha dispersi
D'otto lustri i sudor sola una notte
A Pompeo fortunata, a me fatale.

ISMENE:
Il rammentar che vale,
Signor una sventura
Per cui la gloria tua nulla s'oscura?
Tregua i pensier funesti
Su quest'amico lido
Per breve spazio almeno abbian da noi.
Dove son, Mitridate, i figli tuoi?

ARBATE:
Dalla Reggia vicina
Ecco gli affretta al piè del genitore
Il rispetto, e l'amore.

SCENA UNDICESIMA
Sifare, Farnace dalla città e detti.

SIFARE:
Su la temuta destra
Mentre l'un figlio, e l'altro un bacio imprime
Tutti i sensi del cor, padre, t'esprime

MITRIDATE:
Principi, qual consiglio in sì grand'uopo,
E la Colchide e il Ponto
Che al tuo valor commisi e alla tua fede,
Vi fece abbandonar?

FARNACE:
L'infausto grido
Della tua morte l'un dell'altro ignaro
Qua ne trasse, o Signor. Noi fortunati,
Che nel renderci rei
Del trasgredito cenno il bel contento
Abbiam di riveder salvo chi tanto
Stato è finora e sospirato e pianto!

ISMENE:
Perché fra i suoi contenti
Dissimula Farnace
Quello, che prova in riveder la figlia
Del Partico Monarca?

FARNACE:
(Oh rimprovero acerbo!)

MITRIDATE:
Entrambi, o figli,
Men giudice, che padre
Voi qui mi ritrovate.
Il primo intanto
L'imprudente trascorso
Ad emendar tu sii, Farnace. Ismene
Che amasti, il so, viene tua sposa: in lei
Di Mitridate al combattuto soglio
Ravvisa un nuovo appoggio: al nodo eccelso,
Ch'io stesso ricercai, l'alma prepara.
E di tal sorte a farti degno impara.

FARNACE:
Signor...

MITRIDATE:
Ai regi tetti,
Dove in breve io ti seguo, o Principessa,
E Sifare, e Farnace
Scorgano i passi tuoi. Meco soltanto.
Rimanga Arbate.

ISMENE:
Io ti precedo, o Sire,
Ma porto meco in seno
Un segreto timor, che mi predice
Quanto poco il mio cor sarà felice.
In faccia all'oggetto,
Che m'arde d'amore,
Dovrei sol diletto
Sentirmi nel core,
Ma sento un tormento,
Che intender non so.
Quel labbro, che tace,
Quel torbido ciglio
La cara mia pace
Già mette in periglio,
Già dice, che solo
Penare dovrò.
(Parte ed entra nella città con
Sifare e Farnace, seguita dai Parti.)

SCENA DODICESIMA
Mitridate, Arbate, guardie reali ed esercito
schierato.

MITRIDATE:
Teme Ismene a ragion: ma più di lei
Teme il mio cor. Sappilo, Arbate, io stesso
Dopo il fatal conflitto
La fama di mia morte
Confermar tra voi feci, acciò che poi
Nel giungere improvviso
Non fossero gli oltraggi a me celati,
Che soffro, oh Dio! da due miei figli ingrati.

ARBATE:
Da due tuoi figli?

MITRIDATE:
Ascolta; in mezzo all'ira
Sifare da Farnace
Giusto è ben, ch'io distingua.
Ma qui che si facea? Forse hanno entrambi
Preteso amor dalla Regina? A quale
Di lor sembra che Aspasia
Dia più facile orecchio? Io stesso a lei
In quale aspetto ho da mostrarmi? Ah parla,
E quanto mai vedesti e quanto sai
Fa, che sia noto a Mitridate ormai.

ARBATE:
Signor, Farnace, appena
Entrò nella città, che impaziente
Corse a parlar d'amore alla Regina
A lei di Ponto il Trono
Colla destra di sposo offrendo in dono.

MITRIDATE:
Empio! senza lasciarle
Tempo a spargere almeno
Le lagrime dovute al cener mio!
E Sifare?

ARBATE:
Finora
Segno d'amore in lui non vidi, e sembra
Che, degno figlio a Mitridate, ei volga
Sol di guerra pensieri e di vendetta.

MITRIDATE:
Ma pur quale a Ninfea
Disegno l'affrettò?

ARBATE:
Quel di serbarsi,
Colla forza dell'armi, e col coraggio
Ciò, che parte ei credea del suo retaggio.

MITRIDATE:
Ah questo è il minor premio,
Che un figlio tal propor si deve. A lui
Vanne, Arbate, e lo accerta
Del paterno amor mio. Farnace intanto
Cautamente si osservi.

ARBATE:
Il real cenno
Io volo ubbidiente
Ad eseguir. (Che mai rivolge in mente!)
(Parte.)

SCENA TREDICESIMA
Mitridate, Guardie Reali ed esercito schierato.

MITRIDATE:
Respira alfin, respira,
O cor di Mitridate. Il più crudele
De' tuoi timori ecco svanì. Quel figlio
Sì caro a te fido ritrovi, e in lui
Non ti vedrai costretto
A punire un rival troppo diletto.
M'offenda pur Farnace:
Egli non offre al mio furor geloso
Che un odiato figlio, a me nemico,
E de' Romani ammiratore antico.
Ah se mai l'ama Aspasia,
Se un affetto ei mi toglie a me dovuto,
Non speri il traditor da me perdono:
Per lui mi scordo già che padre io sono.
Quel ribelle, e quell'ingrato
Vuo', che al piè mi cada esangue,
E saprò nell'empio sangue
Più d'un fallo vendicar.
Non è un figlio un traditore
Congiurato a' danni miei,
Che la sposa al genitore
Fin s'avanza a contrastar.
(Parte colle sue guardie verso la città,
e l'esercito si ritira.)




ATTO SECONDO


Atto I
Atto II
Atto III


SCENA PRIMA
Appartamenti.
Ismene e Farnace.

ISMENE:
Questo è l'amor, Farnace,
Questa è la fé che mi giurasti? E quando
Varco provincie, e regni, e al mar m'affido
Sol per unirmi teco
[Sol per stringere un nodo,
Da cui d'Asia la sorte
Da cui la mia felicità dipende,]
Di conoscermi appena
Tu mostri, ingrato, ed io schernita amante
Ti trovo adorator d'altro sembiante?

FARNACE:
Che vuoi, ch'io dica, o Principessa? È vero
Che un tempo t'adorai. [Ma forse il mio
Più che stabile affetto
Fu genio passegger.] Da te lontano
Venne l'ardor scemando a poco a poco,
Si estinse alfin, e a un nuovo amor die' loco.

ISMENE:
Anch'io da te lontana
Vissi finora, e pur...

FARNACE:
Questi d'amore
Sono i soliti scherzi, e tu più saggia,
Senza dolerti tanto
De' tradimenti miei,
Sprezzarmi infido e consolar ti dei.

ISMENE:
Inver deve assai poco
La perdita costar d'un simil bene:
Ma nata al soglio Ismene
Deve un altro dovere aver presente.
Non basta alle mie pari
Chi le disprezza il disprezzar. Richiede
O riparo, o vendetta
Quell'oltraggio ch'io soffro, e a Mitridate
Saprò chiederla io stessa.

FARNACE:
Ad irritarlo
Contro un figlio abborrito
Poca fatica hai da durar: ma intanto
Non sperar, no, che possa il suo rigore
Dar nuova vita ad un estinto amore.
Va, l'error mio palesa,
E la mia pena affretta
Ma forse la vendetta
Cara ti costerà.
Quando sì lieve offesa
Punita in me vedrai,
Te stessa accuserai
Di troppa crudeltà.
(Parte.)

SCENA SECONDA
Ismene, Mitridate con seguito, che le viene
all'incontro.

ISMENE:
Perfido, ascolta... Ah Mitridate!

MITRIDATE:
In volto
Abbastanza io ti leggo, o Principessa,
Ciò che vuoi dir, ciò che tu brami. Avrai
Di Farnace vendetta. Egli del pari
Te offende, e il genitor. Solo una prova
Mi basta ancor de' suoi delitti, e poi
Decisa è la sua sorte,
Né l'esser figlio il salverà da morte.

ISMENE:
Parli di morte? Ah Sire.
Perdona: il vuo' pentito,
Ma non estinto.

MITRIDATE:
E un pentimento attendi
Da sì protervo cor? Vanne, e comincia
A scordarti di lui. Più degno sposo
Forse in Sifare avrai.

ISMENE:
Ma quello non sarà, che tanto amai.
(Si ritira.)

SCENA TERZA
Aspasia e Mitridate.

ASPASIA:
Eccomi a' cenni tuoi.

MITRIDATE:
Diletta Aspasia,
No, non credea che tanto il dì bramato
D'un felice imeneo
Si avesse a dilungar, né ch'io dovessi
Per colpa del mio fato empio, incostante
Misero a te sembrar prima che amante.
Pur quest'amore, o cara,
Fra tanti asili a me cercar non lascia
Che il luogo in cui tu sei, e a te da presso
Le sventure maggiori
Saran dolci per me, se pur sventura
Per te non fosse il mio ritorno. Assai
Mi son teco spiegato, e il pegno illustre
Che porti di mia fé, quanto mi devi
Ti rammenta abbastanza. Oggi nel tempio
Anche la tua mi si assicuri: altrove
La mia gloria ne chiama, ed io ritorno
Farò teco alle navi al nuovo giorno.

ASPASIA:
Signor, tutto tu puoi: chi mi die' vita,
Del tuo voler schiava mi rese, e sia
Sol l'ubbidirti la risposta mia.

MITRIDATE:
Di vittima costretta in guisa adunque
Meco all'ara verrai. Ed io tiranno
Forse d'un cor che mi abborrisce, allora
Che mia sposa ti rendo,
A te nulla dovrò? Barbara, intendo:
Tu sdegni un infelice.

ASPASIA:
Io, Signor? E perché? Quando al tuo cenno
Aspasia non contrasta
Bastar forse non dee?

MITRIDATE:
Non che non basta.
Più che non credi io ti comprendo e vedo
Che il ver pur troppo a me fu detto. Un figlio
Qui ti seduce, e tu l'ascolti, ingrata.
Ma di quel pianto infido
Poco ei godrà. Custodi,
Sifare a me.
(Escono due guardie, che ricevuto l'ordine
si ritirano.)

ASPASIA:
Che far pretendi? Ah Sire
Sifare...

MITRIDATE:
Il so, m'è fido e forse meno
Arrossirei, se d'un malnato affetto
Potesse un figlio tal esser l'oggetto.
Ma che tenti Farnace
Sin rapirmi la sposa, e che tu adori
Un empio, ed un audace,
Che privo di virtù, senza rossore...
(a Sifare che giunge):
Vieni, o figlio, è tradito il genitore.

SCENA QUARTA
Sifare e i suddetti.

ASPASIA:
(Respiro, o Dei!)

SIFARE:
Signor, che avvenne?

MITRIDATE:
Amante
È il tuo german d'Aspasia, essa di lui.
Tu, la cui fé non scuote
D'un german, d'una madre il vile esempio,
Dalle trame d'un empio
Libera Mitridate, a quest'ingrata
Rammenta il suo dover, dille, che tema
D'irritar l'ire mie, che amor sprezzato
Può diventar furore in un momento,
E che tardo sarebbe il pentimento
(a Sifare):
Tu, che fedel mi sei,
Serbami, oh Dio! quel core:
(ad Aspasia):
Tu, ingrata, i sdegni miei
Lascia di cimentar.
(Parte.)

SCENA QUINTA
Sifàre ed Aspasia.

SIFARE:
Che dirò? Che ascoltai? Numi! e fia vero
Che sia di tanto sdegno
Sol Farnace cagion, perché a te caro?

ASPASIA:
A me caro Farnace? A Mitridate
Che del mio cor non penetrò l'arcano,
Perdono un tal sospetto
Non a Sifare, no.

SIFARE:
Scusa, o Regina,
Ch'ei né sperar, né vendicarsi ardisce.
Ma dall'ire paterne
Che posso argomentar? Che alle sue brame
Un altro amor s'oppone
Mitridate si lagna. Or qual è mai
Il rival fortunato?

ASPASIA:
Ancor nol sai?
Dubiti ancor? Dì, chi pregai poc'anzi,
Perché mi fosse scudo
Contro un'ingiusta forza? E chi finora
Senza movermi a sdegno
Di parlarmi d'amor, dimmi, fu degno?

SIFARE:
Che intendo! Io dunque sono
L'avventuroso reo?

ASPASIA:
Purtroppo, o Prence,
Mi seducesti, e mio malgrado ancora
Sento, che questo cor sempre t'adora.
Da una legge tiranna
Costretta io tel celai; ma alfine... Oh
Dei!
Che reca Arbate?

SCENA SESTA
Arbate e detti.

ARBATE:
Alla tua fede il padre
Sifare, applaude, e trattenendo il colpo
Che Farnace opprimea, nel campo entrambi
Chiama i figli, ed Aspasia. Ivi sua sposa
Vuol che si renda alfin chi di Reina
Già porta il nome, e vuol che nota ai Prenci
Sia l'alta idea ch'egli matura in mente.
Anche Ismene presente,
Spettatrice non vana a quel ch'io credo,
Si brama al gran congresso; il cenno è questo:
Recato io l'ho: da voi s'adempia il resto.
(Parte.)

SCENA SETTIMA
Sifare ed Aspasia.

ASPASIA:
Oh giorno di dolore!

SIFARE:
Oh momento fatale
Che mi fa de' viventi il più felice,
E `l più misero ancor? Ché non tacesti,
Adorata Regina? Io t'avrei forse
Con più costanza in braccio
Mirata al genitor.

ASPASIA:
Deh non cerchiamo
D'indebolirci inutilmente. Io tutto
Ciò, che m'impone il mio dover, comprendo,
Ma di tua fede anche una prova attendo.

SIFARE:
Che puoi bramar?

ASPASIA:
Dagli occhi miei t'invola,
Non vedermi mai più.

SIFARE:
Crudel comando!

ASPASIA:
Necessario però. Troppo m'è nota
La debolezza mia; forse maggiore
Di lei non è la mia virtù: potrebbe
Nel vederti talor fuggir dal seno
Un indegno sospiro, e l'alma poi
Verso l'unico, e solo
Suo ben, da cui la vuol divisa il cielo,
Prender così furtivamente il volo.
Misera, qual orrore
Sarebbe il mio! quale rimorso! e come
Potrei lavar macchia sì rea giammai,
Se non col sangue mio! Deh se fu pura
La fiamma tua, da un tal cimento, o caro,
Libera la mia gloria. Il duro passo
Ti costa, il so, ma questo passo oh quanto
Anche a me costerà d'affanno, e pianto!

SIFARE:
Non più, Regina, oh Dio! non più. Se vuoi
Sifare ubbidiente, a questo segno
Tenera tanto ah non mostrarti a lui.
Delle sventure altrui, del tuo cordoglio
L'empia cagione io fui
Svelandoti il mio cor, portando al soglio
Del caro genitore
L'insana smania d'un ingiusto amore.
Ah perché sul mio labbro, o sommi Dei,
Con fulmine improvviso
Annientar non sapeste i detti miei!
Innocente morrei...

ASPASIA:
Sifare, e dove
Impeto sconsigliato ti trasporta?
Che di più vuoi da me? Ritorna, oh Dio!
Alla ragion, se pur non mi vuoi morta.

SIFARE:
Ah no; perdon, errai. Ti lascio in seno
All'innocenza tua. Date m'involo,
Perché tu vuoi così, perché lo chiede
La fede, il dover mio,
La pace del tuo cor... Aspasia, addio.
Lungi da te, mio bene,
Se vuoi, ch'io porti il piede,
Non rammentar le pene,
Che provi, o cara, in te.
Parto, mia bella, addio,
Che, se con te più resto,
Ogni dovere obblìo,
Mi scordo ancor di me.
(Si ritira.)

SCENA OTTAVA
Aspasia.

ASPASIA:
Grazie ai Numi partì. Ma tu qual resti,
Sventurato mio cor! Ah giacché fosti
Di pronunziar capace
La sentenza crudel, siegui l'impresa,
Che ti dettò virtù. Scorda un oggetto
Per te fatal, rifletti alla tua gloria.
E assicura così la tua vittoria.
Ingannata ch'io son! Come scordarlo?
Se più amabile sempre
Ad onta del voler alla mia mente
Il ribelle pensier l'offre presente?
No, che tanto valore
Io non mi sento in sen. Tentar lo posso,
E il tenterò, poiché 'l prescrive, ahi lassa,
Tanto giusto il dover, quanto inumano
Ma lo sperar di conseguirlo è vano.
Nel grave tormento,
Che il seno m'opprime
Mancare già sento
La pace del cor.
Al fiero contrasto
Resister non basto;
E strazia quest'alma
Dovere, ed amor.

SCENA NONA
Canapo di Mitridate. Alla destra del teatro e
sul davanti Gran Padiglione reale con sedili.
Indietro folta selva ed esercito schierato ecc.

Mitridate, Ismene, ed Arbate, Guardie Reali
vicino al padiglione, e soldati Parti in faccia
al medesimo.

MITRIDATE:
Qui, dove la vendetta
Si prepara dell'Asia, o Principessa,
Meco seder ti piaccia.
(Siedono Mitridate ed Ismene.)

ISMENE:
A' cenni tuoi
Pronta ubbidisco. Ma Farnace?

MITRIDATE:
Ancora
Mercé di tue preghiere,
Pende indeciso il suo destino. Al cielo
Piacesse almen, ch'oltre un rival in lui
Non ritrovassi un traditor!

ISMENE:
Che dici!

MITRIDATE:
Forse purtroppo il ver. De' miei nemici
Ei mendica il favore
Per quel che intendo, ed ha Romano il cuore.

ISMENE:
Che possa, oh Dei! Farnace
D'attentato sì vil esser capace?

MITRIDATE:
Tosto lo scorgerò. Vengano,
Arbate, I figli a me.

ARBATE:
Già gli hai presenti, o Sire.

SCENA DECIMA
Farnace, Sifare e detti.

MITRIDATE:
Sedete, o Prenci, e m'ascoltate.
(Siedono Sifare e Farnace.)
È troppo
Noto a voi Mitridate,
Per creder, ch'egli possa in ozio vile
Passar più giorni, ed aspettar, che venga
Qui di nuovo a cercarlo il ferro ostile.
Il terribile acciaro
Riprendo, o figli, e da quest'erme arene
Cinto d'armi, e di gloria
L'onor m'affretto a vendicar del soglio,
Ma non già su Pompeo, sul Campidoglio.

SIFARE:
Sul Campidoglio?

FARNACE:
(Oh van consiglio!)

MITRIDATE:
Ah forse,
Cinta da inaccessibili difese
Roma credete, o vi spaventa il lungo
Disastroso sentiero?
Di trionfar la via
Annibale ne insegua, e a Roma in seno
Roma è facil vittoria. All'Asia
Non manchi un Mitridate, ed essa il trovi,
Farnace, in te. Sposo ad Ismene i regni
Difendi, e i doni suoi: passa l'Eufrate,
Combatti, e là sui sette colli, ov'io
Eretto avrò felicemente il trono
Di tue vittorie a me poi giunga il suono.

FARNACE:
Ahi qual nemico Nume
Sì forsennata impresa
Può dettarti, o Signor? Dunque vorrai
Implacabìl nell'odio
Lottar sempre co' fati, e come avesse
Tutto già tolto a te l'altrui vittoria,
Non cercherai che di perir con gloria?
A tal estremo ancora
Giunto non sei. Vinto ha Pompeo, nol niego,
Ma quanta de' tuoi regni
Parte illesa riman! Questa piuttosto
Sia tua cura a serbar. Se t'allontani,
Chi fido resterà? Chi m'assicura
Del volubile Parto e come...

SIFARE:
E giusto,
Che là, donde le offese
Vengono a noi, della vendetta il peso
Tutto vada a cader. Solo ti piaccia
A men canuta etade
Affidarne la cura, e mentre in Asia
La viltà di Farnace
Ti costringe a restar, cedi l'onore
Di trionfar sul Tebro al mio valore.

FARNACE:
Vana speranza. A Roma
Siamo indarno nemici. Al tempo, o padre,
Con prudenza si serva e se ti piace
Si accetti, il dirò pur, l'offerta pace.

MITRIDATE:
(Brami, Ismene, di più? L'empio già quasi
Da se stesso si scopre.) E chi di questa
È lieto apportator?

SCENA UNDICESIMA
Marzio e detti.

MARZIO:
Signor, son io.

MITRIDATE:
Cieli! Un Roman nel campo?
(S'alza impetuosamente da sedere,
e seco si alzano tutti.)

SIFARE:
Ei con Farnace
Venne in Ninfea.

MITRIDATE:
Ed io l'ignoro. Arbate,
Si disarmi Farnace, e nel profondo
Della torre maggior la pena attenda
Dovuta a' suoi delitti.
(Arbate si fa consegnare la spada da Farnace.)

MARZIO:
Almen...

MITRIDATE:
Non odo
Chi un figlio mi sedusse. Onde venisti
Temerario, ritorna; il tuo supplicio
Sospendo sol, perché narrar tu possa
Ciò che udisti, e vedesti alla tua Roma.

MARZIO:
Io partirò; ma tuo malgrado in breve
Colei, che sordo sprezzi, e che m'invia,
Ritroverà di farsi udir la via.
(Parte.)

SCENA DODICESIMA
Mitridate, Ismene, Sifare, Farnace,
Arbate, Guardie Reali.

MITRIDATE:
Inclita Ismene, oh quanto
Arrossisco per te!

ISMENE:
Lascia il rossore
A chi nel concepir sì reo disegno
D'un tanto genitor si rese indegno.
So quanto a te dispiace
L'error d'un figlio ingrato:
Ma pensa alla tua pace
Questa tu dei serbar.
Spettacolo novello
Non è, se un arboscello
Dal tronco donde è nato
Si vede tralignar.
(Parte seguita da' suoi Parti.)

SCENA TREDICESIMA
Mitridate, Farnace, Sifare, Arbate, ecc.

FARNACE:
Ah, giacché son tradito,
Tutto si sveli omai. Per quel sembiante,
Che fa purtroppo il mio maggior delitto,
Ad oltraggiarti, o padre,
Sappi, che non fui solo. È a te rivale
Sifare ancor, ma più fatal; ché dove
Ripulse io sol trovai, sprezzi, e rigore,
Ei di me più gradito ottenne amore.
(A Mitridate.)
Son reo, l'error confesso
E degno del tuo sdegno
Non chiedo a te pietà.
Ma reo di me peggiore
Il tuo rivale è questo,
(accennando Sifare.)
Che meritò l' amore
Della fatal beltà.
Nel mio dolor funesto
Gemere ancor tu dei;
Ridere a' danni miei
Sifare non potrà.
(Parte condotto via da Arbate
e dalle Guardie Reali.)

SCENA QUATTORDICESIMA
Mitridate, Sifare e quindi Aspasia ecc.

SIFARE:
E crederai, Signor...

MITRIDATE:
Saprò fra poco
Quanto creder degg'io. Colà in disparte
Ad Aspasia, che viene,
Celati, e taci. Violato il cenno
Ambi vi renderà degni di morte.
Udisti?

SIFARE:
Udii. (Deh non tradirmi, o sorte.)
(Si nasconde dietro al padiglione.)

MITRIDATE:
Ecco l'ingrata. Ah seco
L'arte si adopri, e dal suo labbro il vero
Con l'inganno si tragga. Alfin, Regina,
Torno in me stesso, e con rossor ravviso,
Che il volerti mia sposa
Al mio stato, ed al tuo troppo disdice.
Grave d'anni, infelice,
Fuggitivo, e ramingo, io più non sono
Che un oggetto funesto, e tu saresti
Congiunta a Mitridate
Sventurata per sempre. Ingiusto meno
Egli sia teco, e quando guerra, e morte
Parte a cercar, con un miglior consiglio
Per isposo ad Aspasia offra un suo figlio.

SIFARE:
(Che intesi!)

ASPASIA:
(O ciel!)

MITRIDATE:
Non è Farnace: invano
Vorresti unirti a quell'indegno, e questa
Destra, che tanto amai per mio tormento,
Solo a Sifare io cedo.

SIFARE:
(O tradimento!)

ASPASIA:
Eh lascia
Di più affliggermi, o Sire. A Mitridate
So, che fui destinata, e so ch'entrambi
Siamo in questo momento all'ara attesi.
Vieni.

MITRIDATE:
Lo veggo. Aspasia: a mio dispetto
Vuoi serbar per Farnace
Tutti gli affetti del tuo core ingrato.
E già l'odio, e il disprezzo
Passò dal padre al figlio sventurato.

ASPASIA:
Io sprezzarlo, Signor?

MITRIDATE:
Più non m'oppongo.
La vergognosa fiamma
Siegui a nutrir; e mentre illustre morte
In un qualche del mondo angolo estremo
Vo' col figlio a cercar, col tuo Farnace
Tu qui servi ai Romani. Andiamo, io voglio
Di tanti tuoi rifiuti
Vendicarmi sul campo
Con darti io stesso in braccio a un vil ribelle.

SIFARE:
(Ah, seguisse a tacer, barbare stelle!)

ASPASIA:
Pria morirò.

MITRIDATE:
Tu fingi invano.

ASPASIA:
Io Sire?
Mal mi conosci e poiché alfin non credo
Che ingannarmi tu voglia...

SIFARE:
(O incauta!)

ASPASIA:
Apprendi,
Che per Farnace mai
Non s'accese il mio cor, che prima ancora
Di meritar l'onor d'un regio sguardo
Quel tuo figlio fedel, quello, che tanto,
Perché simile al padre, e a te diletto...

MITRIDATE:
L'amasti? Ed ei t'amava?

ASPASIA:
Ah fu l'affetto
Reciproco, o Signor... Ma che? nel volto
Ti cangi di color?

MITRIDATE:
Sifare.

ASPASIA:
(Oh Dio! Sifare è qui?)

SIFARE
(facendosi avanti):
Tutto è perduto.

ASPASIA
(a Mitridate):
Io dunque
Fui tradita, o crudel?

MITRIDATE:
Io solo, io solo
Son finora il tradito.
Voi nella reggia, indegni,
Fra breve attendo. Ivi la mia vendetta
Render pria di partir saprò famosa
Colla strage de' figli, e della sposa.
Già di pietà mi spoglio,
Anime ingrate, il seno:
Per voi già sciolgo il freno,
Perfidi, al mio furor.
Padre, ed amante offeso
Voglio vendetta, e voglio
Che opprima entrambi il peso
Del giusto mio rigor.
(Parte.)

SCENA QUINDICESIMA
Sifare ed Aspasia.

ASPASIA:
Sifare, per pietà stringi l'acciaro,
E in me de' mali tuoi
Punisci di tua man la rea sorgente.

SIFARE:
Che dici, anima mia? N'è reo quel fato,
Che ingiusto mi persegue. Egli m'ha posto
In ira al padre, ei mio rival lo rese,
Ed or l'indegna via
Di penetrar nell'altrui cor gli apprese.

ASPASIA:
Ah se innocente, o caro,
Miti mostra il tuo amor, non lascia almeno
D'esser meco pietoso. Eccoti il petto.
Ferisci omai. Di Mitridate, oh Dio!
Si prevenga il furor.

SIFARE:
Col sangue mio,
Sol che Aspasia lo voglia,
Tutto si sazierà. Ah mia Regina,
Sappiti consigliare: a compiacerlo
Renditi pronta, o almen ti fingi: alfine
Pensa, ch'egli m'è padre; a lui giurando
Eterna fede ascendi il trono, e lascia,
Che nella sorte sua barbara tanto
Sifare non ti costi altro, che pianto.

ASPASIA:
Io sposa di quel mostro,
Il cui spietato amore
Ci divide per sempre?

SIFARE:
E pur poc'anzi
Non parlavi così.

ASPASIA:
Tutta non m'era
La sua barbarie ancor ben nota. Or come
Un tale sposo all'ara
Potrei seguir: come accoppiar la destra
A una destra potrei tutta fumante
Del sangue, aimè, del trucidato amante?
No, Sifare, perdona,
Io più nol posso, e invan mel chiedi.

SIFARE:
E vuoi...

ASPASIA:
Sì, precederti a Dite. A me non manca
Per valicar quel passo
E coraggio, ed ardir; ma non l'avrei
Per mirar del mio ben le angosce estreme.

SIFARE:
No, mio bel cor, noi moriremo insieme.
Se viver non degg'io,
Se tu morir pur dei,
Lascia, bell'idol mio
Ch'io mora almen con te.

ASPASIA:
Con questi accenti, oh Dio,
Cresci gli affanni miei:
Troppo tu vuoi, ben mio
Troppo tu chiedi a me.

SIFARE:
Dunque

ASPASIA:
Deh, taci!

SIFARE:
Oh Dei!

ASPASIA, SIFARE:
Ah, che tu sol, tu sei,
Che mi dividi il cor.
Barbare stelle ingrate,
Ah, m'uccidesse adesso
L'eccesso del dolor!




ATTO TERZO


Atto I
Atto II
Atto III


SCENA PRIMA
Orti pensili.
Mitridate con guardie, e poi Aspasia con le
bende del real diadema squarciate in mano,
seguita da Ismene.

MITRIDATE:
Pera omai chi m'oltraggia ed il mio sdegno
Più l'un figlio dall'altro
Di distinguer non curi. Entrambi rei
Sebben non egualmente,
La cervice insolente
Lascin sotto la scure, e serva poi
Il crudel sacrifizio
A rendermi al tragitto il Ciel propizio.
Vadasi, e a cader sia
Sifare il primo... Ahi, qual incontro!

ASPASIA:
(gettando via dispettosamente le bende suddette):
A terra
Vani impacci del capo. Alla mia morte
Di strumento funesto
Giacché nemmen servite, io vi calpesto.

MITRIDATE:
Qual furor?

ISMENE:
Degno, o Sire
Di chi libera nacque. I doni tuoi
Di rendersi fatali
Disperata tentò; ma i Numi il laccio
Infransero pietosi. Ah, se t'è cara
La vita sua, se ancor tu serbi in seno
Qualche d'amor scintilla, un'ira affrena,
Che forse troppo eccede, e ciò, che invano
Per le vie del rigor tenti ottenere,
L'ottenga la clemenza.

MITRIDATE:
E che non feci,
Principessa, finor?

ISMENE:
Nell'ardua impresa
Non stancarti sì presto. Un cor, che a forza
Si dava a te, mal si esacerba. A lui
Si rinnovin gli assalti,
Ma più soavi, e nelle tue premure
Fa che il cupido amante
Si ravvisi di lei, non il regnante.

MITRIDATE:
Quanto mi costa, o Dio
L'avvilirmi di nuovo
Ma il vuoi? Si faccia

ISMENE:
Ah, sì: d'esempio Ismene
Signor, ti serva. Io quell'oltraggio istesso
Soffro, che tu pur soffri, e non pretendo
Con eccesso peggiore
Di vendicare il mio tradito amore.
Tu sai per chi m'accese
Quanto sopporto anch'io
E pur l'affanno mio
Non cangiasi in furor.
Potrei punirlo, è vero,
Ma tollero le offese
E ancora non dispero
Di vincere quel cor.
(Parte.)

SCENA SECONDA.
Mitridate, Aspasia e guardie.

ASPASIA:
Re crudel, Re spietato, ah lascia almeno
Ch'io ti scorga una volta
Sul labbro il ver. Non ingannarmi e parla:
Di Sifare che fu? Vittima forse
Del geloso tuo sdegno
Ei già spirò?

MITRIDATE:
No, vive ancora, e puoi
Assicurar, se 'l brami, i giorni suoi.

ASPASIA:
Come?

MITRIDATE:
Non abusando
Della mia sofferenza, alle mie brame
Mostrandoti cortese, e nel tuo core
Quel ben, che mi si deve, a me rendendo
A tal patto io sospendo
Il corso all'ire mie. Del tutto, Aspasia,
Col don della tua destra
Deh vieni a disarmarle.

ASPASIA:
Invan tu speri,
Ch'io mi cangi, o Signor. Prieghi non curo,
E minacce non temo. Appien comprendo
Qual sarà il mio destin; ma nol paventa
Chi d'affrettarlo ardì.

MITRIDATE:
Pensaci: ancora
Un momento a pentirti
T'offre la mia pietà.

ASPASIA:
Di questa, o Sire.
Che inutile è per me, provi gli effetti
L'innocente tuo figlio. Io sola, io sola
Ti son ribelle, e nol sarei, se i voti
Secondar non potessi,
Seguitarne i consigli. Il tuo furore
Di me quanto gli aggrada omai risolva;
Ma perdendo chi è rea Sifare assolva.

MITRIDATE:
Sifare? Ah scellerata! E vuoi, ch'io creda
Fido a me chi ti piacque e chi tuttora
Occupa il tuo pensier? No, lo condanna
La tua stessa pietà. Di mia vendetta
Teco vittima ei sia.

SCENA TERZA
Arbate e detti.

ARBATE:
Mio Re, t'affretta
O a salvarti, o a pugnar. Scesa sul lido
L'oste romana in un momento in fuga
Le tue schiere ha rivolte, e a queste mura
Già reca orrido assalto.

MITRIDATE:
Avete, o Numi,
Più fulmini per me? Ma non si perda
A fronte de' perigli il cor del forte,
Qualunque sia la sorte
Che mi prepara il Cielo. Alla difesa
Corrasi, Arbate. Del disastro mio
Tu non godrai, donna infedele: addio.
Vado incontro al fato estremo.
Crudo ciel, sorte spietata;
Ma frattanto un'alma ingrata
L'ombra mia precederà.
Vuo' che almeno altrui non giovi
Il rigor della mia stella;
Vuo' che alfin crudel mi trovi
Chi sprezzò la mia pietà.
(Parte, seguito da Arbate e dalle Guardie Reali.)

SCENA QUARTA
Aspasia.

ASPASIA:
Lagrime intempestive, a che dal ciglio
Malgrado mi scendete
Ad inondarmi il sen? Di debolezza
Tempo or non è. Con più coraggio attenda
Il termine de' mali un infelice:
Già quell'ultimo addio tutto mi dice.
(Viene un Moro, il quale presenta ad Aspasia
sopra una sottocoppa la tazza del veleno.)
Ah ben ne fui presaga! Il dono estremo
Di Mitridate ecco recato. Oh destra,
Temerai d'appressarti
Al fatal nappo tu, che ardita al collo
Mi porgesti le funi? Eh no, si prenda,
(Aspasia prende in mano la tazza ed il moro si ritira.)
E si ringrazi il donator. Per lui
Ritorno in libertà. Per lui poss'io
Dispor della mia sorte, e nella tomba
Col fin della mia vita
Quella pace trovar, che m'è rapita.
Pallid'ombre, che scorgete
Dagli Elisi i mali miei,
Deh pietose a me rendete
Tutto il ben, che già perdei.
Bevasi... Ahimè, qual gelo
Trattien le man?... Qual barbara conturba
Idea la mente? In questo punto ah forse
Beve la morte sua Sifare ancora.
Oh, timor, che mi accora!
O immagine funesta!
Fia dunque ver? No, l'innocenza i Numi
Ha sempre in suo favor. D'Eroe sì grande
Veglian tutti in difesa, e se v'è in cielo
Chi pur s'armi in suo danno,
L'ire n'estinguerà questo, che in seno
Sacro a Nemesi or verso atro veleno.
(In atto di bere.)

SCENA QUINTA
Sifare con seguito di sodati e detta.

SIFARE:
Che fai, Regina?

ASPASIA:
Ah, sei pur salvo?

SIFARE:
Ismene
Franse a tempo i miei ceppi.
(Le toglie di mano la tazza e la getta
per terra.)
Al suol si spanda
La bevanda letal.

ASPASIA:
Non vedi, incauto,
Che più lungo il penar forse mi rendi,
E nuovamente il genitore offendi?

SIFARE:
Serbisi Aspasia in vita, e poi del resto
Abbian cura gli Dèi. Per tua custodia,
Finché dura la pugna,
Vengano quegli armati. Alle tue stanze
Sollecita ritorna. Ivi, se tanto
Merito d'ottener, attendi in pace,
Che della nostra sorte
Decidano altri casi.

ASPASIA:
E mi lasci così?

SIFARE:
Dover più sacro
Da te lontano, o cara,
Il tuo Sifare or chiama. Ove più ferve
La mischia io volo. A Mitridate accanto
Là roterò la spada. E dal suo petto
Svierò le ferite. Ei benché ingiusto.
Ahi pur m'è padre! e se nol salvo ancora,
Tutto ho perduto, ed ho la vita a sdegno.

ASPASIA:
Oh di padre miglior figlio ben degno.
Secondi il Ciel pietoso
Sì generoso ardore,
Ma ti sovvenga, Amore,
Ch'io vivo, o caro, in te.
Nel cimentar te stesso
Ti stia nell'alma impresso
Quanto tu devi al padre
E quanto devi a me.
(Parte seguita da' soldati suddetti.)

SCENA SESTA
Sifare.

SIFARE:
Che mi val questa vita,
In cui goder non spero
Un momento di bene, in cui degg'io
In eterno contrasto
Fra l'amore ondeggiar, e 'l dover mio?
Se ancor me la togliete,
Io vi son grato, o Dèi. Troppo compensa
Quei dì, ch'io perdo, il vanto
Di morire innocente, e chi in sembianza
Può chiudergli d'Eroe visse abbastanza.
Se il rigor d'ingrata sorte
Rende incerta la mia fede,
Ah palesi almen la morte
Di quest'alma il bel candor.
D'una vita io son già stanco
Che m'espone al mondo in faccia
A dover l'indegna taccia
Tollerar di traditor.
(Si ritira.)

SCENA SETTIMA
Interno di torre corrispondente alle mura di
Ninfea.

Farnace incatenato e sedente sopra un sasso.

FARNACE:
Sorte crudel, stelle inimiche, i frutti
Son questi, che raccolgo
Da sì belle speranze? Io nobil germe
Di regio augusto tralce, io di più regni
Primogenito erede
Siedo ad un sasso, e invece
Di calcar soglio ho la catena al piede?
Spiriti di Farnace
Ove siete? che fate? Ah, ch'io vi sento
Fremere in questo sen di rabbia e d'ira,
E il cor feroce alla vendetta aspira.
Oh Ciel, qual odo
Strepito d'armi...
(Vedesi aprire nel muro una gran breccia,
per cui entra Marzio seguito da' suoi soldati.
A replicati colpi
Qual forza esterna i muri
Percosse ed or gli atterra! È sogno il mio
O vegliando vaneggio?
Che più temer, che più sperar degg'io?

SCENA OTTAVA
Marzio con seguito di Romani e detto.

MARZIO:
Teco i patti, Farnace,
Serba la fé Romana. Io gli giurai,
E gli adempio or così. Cadano a terra
Gl'indegni lacci e t'armi
Ferro vendicator la nobil destra.
(Viene sciolto Farnace e un Romano
gli porge l'armi.)

FARNACE:
Ah Marzio, amico, invano
Io dunque non sperai...

MARZIO:
Dal campo, in cui
Del tuo periglio, o Prence,
Fui spettator, uscito appena un legno
Trovo al lido, e v'ascendo. Arride il vento
Alle mie brame impazienti. E in breve
Fra le navi di Roma
Giungo inatteso. Al Duce
Prima dell'armi indi a' soldati io narro
Il fiero insulto, i rischi tuoi. Ne freme
Quel popolo d'Eroi, chiede vendetta
E nel chiederla all'aure
Dispiega i lin, l'ancore scioglie e vola
Per Ninfea furibondo. Invan contrasta
Allo sbarco improvviso
D'Asiatici guerrieri
Disordinata turba, E sotto il ferro
O cade oppressa, o cerca
Nella città lo scampo. Ai vincitori
Cresce l'ardir l'evento,
Come ai vinti il timor, e il primo io sono
La nota torre ad assalir. Fugati
Son dai merli i custodi,
E al grave urtar delle ferrate travi
Crolla il muro, si fende, e un varco al fine
M'apron libero a te quelle rovine.

FARNACE:
Oh sempre in ogni impresa
Fortunato, ed invitto
Genio Roman! Ma il padre?

MARZIO:
O estinto, o vivo
Sarà dell'armi nostre
Il più illustre trofeo. Se ancor non cadde,
A momenti ei cadrà. De' tuoi seguaci
Lo stuol disperso intanto
Salvo ti vegga, e t'accompagni al trono
Di cui Roma al suo amico oggi fa dono.
Se di regnar sei vago,
Già pago è il tuo desio,
E se vendetta vuoi
Di tutti i torti tuoi
Da te dipenderà.
Di chi ti volle oppresso
Già la superbia è doma,
Mercé il valor di Roma,
Mercé quel fato istesso
Che ognor ti seguirà.
(Parte col suo seguito.)

SCENA NONA
Farnace solo.

FARNACE:
Vadasì... Oh ciel, ma dove
Spingo l'ardito pie'? Mi porge, è vero,
Fortuna il crin, ma qual orrendo accesso
Per appagar mie brame,
Per vendicar miei torti
Mi costringe a compir! Ah vi risento,
O sacre di natura
Voci possenti, o fieri
Rimorsi del mio cor. Empio a tal segno,
No, ch'io non son, e a questo prezzo, a questo,
Trono, Aspasia, Romani, io vi detesto.
Già dagli occhi il velo è tolto,
Vili affetti, io v'abbandono:
Son pentito, e non ascolto,
Che i latrati del mio cor.
Tempo è omai, che al primo impero
La ragione in me ritorni;
Già ricalco il bel sentiero
Della gloria, e dell'onor.
(Parte.)

SCENA DECIMA
Atrio terreno, corrispondente a gran cortile
nella Reggia di Ninfea, da cui si scorgono in
lontano i navigli romani che abbruciano sul
mare. Nell'aprirsi della scena, preceduto
intanto dalle sue guardie, e portato sopra
una specie di cocchio formato dall'intreccio
di vari scudi, si avanza Mitridate ferito. Gli
vengono al fianco Sifare ed Arbate e lo siegue
il rimanente delle milizie.

MITRIDATE:
Figlio, amico, non più. La sorte mia
Dall'amor vostro esige altro che pianto.
Fu in mio poter, l'Asia, ed il Mondo oppresso
Vendicato ho sinor. Nemico a Roma
A un tirannico giogo
Il collo non piegai: d'infausti giorni
Per me più che per altri
Van ripieni i suoi fasti, e son mie glorie
Fin le perdite mie, le sue vittorie.
Se morte intempestiva
Tronca i disegni miei, se a Mitridate
Spirar più non è dato,
Come bramò, dell'arsa Roma in seno,
Brando straniero almeno
Non ha l'onor del colpo. Ei cade estinto
Ma di sua mano, e vincitor, non vinto.

SIFARE:
Perché avverso destino,
Atto sì disperato
Prevenir non potei!

MITRIDATE:
Per tempo ancora
Giungesti, o figlio. Hanno i miei sguardi estremi
La tua fe' rimirata, e 'l tuo valore.
Per te prostrate al suolo
Giaccion l'aquile altere. A rivi il sangue
Per le vie di Ninfea
Scorre per te de' miei nemici, e morde
Più d'un Roman quella catena istessa
Che a me già minacciò, quella cui tanto
Presso a cader poc'anzi
Del nemico in poter ebbi in orrore,
Che pria morir, che d'incontrarla elessi.
Potessi almen, potessi
Egual premio a tant'opre...

SCENA UNDICESIMA
Aspasia e detti.

MITRIDATE:
Ah, vieni, o dolce
Dell'amor mio tenero oggetto, e scopo
Di mie furie infelice. Ad esse il cielo
Non invan ti sottrasse, e puoi tu sola
Scontar gli obblighi miei. Scarsa mercede
Sarebbe a un figlio tal scettro e corona
Senza la destra tua. Dal grato padre
L'abbia egli in dono, e possa eterno obblìo
Frattanto cancellar dai vostri cori
La memoria crudel de' miei furori.

ASPASIA:
Vivi, o Signor, e ad ambi almen conserva
Se felici ne vuoi,
Il maggior d'ogni ben ne' giorni tuoi.

MITRIDATE:
Già vissi, Aspasia. Omai provvedi, o figlio,
Alla tua sicurezza. Invan da tanti,
E sì forti nemici
Difenderti presumi. Ancorché vinti,
Di nuovo ad assalirti ira e dispetto
Gli condurrà più baldanzosi. Altrove,
Finché a te lo concede
La fuga lor, per riparar tue forze,
La tua vita, il tuo nome
Corri a celar. D'ogni dover t'assolvo
Richiesto alla mia tomba.

SIFARE:
Ah lascia, o padre,
Che pria sul reo Farnace
Vada a punir...

SCENA DODICESIMA
Ismene con Farnace che si getta a piedi di
Mitridate e detti.

ISMENE:
Reo non si chiami, o Sire,
Chi reca illustri prove al regio piede
Del pentimento suo, della sua fede.
Opra son di Farnace
Quegl'incendi, che miri. Egli di Roma
Volse in danno quell'armi,
E quella libertà, ch'ebbe da lei,
Né per tornare innanzi
Col bel nome di figlio al padre amato
Ebbe rossor di diventarle ingrato.

MITRIDATE:
Numi, qual nuova è questa
Gioia per me! Sorgi, o Farnace, e vieni
Agli amplessi paterni.
(Si alza Farnace e bacia al padre la mano.)
Or che ritorni
Degno di me, per te ritorno anch'io
Qual ero un giorno, a' tuoi trascorsi accordo
Generoso il perdon, t'assolvo e tutta
Già rendo a te la tenerezza mia.
Piaccia agli Dei che sia
Costante il pentimento, e che non debba
Di Mitridate un figlio
Contar fra' suoi nemici
Un'altra volta ancor l'Asia tradita.

FARNACE:
Finché avrò spirto e vita
A te, signor, lo giuro
Per la sua libertà, per la sua gloria
Combatterò. Se la promessa oblio
Piombi sul capo mio
L'ira del Ciel, che m'ode, e a tal mi scorga
Di miserie, di mali orrido estremo
Che una mano io non trovi
Che voglia per pietà squarciarmi il seno.

MITRIDATE:
Basta così: moro felice appieno.
(Viene portato dentro la scena.)

SIFARE ASPASIA, FARNACE, ISMENE,
ARBATE:
Non si ceda al Campidoglio
Si resista a quell'orgoglio,
Che frenarsi ancor non sa.
Guerra sempre, e non mai pace
Da noi abbia un genio altero,
Che pretende al mondo intero
D'involar la libertà.




F I N E

Atto I
Atto II
Atto III