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Wolfgang Amadeus Mozart

(1756 - 1791)

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The Operas of  W. Amadeus Mozart

 

Lo sposo deluso

ossia
La rivalità di tre donne per un solo amante



Opera buffa in due atti di ignoto



PERSONAGGI

Bocconio Papparelli, uomo sciocco e facoltoso, promesso in marito ad Eugenia, Basso
Eugenia, giovane romana di nobili natali, alquanto capricciosa, e promessa in consorte a Bocconio, ma fida amante di Don Asdrubale, Soprano
Don Asdrubale, ufficiale toscano, molto coraggioso, ed amante di Eugenia, Tenore
Bettina, nipote di Bocconio, ragazza vana, ed innamorata di Don Asdrubale, Soprano
Pulcherio, sprezzator delle donne ed amico di Bocconio, Basso
Gervasio, tutore di Eugenia, che poi si innamora di Metilde, Tenore
Metilde, virtuosa di canto e ballo, anch'essa innamorata di Don Asdrubale e finta amica di Bettina, Soprano
Servitori e lacchè d'Eugenia,
Servi e camerieri di Bocconio


Atto I
Atto II



ATTO PRIMO



SCENA PRIMA
Anticamera nobile che introduce agli
appartamenti. Bocconio in atto d'alzarsi dalla
toeletta, camerieri che finiscono di vestirlo.
Bettina e Don Annibale seduti a tavolino,
giocando alle carte e Pulcherio in piedi.

PULCHERIO:
Ah, ah, che ridere! Voi siete sposo?

BOCCONIO:
Che c'è da ridere, quale stupor?
Le frezze amabili del Dio bendato
M'hanno ferito, piagato il cor.

PULCHERIO:
Povera giovane! Scusate, amico!
Un sposo antico ritroverà.

BOCCONIO
(ironicamente e alquanto alterato):
Seguiti, seguiti, ch'è verità!

BETTINA, DON ASDRUBALE
(guardando Bocconio):
Cervel più stolido, no, non si dà.

PULCHERIO
(ridendo):
Povera giovane, mi fa pietà.

BOCCONIO
(a Pulcherio):
Ma lei mi secca. Che cosa vuole?
Lei sprechi altrove le sue parole.
Con più chiarezza s'ha da parlar?

PULCHERIO
(osservando sopra la toeletta, e ridendo)
Bell'orologio! bello, bellissimo!
E quest'anello pur è ricchissimo:
Sarà di Francia, così mi par.

BOCCONIO:
O Francia, o Tunisi, lo lasci stare!
(Costui qua venne per criticare
E già la bile saltar mi fa.)
(Viene un servo e dà avviso ch'arriva
la sposa.)

PULCHERIO:
Signor, correte, subito,
La sposa arriva già.

BOCCONIO:
Finitela, sbrigatevi!
I miei brillanti qua!
(I camerieri gli recano confusamente
le cose che richiede.)

DON ASDRUBALE:
Amico, io parlo chiaro:
Se più civil non siete.
La sposa annoiarete,
Disordin vi sarà.

BOCCONIO:
Andate tutti al diavolo.
Presto la spada qua!

BETTINA:
Se ora non mi date
Lo sposo a genio mio,
Gran chiasso, signor zio,
La sposa troverà.

BOCCONIO:
Nipote del demonio...
Presto il cappello qua!

PULCHERIO:
Se voi non la finite,
Se voi non vi sbrigate,
Se incontro non le andate,
La sposa griderà.

BOCCONIO:
Che seccature orribili!
Uomini incivilissimi,
Servi maledettissimi,
Presto la spada qua!

BETTINA, DON ASDRUBALE, PULCHERIO:
Cervel più stolido,
No, non si dà.
(Partono tutti, fuorché Bocconio
e Don Asdrubale.)

SCENA SECONDA
Bocconio e Don Asdrubale.

BOCCONIO
(specchiandosi):
Io sposo antico? E falso, è una menzogna!
Sembro proprio un Adone, e in questo specchio
Vedo, vedo ben io che non son vecchio.

DON ASDRUBALE:
Perché non dar marito
Alla vostra nipote? Ella non soffre
Di star con altra donna.

BOCCONIO:
Eh, siete un pazzo!
(chiamando forte)
Servi... incontro alla sposa!

DON ASDRUBALE:
Io pazzo? A me,
Che l'ingiurie non soffro, un tal affronto?
Presto la spada, a noi rendete conto!

BOCCONIO
(con timore):
Ma vien la sposa...

DON ASDRUBALE:
Ebben sospendo il colpo,
Ma saprò vendicarmi.

BOCCONIO:
E vi par tempo
Di sbudellarsi?

DON ASDRUBALE:
Anima vile!

BOCCONIO:
È vero,
Don Asdrubale mio, la sposa, amore
M'hanno un poco stordito
Ho il sangue in moto...

DON ASDRUBALE:
Vecchio scimunito!
(Parte.)

BOCCONIO:
Se non fosse, ch'adesso... ah stiamo quieti...
(specchiandosi di nuovo)
Ricomponiamo il volto... che la sposa
Non mi trovi adirato... sì, sto bene.
Servi, canaglia... andiamo... ah, che già viene.

SCENA TERZA
Eugenia accompagnata da Gervasio,
suo tutore, e dai di lei servi.

EUGENIA:
Nacqui all'aura trionfale
Del Romano Campidoglio,
E non trovo per le scale
Chi mi venga ad incontrar?
Son qual furia delirante.
Quest'ingiuria io non sopporto
E al Tarpeo vuo' in quest'istante
Per le poste ritornar.

BOCCONIO
(accostandosi bel bello e facendo continue
riverenze ad Eugenia e Gervasio):
(E rabbiosa, ma è bella;
Vediamo a poco a poco...)

EUGENIA:
Ov'è il padrone
Di questa casa? Come!
Giunge una sposa, e non si degna alcuno
Di venirla a incontrar? Signor tutore,
Io l'ho con voi: sì, sì, per voi - cospetto! –
Mi son sacrificata.

GERVASIO:
Colle buone, Signora:
Vedete pria lo sposo,
E dopo mi direte
Che v'ho sacrificata.

EUGENIA
(a Bocconio):
E voi chi siete?
Dov'è lo sposo? Presto rispondete!

BOCCONIO:
Sappia la mia Signora... (è bella, è bella,
Ma è fieretta e tiranna)
Sappia ch'io sono...

EUGENIA
(con dispetto):
Chi? forse lo sposo?

GERVASIO
(ad Eugenia in disparte):
Abbiate più prudenza!
(a Bocconio)
Ebben via palesatevi!

BOCCONIO:
Oh, no, Signora ...(ohimè!
Brutto principio!)

EUGENIA:
È vago, è giovinetto
Questo Signor Bocconio,
Cui vuol il fato, che la destra io dia?

BOCCONIO:
Dirò Signora mia,
Né giovane, né vecchio;
E piuttosto bellino: si figuri di questo taglio...
(pavoneggiandosi)

GERVASIO:
(Oh sciocco!
Vuol del tutto l'affar precipitare.)

EUGENIA:
Presto, signor tutore,
Senz'altro ricercar andiamo, andiamo!
Voi m'avete tradita.

GERVASIO:
Tu sei una capricciosa.

BOCCONIO:
Ma senta in grazia...
(Ah, che bellezza ardita!)

EUGENIA:
Voi chi siete? Sbrigatevi,
Siete qualche buffone,
Siete il pazzo di casa?

BOCCONIO:
(I complimenti son gentil davvero!)

EUGENIA:
Ah, perché mai
Morì in battaglia ucciso
Don Asdrubale mio?

SCENA QUARTA
Pulcherio, e detti.

PULCHERIO:
Signora, io vengo
Ad umiliare i miei rispetti.

EUGENIA
(a Bocconio):
È questi
Lo sposo?

BOCCONIO:
Non mi pare.

PULCHERIO:
Come!

BOCCONIO
(piano a Pulcherio):
(Quieto
Per carità!)

PULCHERIO:
Signora,
Io rispetto le donne, non le sposo;
Amo la libertà. Questi è il marito
Ch'a lei fu destinato.

BOCCONIO:
Eh, s'inganna:
Resti pur persuasa
Ch'io son il pazzo, ed il buffon di casa.

EUGENIA:
Ed io che nata sono
Cittadina romana,
Ho da sposar costui? No, non sia mai!
(al tutore):
Presto partiam!

GERVASIO:
Ma dov'è la creanza!

BOCCONIO
(piano a Pulcherio):
Amico, hai fatto assai!

PULCHERIO:
Allegramente, amico! Io tutta l'arte
Non so d'amor, ma credo che umiliandosi,
Piangendo, sospirando... Via, Signora,
Guardatelo anche voi...
(A Bocconio):
Quanto è bellina!
Che ne dite? Vi piace? Ah, son pur vaghi
Que' due lucenti rai...
(Sposala pur che te n'accorgerai.)
(a Bocconio, accennandogli Eugenia)
Dove mai trovar quel ciglio?
Dov'un labbro così bello?
Ah, ch'un viso come quello
Sulla terra non si dà.
(ad Eugenia)
Che sposino, che visino!
Che bel taglio di marito!
È il modello degl'amanti,
È l'Adon di quest'età!
Di veder già mi figuro
Nei teatri, e ne' festini
Petitmetri, e Parigini
Far saluti spasimati,
Baciamani caricati,
E far plausi tutti quanti
A sì amabile beltà.
(Che litigi, che gran pianti
Io far lor prevedo già.)
(prima d'entrar dentro)
Quello sbuffa, questa tace,
Questo smania, quella freme,
Ed intanto io godo in pace
La mia cara libertà.)
(Parte.)

SCENA QUINTA
Bocconio, Eugenia, Gervasio.

BOCCONIO:
(Non si è portato male
L'amico).

GERVASIO
(piano ad Eugenia):
Vuo' che con lui più placida
Ti mostri.

EUGENIA
(piano al tutore):
Ebben, giacché così volete,
Più placida con lui mi mostrerò.
Ma che gli dia la destra, oh, questo no!

GERVASIO
(con superiorità):
Si ricordi, o Signora,
Che come suo tutore
Posso ognor comandarle
Ch'è fissato il contratto,
E che questi
(accennando Bocconio)
Esser dev'il di lei sposo
Uomo splendido, sano, e facoltoso.

BOCCONIO
(Parliamo con linguaggio
Roman capitolino!): Alma Giunone,
Onor del Teverone...

EUGENIA:
Grazie (Che bestia!)

BOCCONIO:
Ma mi osservi un poco,
Che in me, non fo per dire,
Vedrà un Monte Tarpeo.

EUGENIA:
Grazie. (E il mio caro
Don Asdrubale è morto!)

BOCCONIO:
Per voi spasimo!
Sì, vi stimo carina
Più di Romolo, e Remo.

EUGENIA:
Grazie.

BOCCONIO:
Non tante grazie,
Un poco di giustizia!

EUGENIA:
Volentieri;
Ma pria voglio un favor.

BOCCONIO:
Che non farei
O mia cara, per lei!
Vuol, ch'io men vada
Vestito di lustrino
Ai dieci di Gennaro? E a mezzo Luglio
Incappottato stia con tutta pace
A far vetri, e bicchieri alla fornace?

EUGENIA:
Ohibò, sarebbe troppo!
Vuo', che più non diciate una parola.

BOCCONIO:
Ah, vorrei dirne almeno un'altra sola.
A voi, sposina affabile
Onor dei sette colli
Prima che il sol tracolli,
La destra io voglio dar;
E spero che Pasquino,
Marforio, e Babuino,
Luigi della Toga,
E la Matron Lucrezia,
Non lo crediate inezia,
M'avran da ringraziar.
(S'accosta, ma Eugenia lo guarda
con fierezza.)
Che sguardo senatorio!
Che bello sguardo eroico!
Ma sono stilettate
Sposina, quell'occhiate.
Si seccherebbe il Tevere
Degl'occhi al fiammeggiar.
(Vedendo che Eugenia ride, prende
coraggio.)
Ah, cara, al vostro ridere
Amore si moltiplica,
Amore, qual tarantola,
Mi viene a morsicar.
(Parte.)

EUGENIA:
Signor tutore, che ne dite? È sposo
Quegli da destinarsi a una ragazza?
Eh, non sono sì pazza!
Non vo appresso ai denari,
E non pensan vilmente le mie pari!
(Parte.)

GERVASIO:
Oh questa sì ch'è bella!
Le trovo un ricco sposo,
Un sciocco, è ver, né giovane,
Da farne appunto tutto ciò che vuole;
Per capriccio il rifiuta
E sol mi lascia qui senza parole.
Pesto l'acqua nel mortaro,
Cerco il fondo in mezzo al mar;
Se la prego, non m'ascolta
Se la sgrido, si rivolta,
Non so più cosa mi far.
Guardísi dunque,
Che non mi salga
La bile in testa,
Lo sdegno al core
Ch'allor tutt'impeto,
Tutto furore
La farò piangere,
Farò tremar!
(Parte.)

SCENA SESTA
Parte di giardino in casa di Bocconio.
Bettina e Pulcherio, poi Don Asdrubale.

PULCHERIO:
Ah, Signora Bettina,
Sono amico di casa, e mi rincresce
D'udir questi sconcerti.

BETTINA:
No, non voglio,
Che mio zio prenda moglie; ha da pensare
Prima a me! Far la serva,
Esser soggetta a una Romana? Io schiatto,
Sono fuori di me ... Vecchiardo matto!

PULCHERIO:
Mala sposa è venuta,
Cosa se n'ha da far?

BETTINA:
Ritorni a Roma!

PULCHERIO:
E il contratto di nozze?

BETTINA:
Si laceri.

PULCHERIO:
Un affronto
Ad una gentildonna?

BETTINA:
Se lei è gentildonna, io son sorella
D'un uffizial, che in Spagna
Fa ogni giorno prodezze.

PULCHERIO:
(Lo vedete,
Come pensan le donne?
Alla larga!) Ma avete
Qualche partito pronto?

BETTINA:
A dirla, io spero
D'esser amata assai da
Don Asdrubale,
Anzi muore per me.

PULCHERIO:
Fa male, male...
Oh, lo credea più coraggioso, e forte
Per una donna udir parlar di morte.

SCENA SETTIMA
Don Asdrubale in attenzione, e detti.

BETTINA:
Sì, che tutti hanno un core di diaspro,
Come avete voi!

PULCHERIO:
Gli perdo il credito...
Don Asdrubale è un sciocco.

DON ASDRUBALE:
Padron mio,
Di chi parlate?

PULCHERIO:
Oh bella! Parlo di voi.

DON ASDRUBALE:
Spiegatevi!

PULCHERIO:
Un uffizial, che vuol prodursi in guerra,
Non deve perder tempo in amorose
Inutili follie.

DON ASDRUBALE:
Dunque io son sciocco?
Vediamolo!
(Cava la spada.)

PULCHERIO:
Son pronto,
Ma avete torto.

BETTINA:
E torto grande, come!
Sempre risse, e diffide,
Sempre la spada in mano,
Sempre rodomontate! Si potrebbe
Piuttosto far così: scrivere in Spagna
A mio fratel, bravissimo uffiziale,
Acciò ci sappia dir, se in tali casi
C'entra il duello.

PULCHERIO:
Sì, scrivete dunque...
(rimette la spada nel fodero)
C'abbiamo tempo.

DON ASDRUBALE:
Dunque con più comodo
Poi la discorrerem.

BETTINA:
Sentite: io voglio,
Che voi v'interessiate
Perché mio zio non sposi
Quella Romana.

DON ASDRUBALE:
Oh buona!
Come s'avrebbe a far? Non è possibile.

PULCHERIO:
(Donna insomma vuol dir danno insoffribile.)

BETTINA:
Lei sposa, lei padrona? È roba mia,
Di mio fratel, quanto voi qua vedete;
E poi non lo sapete
Cosa son le Romane? Figuratevi
Ch'ella qui venga, udite
Come io le parlo, e come mi risponde
Chi nacque del gran Tebro in su le sponde.
(con caricatura come se salutasse la sposa)
Serva sua, m'inchino a lei
Con rispetto, e civiltà.
E la sciocca, ci scommetto,
Seria, seria, a mezza bocca,
Così a me risponderà:
(con sostenutezza contraffacendo la sposa)
"Riverisco, bella figlia,
Siete voi la cameriera?"
Parli bene, che maniera!
La padrona io sono qua.
(Come sopra) "Sposo mio, quant'è sguaiata!
È malissimo educata."
Vi scapiglio, Signorina
Non è modo di parlar.
(Come sopra)
"Mi fa rider, poverina,
Quest'è pazza da legar."
Che vi par? si può soffrire,
Non è questo un grand'ardire?
Lo vedrete, che fracasso,
Che scompiglio, che sconquasso...
No, signor, non ce la voglio,
Torni pure al Campidoglio,
Voglio io sola comandar.
(Parte.)

DON ASDRUBALE:
Soddisfarla io vorrei; ma in qual maniera?

PULCHERIO:
Basta, ci penseremo.

DON ASDRUBALE:
Sì, pensateci, e poi ci batteremo.
(Partono.)

SCENA OTTAVA
Gervasio e Metilde.

GERVASIO:
Delle future nozze,
Metilde, che vi pare?

METILDE:
In quanto a me rispondo,
Che partito migliore
Non si poteva a Eugenia in vero offrire,
Che voi trovato un marito gl'avete
Certamente alla moda.

GERVASIO:
Ed ella ha cuor di dirmi
Che l'ho sacrificata!

METILDE:
Parmi, che ciò sia falso.
Ma alfin vorrei che Bocconio sposasse,
E così Don Asdrubale lasciasse.

GERVASIO:
Forse con egli avete qualche idea?

METILDE:
Orsù parliamo d'altro!

GERVASIO:
Secondiamola:
Amabile ragazza,
Voi che ben possedete
La musica, ed il ballo,
Fatemi in qualche modo almen posare
La gran bile, che presi
Coll'indiscreta Eugenia.

METILDE:
Ah, la musica è sola
Tutta la mia passion; trilli, mordenti,
Belle messe di voce, appoggiature
Sono il mio forte.

GERVASIO:
(Al povero mio core
Piace la sola profession d'amore.)
Fatemi dunque voi
Sentire qualche arietta!

METILDE:
Una ne canterò bella, e perfetta.

GERVASIO:
Al certo non sarebbe
Quella gran virtuosa
Se in ogni di lei azione
Al vero segno non colpisse giusto.

METILDE:
Ascoltate se l'aria è di buon gusto!
Hem, hem... la... la... la... la...
Della stagione il strano cambiamento
La voce delicata m'oltraggiò;
Ma in miglior occasion vi servirò.
Le virtuose
Che son famose
In la, mi, re,
Son tutte state
Sotto di me.
Le note ferme,
Le fulminate
Trilli, cadenze,
Arcisaltate,
Tutto han potuto
Da me imparar.
E quelle ancora,
Che già san l'arte
In ogni recita
Inver mi chiamano
La loro parte
Sempre a passar.
(Parte)

GERVASIO
(con ironia):
Oh che gran virtuosa!
Ella è già veramente
Nell'armonia eccellente,
Ma pur non so, se simil armonia
O il suo cantar, al cerebro in quest'atto
Maggior bile salir m'abbia inver fatto.
(Parte.)

SCENA NONA
Appartamenti. Eugenia, poi Bocconio, indi
Don Asdrubale.

EUGENIA:
No, non mi persuade
Il mio signor tutore
Ch'io sposi un petulante, un vecchio stolto!
Le sue ragion non curo, e non le ascolto.

BOCCONIO:
Guardate quest'anello,
Adorata sposina! Che contorno,
Che marmoreo brillante!
Lo portava il Mogolle nel turbante.

EUGENIA:
Grazie, grazie!

BOCCONIO:
(Torniamo
Da capo colle grazie.) Ma prendetelo,
Non fate cerimonie!

DON ASDRUBALE:
Mi permetta,
Signorina, ch'anch'io...
(Con gran sorpresa)
Cieli! che vedo!
(Eugenia...)

EUGENIA
(fa lo stesso):
(Don Asdrubale!
Vive ...respira ancora?)

BOCCONIO:
(Il duellista,
Lo spadaccino vi mancava adesso.)

DON ASDRUBALE:
(Che confusion!)

EUGENIA:
Soccorso... io moro adesso...
(s'abbandona sopra una sedia.)

BOCCONIO:
Ah sposa... sposa... aiuto...
Che siete, un basilisco?
L'avete attossicata
Con quegl'occhiacci... servi, un odorifero...
Carta bruciata... un brodo...
(entra confuso.)

DON ASDRUBALE:
Eugenia in questa casa?
Mentr'ora andavo in Roma per sposarla,
Di Bocconio consorte ho da mirarla?
Che gelosia... che rabbia... e non l'uccido?
Ah, mancami il coraggio:
Perfida donna!
(Si getta disperato sopra una sedia.)

EUGENIA:
Oimè!
Chi mi richiama al giorno?
Dove son?... Don Asdrubale,
Tu in Livorno, tu vivo?

DON ASDRUBALE
(alzandosi attonito):
Sì, spergiura!

BOCCONIO:
Ecco qui l'acqua vulneraria... oh buona!
Voi state dritta in piedi... egli a sedere!...
Voi purpurea qual rosa porporina...
Egli con faccia lusca, e cenerina?
Che accidenti! che tragedia!
Son confuso... cosa fo?

DON ASDRUBALE:
Perdo il senno... son perplesso,
E risolvermi non so.

BOCCONIO:
Sta a veder, ch'io dormo adesso,
E sognando me ne sto.

EUGENIA:
Vive ancora, e morto egl'era?

DON ASDRUBALE:
Il mio amor da lei che spera?

BOCCONIO:
Sviene lei, poi questo qua!

EUGENIA, DON ASDRUBALE:
Tetro orror il cor mi serra,
Già lo sento palpitar.

BOCCONIO:
Una sincope m'afferra
Qui non v'è che replicar.

EUGENIA, DON ASDRUBALE, BOCCONIO:
Crudo amore, stelle irate,
Perché mai così spietate?
Questa pena è troppo barbara,
Quest'è troppa crudeltà!

BOCCONIO
(a Don Asdrubale):
Ma spiegatemi un poco...

DON ASDRUBALE:
Io non mi spiego,
Non rendo conto, e se volete niente
Sapete com'io faccio...

BOCCONIO:
(E sempre insulta,
Sempre spada alla mano!)
Almeno voi,
Sposina mia carina...

EUGENIA:
Taci!

BOCCONIO:
La bocca è fatta...

EUGENIA:
E fatta per tacer. Non voglio ciarle,
Non voglio udir contrasti;
Sia per l'ultima volta, e ciò ti basti!

BOCCONIO:
(Che gran bel matrimonio!)

DON ASDRUBALE:
Mi rallegro,
Signora sposa.

EUGENIA:
Mi consolo anch'io
Veder, ch'è vivo, e sano... ma poteva
Scrivere almen due righe...

DON ASDRUBALE:
Perché scrivere
Se venivo io medesimo
A trovar la crudele
Che m'ha ingannato?

BOCCONIO:
Un quarto,
Anzi un sesto di sillaba
Potrei se fosse lecito...

EUGENIA:
Tacete!

DON ASDRUBALE:
Volete, ch'io v'uccida?
(Accenna la spada)
La vedete?

BOCCONIO:
Eh, la vedo...

EUGENIA:
(Che provi
Un affanno egl'ancora eguale al mio...
A non scriver mai più!)

DON ASDRUBALE:
(Che ingrata, oh Dio!)

EUGENIA:
Signor Bocconio, questa sera forse
Io vi darò la destra

DON ASDRUBALE:
(Oh gelosia
Che mi divora il core!)

BOCCONIO:
Manco male
Che respiro, rifiato... La parola
S'era già addormentata nella gola.

SCENA DECIMA
Metilde, e detti.

METILDE:
Mi permetta, Signora,
Ch'io venga finalmente a rallegrarmi
Dell'imeneo bellissimo,
Che sento in breve seguirà fra lei
Ed il Signor Bocconio.
Io già da qualche tempo
Son di lui serva, e amica;

SCENA PENULTIMA
[Don Asdrubale, Bettina, Pulcherio.]

[PULCHERIO]:
Che morta ella già sia.

DON ASDRUBALE:
Nol voglia il cielo!

PULCHERIO:
Con Eugenia istessa
Già il tutto è concentrato,
Ella pure è d'accordo.
Eccomi a voi, Signora.

BETTINA:
Alfin che cosa
Le ho detto mai ch'uccider la dovesse.

PULCHERIO:
Signora, perdonatemi,
Mostrate poca stima
Delle Romane, e l'offendeste a torto;
Van rispettate, ed a tacer v'esorto.
(Parte.)

DON ASDRUBALE:
L'offendeste pur troppo
Più del dovere.
BETTINA:
Oh, oh, saran Dee;
Son troppo delicate.

DON ASDRUBALE:
Uniche al mondo
Son quelle cittadine; io le trattai,
E in lor senno, beltà, spirto ammirai:

BETTINA:
Han bellezza, hanno spirito
Anche le nostre Livornesi.

DON ASDRUBALE:
È vero.
Male donne, che nacquer sul Tarpeo,
Hanno fra le virtù sublimi e rare
Un non so che, ch'io non saprei spiegare.
Hanno una grazia affabile
Mista ad un certo brio;
Un'aria schietta, e docile,
Delle virtù desio;
Un portamento nobile
Una bellezza, oh Dio!,
Che il cor più duro e barbaro
Potrebbe innamorar.
Nel ballo son vezzose,
Amabili nel canto,
Camminan spiritose,
Vestono ch'è un incanto;
Hanno modestia, onore,
Hanno di dolce affetto
Tutto ripieno il core,
E meritan rispetto,
E debbonsi distinguere,
E s'hanno da stimar.
(Parte.)

BETTINA:
Par ch'abbia detto troppo,
E mi sembra l'elogio caricato;
Ma vuo' veder d'Eugenia cos'è stato.
(Parte.)

SCENA ULTIMA
Camera oscura, per cui si passa al giardino.
Cortina calata, che copre la vista di detto
giardino artificiosamente adornato. Bocconio,
con lume, poi Don Asdrubale e Pulcherio,
inoltre Eugenia e Bettina, e finalmente
Gervasio e Metilde.

BOCCONIO:
Eugenia, Eugenia mia...
Dove mai s'è ficcata!
L'ho quasi dappertutto ricercata.
Uccidersi... che sciocca; e uccisa ancora,
Io la dovrei trovare...
Eugenia... non so più dove m'andare.
(Torna dentro in atto di cercarla.)

PULCHERIO:
Or or vedrete, amico,
La bella scena; fuori che Metilde,
Bettina, e ancor Gervasio
Son gl'altri già d'accordo.
Oh che spavento
Avrà Bocconio; io voglio, che rinunzi
Alle nozze d'Eugenia
Dal tutore ingannata.

DON ASDRUBALE:
Son capace
D'ucciderlo, se seguita
A pretender Eugenia.

PULCHERIO:
Zitto, ei torna.
(Si ritirano.)

BOCCONIO:
Non c'è, ma pur m'han detto
Ch'era venuta in questa stanza oscura...
Vediam da questa parte... ahi, che paura!
Aiuto... ah ch'è senz'altro
Lo spirito d'Eugenia...
(Non veduti Pulcherio, e Don
Asdrubale gli spengono il lume.)

PULCHERIO
(sottovoce):
Attento, amico!

BOCCONIO:
Spirito bello, bello,
Io t'amo... ma vorrei
Andarmene pian piano...

PULCHERIO, DON ASDRUBALE:
Olà, chi sei?

BOCCONIO:
Ahi, ch'orrore!... Che spavento!...
Qui nascosto chi ci sta?
(camminando a tentone)
Me meschin... così all'oscuro
Non so dir se più son vivo;
Ma son certo semivivo...
E Caronte io vedo già.
Zitto... attento... questa fronte
(urtando colla mano in un di essi)
Che vuol dir... di chi sarà?

PULCHERIO:
Ferma indegno, e non gridare!

BOCCONIO:
Che vociaccia! Io vengo meno...
Ma chi è lei, mi dica almeno.

DON ASDRUBALE:
Ombre erranti siamo qua.

BOCCONIO:
Ombre care... (oimè son morto!)
Deh, s'Eugenia conoscete,
Se veduta mai l'avete,
Dite, oh Dio!, che cosa fa.

PULCHERIO, DON ASDRUBALE:
Negl'Elisi or or si sposa,
Né la puoi più vagheggiar.

BOCCONIO:
(Ah, ribalda!) La vorrei
Rivedere, e salutar,

PULCHERIO, DON ASDRUBALE:
La vedrai con patto espresso
Di doverla rinunziar.

BOCCONIO:
La rinunzio fin d'adesso,
Né so più che me ne far.

PULCHERIO:
Or va ben, la puoi mirar,
Ombra bella, Eugenia, appressati!

PULCHERIO, DON ASDRUBALE:
Oh, che gusto! Ritiriamoci
Qui vicino ad osservar.
(Pulcherio, e Don Asdrubale si ritirano, ed intanto
s'alza la cortina, e vedesi un delizioso parterre
ornato di vaghi mirteti, e di statuette coronate
di fiori, dal fondo del quale comparisce Eugenia
in altr'abito; allorché Bocconio, sospettando
dell'inganno guarda dappertutto con meraviglia,
essendosi illuminata la scena.)

EUGENIA:
Dagl'Elisi fortunati
Chi mi chiama in quest'istante?
Fuggi, fuggi, indegno amante,
Che il mio cor per te non è.

BOCCONIO:
Dove sono i campi Elisi?
Che, son forse un burattino?
Riconosco il mio giardino.
Siete viva al par di me.

EUGENIA:
Infedel m'hai rinunziata,
E se Pluto ora qui chiamo...

BOCCONIO:
Via, la burla terminiamo,
Qua la destra, oh sposa amata!

EUGENIA:
Olà, Cerbero, ove sei?
(Ah purtroppo, oh sorte ria!,
Già comincia a sospettar.)

BOCCONIO:
(Si ch'è viva... il giurerei...
Voglio finger d'andar via,
Vuo' veder quel che sa far.)
(Si ritira.)

EUGENIA:
Se n'è andato... presto, presto...
Dove sei, bell'idol mio?
(Cercando Don Asdrubale, qual tosto
apparisce.)

DON ASDRUBALE:
Ah, mio ben, che spasso è questo!
Più non reggo dal piacer.

EUGENIA, DON ASDRUBALE:
Sì, la burla fu gustosa,
Ha ceduta la sua sposa,
E or la man ti posso dar.
(Mentre vogliono darsi la mano, ritorna
Bocconio, inoltre sopraggiunge Bettina
e poi Metilde, e Gervasio.)

BOCCONIO:
Ferma, indegna mancatrice,
Che qual nuova Berenice
Ti fingesti un'ombra funebre
Il tuo sposo ad ingannar!

BETTINA
(a Don Asdrubale):
Ferma, indegno mancatore!
Questo dunque è il bell'amore?
La tua man degg'io pretendere,
Verun'altra hai da sposar!

METILDE
(a Don Asdrubale mostrandogli uno
stiletto che tira fuori dal seno):
Ferma, ingrato e disleale,
Vuo' punirti con tal strale,
Ecco alfin la mia sentenza,
Se la man mi neghi dar!

GERVASIO
(a Don Asdrubale):
Ti rammento, o traditore,
Che d'Eugenia son tutore.
(Ad Eugenia):
E tu pensa, o rea pupilla,
Che di fé non vo' mancar.

EUGENIA
(a Don Asdrubale accennandogli Bettina):
Ah colei... che dice, ingrato?

DON ASDRUBALE:
Io parola non le ho dato.

BETTINA:
Ma speranza almen mi desti,
E non serve d'arrossir.

EUGENIA
(a Don Asdrubale come sopra
accennandogli Metilde):
E quell'altra, cosa dice?

DON ASDRUBALE:
Vuol vedermi un infelice!

METILDE:
Sì, la man mi promettesti,
E non m'hai tu da tradir.

DON ASDRUBALE:
(Ah che incontri, oh Dio! funesti,
Chi le ha fatte qui venir.)

BOCCONIO:
(Fra la rabbia ed i molesti
Io mi sento intisichir.)

PULCHERIO
(con ilarità e disinvoltura):
Signori, vogl'anch'io
Goder la bella festa;
(a Bocconio):
Fu un scherzo, amico mio,
Un parto di mia testa;
Lo feci sol per ridere,
Per farvi rallegrar.
(Ho inteso un gran bisbiglio,
Bisogna rimediar.)

BOCCONIO
(ad Eugenia con serietà):
La burla è già finita
La destra mi può dar.

GERVASIO:
Ebben, giacché è finita;
La man gli devi dar

EUGENIA
(piano al tutore con risolutezza):
Anch'io l'ho pur finita:
Costui non vuo' sposar.

METILDE:
(a Don Asdrubale tornandolo
a minacciare col medesimo stilo)
Sì, sì sarà finita
Le donne più gabbar

BETTINA
(a Don Asdrubale con fierezza):
Sì, sì finch'avrò vita,
Ti voglio tormentar.

EUGENIA
(a Don Asdrubale, accennandogli
Bettina e Metilde)
Va dalla mia nemica...

DON ASDRUBALE:
Tu sei la fiamma antica.

EUGENIA:
Ed intanto perché a quelle
Promettesti amor e fede?
No, il mio core non ti crede.
No, non meriti pietà.

DON ASDRUBALE
(ad Eugenia):
Credi, o cara...

EUGENIA:
No, tiranno...

BETTINA
(a Don Asdrubale):
Prega.

METILDE
(allo stesso):
Nega!

BOCCONIO:
(Or or mi scanno.)

EUGENIA, DON ASDRUBALE:
Ah, qual giorno è questo mai,
Qual terribile penar.

BETTINA, METILDE:
Fort'amore, accresci i guai,
Siegui, incoccia a strapazzar!

BOCCONIO:
Ma sentissi una parola,
Qualche motto, un sol accento?
Ed io soffro un tal tormento,
E sto quieto?... ma perche?
(A Bettina):
Ascolta...

BETTINA:
Taci!

BOCCONIO
(a Metilde):
Deh senti...

METILDE:
Taci!

BOCCONIO
(a Pulcherio):
Odimi...

PULCHERIO:
Taci!

BOCCONIO
(a Gervasio):
Ma dimmi...

GERVASIO:
Taci!

BOCCONIO
(a Don Asdrubale):
Sentami...

DON ASDRUBALE:
Taci!

BOCCONIO
(ad Eugenia):
Ma sappia...

EUGENIA:
Taci!

BOCCONIO
(a Bettina):
Nipote

BETTINA:
Che nipote!
Se siete un zio ridicolo,
Se tutti qua v'insultano,
Se tutti vi corbellano,
E se la data fede
Non fate qui osservar.

BOCCONIO:
(a Metilde):
Amica...

METILDE:
Che amica!
Se siete un uom di spirito,
Non fate che v'insultino,
Non fate vi corbellino;
Ma chi la sposa toglievi,
Cercate di burlar.

BOCCONIO
(a Pulcherio):
Amico...

PULCHERIO:
No, ch'amico
Di te non son mai stato;
Sposar sì vaga giovane?
Vedete, che sguaiato!
(Ma inver non son chi sono,
Se non ti ci fo star.)

BOCCONIO:
Gervasio...

GERVASIO
(con serietà):
Che pretendi?
Io non saprei che farti,
Eugenia è una bisbetica,
Voi un stolido, un ridicolo;
Per voi, per quella misera,
Non voglio alfin crepar.

BOCCONIO
(a Don Asdrubale):
Signor...

DON ASDRUBALE:
Da me ti scosta
Ridicolo, fanatico,
Peggiore d'un giannizzero,
D'un Goto, anzi d'un Arabo,
Che una fanciulla tenera
Pretendi di sposar.

BOCCONIO
(ad Eugenia):
Ma sposa...

EUGENIA:
Vanne al diavolo!
Per te, per tua cagione
Lontana dalla patria
Mi trovo in confusione.
Non v'è, non v'è una femmina
Più misera di me!

BOCCONIO:
O Giove un par di fulmini,
Un colpo di fucile
Una furiosa grandine,
Un tossico, uno stile
Per Bacco, m'uccidessero,
Cospetto, m'accoppassero!
Al diavolo la sposa,
E chi la vuo' pigliar!

TUTTI:
Da mille tetre immagini,
Ohimè, ch'io son confuso;
Un fiero mar che mormora,
Un fuoco ch'è rinchiuso,
Non vanno con più strepito
Un'alma a funestar.





ATTO SECONDO


Atto I
Atto II


SCENA PRIMA
Stradone di delizia avanti la casa di
Bocconio. Don Asdrubale, poi Metilde.

DON ASDRUBALE:
Quando verrà il momento,
Che potrò alfin tornare
(parlando d'Eugenia)
Del caro idol mio
Nella bramata pace,
E ch'alfin si risolva
Di non sposar quel vecchio?
(va per partire, ma non riescegli.)
Ma ecco qui Metilde...

METILDE:
Don Asdrubale.
Vi sono buona serva.

DON ASDRUBALE:
(Oh che fatale incontro!)
Tali serve io non tengo;
(con sodezza).
Ma delle mie padrone
Voi siete la più grande.

METILDE
(ribattendogli con dolcezza le stesse
di lui parole che addietro le proferì):
Lasciamo i complimenti,
E ditemi, di grazia,
Quando mai si faranno
Le nostre belle nozze?

DON ASDRUBALE:
Io credo certamente
Che meco voi scherziate.

METILDE
(ribattendogli parimente le
medesime di lui parole):
Con voi, amor mio, non scherzo,
Anzi parlo sul sodo.
Basta, alfin voi sappiate,
Che già mi prometteste
Di farle presto, e a dispetto d'Eugenia.

DON ASDRUBALE:
Cosa mai mi narrate!
Ma se ciò pronunciai,
Or mi disdico a un tratto,
Che sposarmi con voi non son sì matto.
(Parte.)

METILDE:
Possa di Bacco! Or or ce la vedremo;
Io non sarei quella gran virtuosa,
Se con il canto, e ballo
A buon fin non riuscissi in ogni cosa.
Non son chi sono
Se non mi vendico;
Col canto e ballo
Farò tal strepito,
Che tutti i giudici
Ne' luoghi pubblici
Farò incantar.
Con dolce suono,
Che bella voce,
Con note flebili,
Con passi gravi
Ognun giustizia
Senza malizia
Mi dovrà far.
(Parte.)

SCENA SECONDA
Pulcherio, poi Bettina.

PULCHERIO:
Io non amo, e fra piedi
Sempre ho amore, e le amanti.

BETTINA:
Il vostro amico.
Che fa? Che fa la bella?

PULCHERIO:
Voi siete una vezzosa tristarella;
Ma per altro vorrei
Persuadervi da amico
A lasciar Don Asdrubale.

BETTINA:
Con questa pace?

PULCHERIO:
Egli non v'ama.

BETTINA:
Ed io
Dovrei cederlo a Eugenia?

PULCHERIO:
Che v'importa.
A voi non mancheranno
Altri mariti.

BETTINA:
No, non è così!
In oggi le zitelle anche di merito
Ammuffiscono in casa.

PULCHERIO:
(con qualche espressione di tenerezza)
Ma no, con quel sembiante,
No, con quei vaghi accenti,
Con quella grazia...

BETTINA:
Piano, piano un poco
Voi, Signore, nemico
D'amor, m'avete fatto
Una certa espression così galante...

PULCHERIO
(scostandosi):
Guardimi il ciel, non fui, né son amante.

BETTINA:
Perché così lontano?

PULCHERIO:
Niente, niente;
Ve lo giuro, che sono indifferente!

BETTINA:
Indifferente? Ringraziate il cielo,
Che il puntiglio m'acceca
Per aver Don Asdrubale, altrimenti...
Vorrei ridurvi come un agnellino.

PULCHERIO:
Basta a fuggirvi, ed a non star vicino.
(Costei, l'ho detto sempre, ha dello spirito,
E non c'è da scherzare.)

BETTINA
(Ei fa l'eroe, ma pur mi vuo' spiegare.)
In un caso, ch'Eugenia
Superi il punto, che non credo, voi
Sareste in grado di pensare a me?

PULCHERIO:
Val'a dire? Cioè?
(Galeotta, t'intendo!)

BETTINA
(con placidezza):
Eh via, che serve? lo dico, che semmai
M'abbandona colui, che il ciel non voglia,
Posso sperar qualcosa
Su questa vostra mano
Da tante e tante ricercata invano?

PULCHERIO:
Dirò... (pesiamole parole!) in voi
Vedo spirito, onore,
Beltà, virtù... ma non per me. Mi piace
Viver tranquillo, senza moglie in pace.

BETTINA
(con smorfia):
Ma dunque non avreste
Un po' di compassion, voi, che vantate
Un core così bello?

PULCHERIO:
(Ah, Pulcherio, Pulcherio sta in cervello!)
Bettina, addio! (Fuggiamo!)

BETTINA
(sdegnosa):
Orsù, alle corte
O voi, o Don Asdrubale

PULCHERIO:
(Oh che abisso,
Che labirinto! Eh, donne, donne!)
Udite...
Sperate pure...

BETTINA:
In voi?

PULCHERIO:
Oibò, sperate...
Sì, sperate, in amore che talvolta
Fa nascer l'occasione in un istante
Per consolar un infelice amante.
Hanno quei cari occhietti
La dolce simpatia
La forza, la magia
D'innamorar un cor.
(Che dissi... oh me infelice!)
No, non son io che parlo;
Son cose che le dice
Chi ha pratica d'amor.
A voi mancar lo sposo...?
Vuoi dubitar, ben mio...?
(in atto di partire, poi si trattiene)
Addio, Bettina, addio!
(Costei già me la fa.)
(Eppur non so partire,
Eppur m'arresto ancora...?)
Eh, andate alla buon'ora,
Quegl'occhi già m'incantano.
(Lontano dalle femmine
Voglio fuggir di qua.)
(Parte, e Bettina gli corre dietro.)

SCENA TERZA
Camera nobile in casa di Bocconio.
Bocconio, indi Bettina, poi Pulcherio.

BOCCONIO:
Son disperato affatto,
Son furibondo, e matto;
Voglio parlar col giudice,
Mi voglio vendicar.
(Vuol partire e s'incontra con Bettina.)

BETTINA:
Cos'è, dove correte?
Un stupido voi siete,
Già tutti vi deridono.
Fatevi rispettar!

BOCCONIO:
Tu mi faresti dire!
(Di nuovo vuol partire, e s'incontra
in Pulcherio. )

BETTINA:
Scusate, siete un pazzo!

PULCHERIO:
Cos'è questo schiamazzo?
Si sente sulla strada;
Sarete ormai la favola
Di tutte le persone...
La gente sul balcone
Si venne ad affacciar.

BETTINA:
Bravo, che bell'amico!

BOCCONIO:
Siete voi pur d'accordo?

PULCHERIO, BETTINA, BOCCONIO:
(Non so da questo intrico,
Se ne potrò scappar.
Vuo' fare un terribilio,
Me l'hanno da pagar!)

BETTINA:
Il caro Don Asdrubale
Farà il vago gentil colla Romana?

BOCCONIO:
A guisa di Befana
Farmi star all'oscuro... Campi Elisi,
Spiriti, ombre vaganti... e dove stiamo?
In Algeri, al Tonchino,
Nell'Arabia deserta, o nel Pechino?

PULCHERIO:
Via, s'è fatto per ridere,
Per rallegrar Eugenia.

BOCCONIO:
Io voglio insomma
La sposa a me promessa, o in quest'istante
Me ne vado dal giudice.

PULCHERIO:
(Che sento!)
E perché far volete
Una pubblicità sì clamorosa?

BOCCONIO:
Perché voglio la sposa.

BETTINA:
Ed io vuo' Don Asdrubale;
Ei m'ha promesso...

PULCHERIO:
(Peggio!) Cosa dite?
Vi diede egli parola?

BETTINA:
A dir il vero
Non me l'assicurò.
Ma con un forse, quasi si spiegò.

BOCCONIO:
Io con tutti i capitoli
Non mi posso sposar, e tu pretendi
Marito con un forse?

PULCHERIO
(a Bettina):
Perdonami:
Non è parola decisiva.

BOCCONIO:
Oibò.

PULCHERIO:
Basta! So io, so io quel che farò.

BOCCONIO:
Eh, lasciatela dire!
Discorriamo fra noi. La locazione...
Voglio dire i capitoli...

BETTINA
(strepitando, e interrompendo
sempre Bocconio):
Discordie,
Inimicizie, gelosie, sospetti
Voglio sparger fra loro;
Cento Romane non mi fan paura.

BOCCONIO:
Per un forse... ma questa è seccatura,
Nepote mia!

PULCHERIO:
Mi sembra
La vostra pretenzione mal fondata.

BETTINA:
(Ah, purtroppo lo so: son disperata.)

BOCCONIO:
Via, seguitiamo, se si può...

BETTINA:
Ma adesso
Ci entra il puntiglio, caro zio.

BOCCONIO:
Nipote,
Per un forse il puntiglio!
(Or ora, senza forse, la scapiglio.)

BETTINA:
Bisogna compatirci:
Basta un'occhiata ancor, basta un sorriso...

BOCCONIO:
Un forse...

BETTINA:
E di che sorta: le ragazze
Si lusingano subito
Per vanità d'esser chiamate spose.
(Ah, che purtroppo, oh Dio,
Di questa vanità patisco anch'io!)
Un leggiadro giovinetto
Nel vedere una zitella
Se un tantin le fa l'occhietto,
Se le dice: Siete bella
Se s'arrischia a dir, chi sa?...
Potrebb'esser... si vedrà...
Poverina, già si crede
D'esser sposa, e già si vede
Per la casa a saltellar.
Pria lo dice, ma pian piano
Nell'orecchio alla vicina,
Poi lo sa di mano in mano
La scuffiara, e la spazzina;
Se promette di tacere,
Lo sa ancora il parrucchiere,
E per tutto il vicinato
S'incomincia a pubblicar.
Donne mie, da me apprendete
A dar peso alle parole,
E semmai alcun vi vuole,
Solo il giorno lo direte
Che v'andate a maritar.
(Parte.)

SCENA QUARTA
Bocconio e Pulcherio, poi Don Asdrubale.

BOCCONIO:
Che ciarliera!

PULCHERIO:
Peraltro ha del talento,
È bizzarra, e graziosa.

BOCCONIO:
Questa sera
Insomma io vorrei fare il matrimonio.

DON ASDRUBALE:
Amico... (Oimè, che vedo! è qui Bocconio.)

BOCCONIO
(fremendo):
(Ah, Saturno, Saturno
Quant'è persecuzione e tirannia!)

DON ASDRUBALE:
Che forse vi disturbo?
Vado via.

PULCHERIO:
Anzi abbiamo bisogno
D'un consiglio da voi.

BOCCONIO
(piano a Pulcherio):
Come da lui?
Che siete pazzo?

DON ASDRUBALE:
Io posso
Dar consigli di guerra.

PULCHERIO:
È un consiglio amoroso.

DON ASDRUBALE:
Anche d'amore
Discorre volentieri un militare.

BOCCONIO:
Dite pur, ch'io son pronto ad ascoltare.

PULCHERIO
(a Don Asdrubale):
Dunque sappiate, amico,
Ch'ei stabilì le nozze
Colla Signora Eugenia, e mi diceva
Che sarebb'ora alfine
Di porgerle la mano.

DON ASDRUBALE:
Come, come?
E in faccia mia s'azzardano
Queste preposizioni?

BOCCONIO
(piano a Pulcherio):
Amico, attento
Che costui mi sbudella!

PULCHERIO:
Non temete!
Ma caro Don Asdrubale,
Egl'ha qualche ragione
Ricorrerà dal giudice,
Dal vostro colonnello
E si farà sentire.

DON ASDRUBALE:
(Per carità, procura d'impedire!)
Lasciate far!
(A Bocconio):
Di grazia,
Cosa direte al giudice?

BOCCONIO:
Dirò
Bel bello e senza ardire
tutto quello che so;
(a Pulcherio):
State a sentire.
Bocconio, figlio maschio
Del quondam Signor Mario,
Che andava, per suo svario,
Vestito in capriolé...
Ma voi perché ridete?
Che dico, quale favola?
Che forse il ver non è?
La casa Papparelli
Fu sempre ricca e nobile,
E se non lo sapete,
Sentitelo da me!
Il mio bisavolo
Ebbe l'onore
D'aver due schiaffi
Da un viceré,
Ed il mio nonno
Fu l'inventore
Delle calzette
Col berulé.
Il conte Sgrana,
Ch'è nella Cina,
E zio carnale
Di mia cugina,
La mia sorella
Sposò un dentista
La mia cugina
Sposò un copista,
E la mattina
Quando s'alzavano,
Prendean lezione
Di minuè.
Or dunque il giudice
Sentendo il torto
Fatto ad un nobile
Come son io,
Dovrà decidere
A modo mio,
E la giustizia
Farammi affé.
(Parte.)

SCENA QUINTA
Don Asdrubale e Pulcherio.

DON ASDRUBALE:
Non vorrei, che costui
Facesse qualche passo...

PULCHERIO:
Eh, non lo temo,
È sciocco al maggior segno, anzi fra poco
Per finir di burlarlo,
Vedrete, sì, vedrete un nuovo intrico.
Presto di qua partiamo!
So ben io quel che penso, e quel che dico.
(Partono.)

SCENA SESTA
Gervasio, poi Metilde tutta frettolosa.

GERVASIO:
Ormai tempo sarebbe
Che della virtuosa
Ne penetrassi il core,
E s'ella poi volesse, alfin sposarla
Si cerchi dunque. Ma eccola qui appunto!
(vedendola in smania, e frettolosa)
Dove corri Metilde?
Cosa fu? Che t'avvenne?

METILDE
(non vorrebbe fermarsi):
Lasciami andar.

GERVASIO:
Ma narrami, qual caso
Ti tien così turbata?

METILDE
(con affettate lacrime):
Sappi, che quel ribaldo
Di Don Asdrubal mio,
Dopo d'avermi data
Parola di sposarmi
In oggi me la niega,
Mi deride, m'insulta.
Dal giudice andar voglio,
Giacché in tal guisa egli mi tratta, e stanca.

GERVASIO:
Ebben, s'egli vi manca,
Or qua son io, che quando voi vogliate
Far posso le sue veci.

METILDE:
Orsù, non m'affannate
Che abbastanza mi strazia il fato rio.
Sentite ben: vivete in speme! Addio!
(Parte.)

GERVASIO:
Così mi lascia!
Viver dovrò in speranza?
Che poi alla fin sperando
Perlopiù se ne muore ognun cantando.
(Parte.)

SCENA SETTIMA
Don Asdrubale, e Bettina con un servo in
disparte, poi Eugenia.

DON ASDRUBALE:
Vorrei persuadere
La cara sposa, oh Dio,
Della mia fedeltà, dell'amor mio.

BETTINA
(al servo):
Senti quel ch'hai da far...
(vedendo Don Asdrubale)
Ma è qua costui?
Ascoltiam ciò che dice!

DON ASDRUBALE
(passeggiando tutto pensieroso):
Oh ciel! credermi amante
Di quella pazza di Bettina...

BETTINA:
(Io pazza?
Te n'avvedrai!)
(sottovoce al servo dandogli un foglio):
Sta attento semmai giunge
Eugenia in questo luogo;
Ad Asdrubale allora
Consegnerai quel foglio.
Udisti? Almeno vendicar mi voglio.
(Parte.)

DON ASDRUBALE:
E se il nuovo raggiro di Pulcherio,
Come il primo, va a vuoto?... amor, amor!

EUGENIA:
Sì, amor purtroppo t'ha ferito il core.

DON ASDRUBALE:
Per voi.

EUGENIA:
Dì per Bettina.

DON ASDRUBALE:
Ah, il ciel mi fulmini!

EUGENIA:
Basta così;
Per questa volta ancora
Ti credo, anima mia,
Ma risolver bisogna, o tu mi sposa
Ma quest'istesso giorno,
O alla mia patria disperata io torno.

DON ASDRUBALE:
(al servo che gli presenta il biglietto):
Sarà qualche diffida;
Volentieri l'accetto.
È di Bettina...
(vuol renderlo al servo, ma questi fugge):
Prendi, non lo voglio!
(Oh fatal contrattempo!)

EUGENIA:
A me quel foglio!

DON ASDRUBALE:
Sì, leggetelo pur, sarà un biglietto
Pien d'ira e di furore,
Perch'io non l'amo!

EUGENIA:
(Oh Dio, mi trema il core.)
(Legge.)
"Carissimo mio ben, giacché voi siete
Risoluto d'amarmi..."

DON ASDRUBALE:
Non è vero,
Da uom onesto il giuro.

EUGENIA:
Taci, iniquo spergiuro;
(seguita a leggere):
"Chiedete la mia mano
A Bocconio, mio zio, con patto espresso
D'abbandonar Eugenia
Qui dal Tarpeo per insultar venuta,
E Bettina che scrive vi saluta."
Nega adesso, se puoi, lo senti, indegno,
Come sono schernita?

DON ASDRUBALE:
Un'impostura:
Sulle fiamme, cospetto!
Ora mi getterai. Sentimi, o cara!

EUGENIA:
Ah no, parti, crudel...

DON ASDRUBALE:
Che pena amara!

EUGENIA:
Questa dunque, spietato, è la mercede,
Che rendi all'amor mio?
Ti piango estinto, o Dio,
Fra l'orror delle stragi e della morte.
Mi destina la sorte
Uno sposo abborrito,
E ti ritrovo intanto
A due rival, che spregionmi, d' accanto.
Minacciata, avvilita,
Vilipesa, tradita
Che risolvo, che penso... ah fuggi, o mostro,
Volgi altrove le piante
Nasconditi al mio sguardo, ingrato amante
Dove vo, chi mi consiglia!
Infelice sventurata,
Son da tutti abbandonata,
E non trovo, oh Dio, pietà.
Ah crudel, da me che brami?
Ah, t'amai pur troppo, oh Dio!
Dove un core eguale al mio,
Dove mai si troverà!
Riveder l'antico amante,
E trovarlo un incostante!
Giusto ciel, maggiore affanno,
Maggior pena non si dà.
(Parte)

SCENA OTTAVA
Don Asdrubale, poi Pulcherio.

DON ASDRUBALE:
Ah, sentimi, mio bene...
Oh ciel! Se n'è fuggita...
E non m'uccido, e ancor rimango in vita?

PULCHERIO:
Amico, buone nuove.

DON ASDRUBALE:
Non le spero.

PULCHERIO:
Ma perché?

DON ASDRUBALE:
Perché Eugenia
Mi crede amante di Bettina, e or ora
Partì di qua sdegnata.

PULCHERIO:
Non temete,
Io penserò a placarla. Or sappi, amico,
Che un capitan di nave
Qui venuto da Ispagna,
Mio confidente, ci darà ogn'aiuto.
Verrete sconosciuto
Da uffiziale spagnolo.

DON ASDRUBALE:
Oh Dèi! Che imbroglio!
Ma Eugenia...

PULCHERIO:
Eugenia anch'essa da spagnola.
Si vestirà; Bocconio, per paura,
Dovrà cederla a forza.
Qui alla nave vicina
Già l'amico v'attende... Andate...

DON ASDRUBALE:
Addio,
Mi raccomando a te, Pulcherio mio.
(Parte.)

PULCHERIO:
Sento gente appressarsi.
Megl'è che mi ritiri
Acciocch'alcun non prendami in sospetto
Per qualche fin, qui stia forse in difetto.
(Parte.)

SCENA NONA
Metilde e Gervasio.

GERVASIO:
Alfin, cara Metilde, presso il giudice
Cosa ottenuto avete,
Ch'obblighi Don Asdrubale a sposarvi?

METILDE:
Sebben per farmi un merito essenziale
Oltre la mia ragione
Al giudice esponessi
Anche la mia intenzione,
Gli cantassi dell'arie
Gustose, ed in battuta,
Che il fecero languire,
E vari passi a tempo
Gli marcassi di ballo,
Che il fecero stordire,
Io poco da lui ottenni;
Ma, cospetto d'Orfeo!
Che tanto la vuo' vincere,
Vuo', ch'a forza mi sposi.

GERVASIO:
Pur non farete nulla,
Mentre so già di certo
Ch'Eugenia ei sposerà.

METILDE:
Io gli perdono poi se mela fa.

GERVASIO:
Voi intanto, per prudenza,
Mettetevi al sicuro
Col risolvervi adesso
Di farvi sposa mia.

METILDE
(ad alta voce, e risentitezza):
Ma voi non v'accorgete
D'esser troppo importuno; e in tal mio caso
Siate voi il più prudente.

GERVASIO:
Io non c'intendo niente,
E alfin dirovvi in sole due parole,
Che non merita me chi non mi vuole.
No, che non merita
La destra mia,
Chi con me strepita,
Chi sol desia
Di farmi piangere,
Farmi adirar.
Alfin lagnarmi
Di più non deggio,
Che già le femmine
Sempre al cor peggio
Per soda massima
S'han d'attaccar.
(Parte.)

METILDE:
Bella fu la lezion, ch'ei già mi diè,
Ma è buona inver per altre, e non per me.
(Parte.)

SCENA DECIMA
Parte di giardino nella casa di Bocconio,
corrispondente al lido del mare. Bocconio,
indi Pulcherio, poi Bettina.

BOCCONIO:
Questi sono i capitoli
Dal tutor sottoscritti, e dalla sposa.
Io quando prendo moglie?... Se mi salta...
Con questo mio spadone
Faccio di tutti quanti un'uccisione.
Se trovo Don Asdrubale,
Cavo il crudel acciaro,
Ticche, tacche, gli tiro, e poi l'ammazzo.
Sì, l'ammazzo senz'altro... il suol m'inghiotta,
Se non si sente a Tunisi la botta.

PULCHERIO
(guardando verso il lido):
Amico addio. (La nave
Ancora non arriva.)

BOCCONIO:
Che guardate?
(Fosse mai Don Asdrubale
Il duellista... ardire, o miei pensieri.)

PULCHERIO
(vedendosi a poco a poco appressar la nave.)
Amico...
Forestieri... Nave spagnola.

BOCCONIO:
In casa mia?

BETTINA:
Dall'alto
Ho veduto appressarsi a questo lido
Una nave di Spagna... potrebb'essere
Don Guasco, mio fratello...

PULCHERIO:
Se non sbaglio
Ci è dentro un uffiziale.

BETTINA:
E una bella damina.

BOCCONIO:
(Si moltiplica ognor la mia ruina.)

SCENA UNDICESIMA
Vedesi finalmente approdar la nave con
vari soldati, Don Asdrubale finto uffiziale
spagnolo, con Donna Eugenia vestita
parimente alla spagnola. Ognun de'

quali sbarcano al suono di lieta marcia.
Bocconio, Bettina, e Pulcherio, che fanno
intanto de' complimenti ai medesimi.

DON ASDRUBALE:
Signori, io son Don Ercole,
Quell'ombre de Castiglia, ch'ho ammattato
Un miglion d'enemigos;
Terribil cavaliere
A cui l'enfierno ancor cava el sombrero.

BOCCONIO
(Che baffi arditi che ha costui!)

PULCHERIO:
(Dovrebbe
Riuscir bene.)

BETTINA
(guardando furbamente):
(O io son cieca, o quella lo giurerei, ch'è Eugenia.)

BOCCONIO:
(Agl'occhi, e dal colore mi par la sposa.)

EUGENIA:
(A che m'induci, amore!)
(a Bocconio, accennando Bettina)
Chi en es esta donzella?

BETTINA:
Dell'uffizial Don Guasco io son sorella.

EUGENIA:
Che siento! De Don Guasco?

BETTINA:
Sì, signora.

DON ASDRUBALE:
Por mi vida è un soldado
De gran valor; l'ho conosciudo.

BETTINA:
(Eugenia
È colei, non v'è dubbio,
E l'altro è Don Asdrubale... ma zitta...
Vuo' divertirmi anch'io,
Oh che burla vuo' far.) Signor Don Ercole,
Son serva sua; Madama...
(facendo degli inchini caricati)
D'accordarmi licenza si compiaccia.

EUGENIA
(sostenuta):
Addios, vaga sennora!

DON ASDRUBALE:
Addios, mucciaccia!

SCENA DODICESIMA
Eugenia, Don Asdrubale, Bocconio, e Pulcherio.

BOCCONIO:
Mi farebbe il favor di dirmi almeno...

DON ASDRUBALE:
Este cosa pretende?
(Lo impaurisce talmente che non sa
che rispondergli)

PULCHERIO
(a Don Asdrubale):
E chi è quell'amabile megera?

DON ASDRUBALE:
Esta è la mia sposina, e mia muchera,
L'illustre Donna Fausta, la jermana
De Donna Eugenia.

PULCHERIO:
La sorella è lei
Della Signora Eugenia
Che da Roma qui venne? Oh mi congratulo!

BOCCONIO:
Che strana metamorfosi!

PULCHERIO:
Ecco appunto
Il Signor Don Bocconio, che fra poco
Dovrà darle la destra.

BOCCONIO
(accostandosi familiarmente ad Eugenia):
Ora capisco
Perché v'assomigliate...

EUGENIA
(risentita):
Caglia, Picaro!
Per esto io son venuda. Tu casarte
Con Donna Eugenia, mia jermana?

BOCCONIO:
Oibò!
Lo dicevo per gusto.

DON ASDRUBALE:
Ed io, por passatiempo,
Chiero farte tagliare la cavessa.

BOCCONIO:
La capezza? Ah, Pulcherio, che disgrazia!
(Piano al medesimo.)
Per non farmi sposar Eugenia bella
Vènne apposta da Spagna una sorella.

PULCHERIO:
Ma il Signor Don Bocconio
Ha un trattato di nozze.

BOCCONIO
(tira fuori i capitoli e li fa vedere ad Eugenia)
Sì, Signore!
Ecco, c'è sottoscritto anche il tutore.

EUGENIA:
Esto è il contratto?

BOCCONIO:
Questo.

EUGENIA:
Non tiene, nò es bueno.
(Lo lacera.)

DON ASDRUBALE:
Una mucciaccia
Casarse con un becchio?

BOCCONIO:
(Che faccia d'Africano!)
Ma questa è un'ingiustizia.

EUGENIA:
Caglia, cavrón!

DON ASDRUBALE:
Soldados,
Ammattate costui!

BOCCONIO:
Per carità...

PULCHERIO:
Ma Signori, un tantino di pietà!

DON ASDRUBALE:
Ah, cavrón, con quella faccia,
Con quell'occhios del demonio,
Vuoi far vezzi alla mucciaccia,
Vuoi parlar de matrimonio?
Su, soldados, preparatevi,
Chiero farlo moschettar.
(Piano ad Eugenia):
Nel vedermi così fiero
Gl'è passato il desiderio
E la voglia di sposar.
No, non sierve, olà, soldados
Freddo in tierra el vuo' mirar.
(Piano a Pulcherio):
Che piacere, che diletto!
Disperato poveretto,
Non sa più quel che si far.
Via, Signore, per tutt'oggi
La justizia si sospende...
Sol quel volto che m'accende
Il mio cuore può placar.
Vamos dunque, vamos todos
Donna Eugenia a ritrovare,
(a Bocconio):
E después ti vuo' ammattare
Temerarios, perro indegno
Se l'amor non lasci andar!
(Partono Don Asdrubale e Bocconio.)

SCENA TREDICESIMA
Pulcherio, Eugenia, poi Bettina da zingara, indi
Don Asdrubale, che ritorna.

PULCHERIO:
Siete contenta?

EUGENIA:
Eppur io tremo ancora.
Se mai scopre l'inganno, se ricorre...

PULCHERIO:
Eh via, che lo spavento
Gli fa passare ogni pensiero, e poi,
Se voi non lo volete,
Chi può obbligarvi a dir di sì?

EUGENIA
(guardando fra la scena):
Che miro!
Una vaga fanciulla che s'appressa.

PULCHERIO:
Pare una zingaretta.

EUGENIA:
Quanto, quanto è carina, e vezzosetta!

BETTINA:
Ecco la zingarella
Galante, onesta, e bella,
D'Egitto è qui venuta
La zingara vezzosa.
Se date qualche cosa
È pronta a indovinar.

EUGENIA:
Pare tutta Bettina.

PULCHERIO:
Sì, rassomiglia assai...
(vedendo Don Asdrubale)
Venite amico!
Ecco qui una leggiadra zingarella.

DON ASDRUBALE:
(Numi! o son pazzo,
oppur Bettina è quella.)

PULCHERIO:
Oh via, bella figliola,
Diteci la ventura!

DON ASDRUBALE
(a Pulcherio):
Ah, caro amico,
Che spasso, che piacer:
Bocconio cerca
Eugenia dappertutto,
E non la trova.

BETTINA:
Io credo
Che non la troverà,
Perché Eugenia, che cerca
(accennando Eugenia):
Eccola là!

EUGENIA:
(Oimè!)

DON ASDRUBALE:
(Che cosa sento!)

BETTINA:
(ad Eugenia):
Voi credete
Sposarvi al vostro amante, poverina!
Bisognerà veder se vuol Bettina.

PULCHERIO:
Ma questo è troppo.

EUGENIA:
(Oh cielo!)

BETTINA
(a Don Asdrubale):
Voi, Signor Rodomonte,
A tornarvene in guerra vi consiglio,
O vi farò tremar come un coniglio.

EUGENIA:
Ah, Bettina tu sei, ti riconosco,
Tu sei la mia nemica.

BETTINA:
Sì, son quella,
E v'odio con ragione.

DON ASDRUBALE:
(Ma questa è impertinenza, è ostinazione!)

BETTINA:
Perché veniste qua? M'avria sposato
Quel signore del forse, ed or per voi
Resto una zitelluccia
In casa ad invecchiar senza marito.

PULCHERIO:
Via, via, capiterà qualche partito.

BETTINA:
Ha da piacere a me.
(A Pulcherio):
Voi sol potreste
Rimpiazzare il suo posto entro il mio core,
E contenta sarei del vostro amore.
Questo sol può placarmi,
Altrimenti al mio zio
Scoprirò i vostri inganni,
E farò che tra voi nascano ognora,
Senza stancarmi mai,
Pianti, risse, discordi, affanni, e guai.
(Parte.)
(Restano sorpresi, e dopo qualche tempo
parlano.)

DON ASDRUBALE:
Udisti?

EUGENIA:
Intesi.

DON ASDRUBALE
(a Pulcherio):
Ah, caro amico

PULCHERIO:
(Un gelo
Mi sento in mezzo al core.)

EUGENIA:
Andrà dal zio,
Scoprirà i nostri intrighi...

DON ASDRUBALE:
Che tu stesso,
Crudel, ci consigliasti.

PULCHERIO:
Ah, perché mai
Tanto finor la libertà vantai!

DON ASDRUBALE:
Finalmente, Bettina
È onesta, e spiritosa.
Via, sposàtela, amico!

EUGENIA:
Mille volte
Voi la lodaste!

PULCHERIO:
(E la fuggivo appunto
Perché il mio core la temeva.)

DON ASDRUBALE:
Amico,
Deh, parla almeno!

EUGENIA:
Almeno rispondete!

DON ASDRUBALE
(scostandosi come disgustato):
Ah, senza sposa io resto.

EUGENIA:
Senza il mio ben.

PULCHERIO:
(Che labirinto è questo!)

EUGENIA:
Senza di te, ben mio,
Lontana da chi adoro
(Ah, che in pensarlo io moro!)
Forse restar dovrò.

DON ASDRUBALE:
Viver non posso, oh Dio,
A sì crudel martoro.
Tu sei il mio bel tesoro,
Dirti di più non so.

EUGENIA:
Ma pur spero...

DON ASDRUBALE:
Spero anch'io...

EUGENIA, DON ASDRUBALE:
Ah, perché m'affanno, oh Dio!
Perché mai mi strazio il cor?

EUGENIA:
Senti, senti, amor mi dice
Che tu m'ami, che tu speri.

DON ASDRUBALE:
Ah, che ascolto? Oh me felice,
Dolci accenti lusinghieri.

EUGENIA, DON ASDRUBALE:
È impossibil nel mirarti
Non languire, non amarti,
Non sentir gran gioia in sen.

EUGENIA:
Non più duol...

DON ASDRUBALE:
Non più timor...

EUGENIA:
Care mie viscere...

DON ASDRUBALE:
Mio dolce amor.

EUGENIA, DON ASDRUBALE:
Dunque speriamo,
Dunque balliamo,
Che or or felici
Saremo appien.
(Partono.)

SCENA ULTIMA
Bocconio, poi tutti a suo tempo.

BOCCONIO:
Eugenia non si trova, e se Don Ercole
Con que' baffi domanda dove sta,
Cosa gl'avrò da dire?... Chi lo sa?
Che nozze disgraziate,
Nozze di crepacuor, di bastonate!

GERVASIO:
Signor Bocconio, avete fatto assai;
Io più non trovo Eugenia,
La mia cara pupilla.
A Roma sarà andata,
E voi sol fatta avete la frittata.

BOCCONIO:
Ah, Bocconio poverello,
Ah di me cosa sarà!
È un Vesuvio il mio cervello,
Che pensando, e ripensando
Bolle, fuma, e se ne va.
(Parte per cercar di nuovo Eugenia.)

PULCHERIO
(torna con Bettina per la mano):
Orsù per contentare
Eugenia e Don Asdrubale
Io vuo', senza far cabale,
Bettina qui sposar.

BETTINA:
Son sposa finalmente,
Donne mie, che ve ne pare?
Ma ci ho avuto a faticare,
E mi costa in verità!

PULCHERIO:
Bettinuccia bella bella,
Non so star senza di te,
Ah, barona, tristarella,
Tu m'hai posto il laccio al piè.

BETTINA:
Che vi spiace?

PULCHERIO:
Oh, questo no!

BETTINA, PULCHERIO:
Ho trovato la mia pace
Sempre amor ringrazierò!

PULCHERIO
(appena vede giungere Eugenia
con Don Asdrubale):
Non più, non più timore,
Sposatevi all'istante!
Ha vinto, ha vinto amore,
E anch'io mi vuo' sposar.
(Dà la mano a Bettina.)

EUGENIA:
Calmata è alfin la pena.

DON ASDRUBALE:
Il duolo è già calmato.

EUGENIA, DON ASDRUBALE:
E un'aura più serena
Comincio a respirar.

EUGENIA:
Dammi la mano, o caro,
In segno del tuo amor.

DON ASDRUBALE:
Eccola pronta, o cara
E insiem ti dono il cuor.
(Si danno la mano.)

EUGENIA, DON ASDRUBALE:
Noi siamo sposi già.

BETTINA:
Amica, i miei trasporti
Vi prego a perdonare,
Anzi vi vuo' abbracciare
In pegno del mio amor.

EUGENIA, BETTINA, DON ASDRUBALE,
PULCHERIO:
La pace è stabilita.
Che dolce amabil vita
Vogliam passare ognor.

GERVASIO
(ad Eugenia):
Giacché, con mio rossore,
Bocconio ricusate
E l'uffizial sposate,
Vi mando a far squartar.

METILDE:
Mentre non posso avere
Chi tanto ognor bramai,
Gervasio m'ama assai
E a lui mi vuo' attaccar.
(gli porge la mano.)

GERVASIO:
Presto la man prendete,
Degna di me voi siete.
(Gli stringe la mano)

METILDE, GERVASIO:
Non v'è che più sperar,
Non v'è che più bramar.

BOCCONIO:
Signor Don Ercole, io non la trovo
Eugenia a Roma sarà tornata.
(Ah già prevedo qualche stoccata;
Non alzo gl'occhi per non guardar.)

TUTTI fuorché BOCCONIO:
Oh, che piacere, che spasso è questo,
Sì, sì, dal ridere non posso star.

BOCCONIO:
Se voi ridete, per mio diletto
Anch'io vuo' ridere, lo posso far.

BETTINA:
Io che son zingara, caro vecchietto,
Cose assai belle vuo' indovinar.

TUTTI fuorché BOCCONIO:
Oh, che piacere, che spasso è questo,
Sì, sì, dal ridere non posso star.

BETTINA (a Bocconio):
Eugenia è quella ch'è già sposata,
Con Don Asdrubale s'è maritata,
Ed io, Bettina la nipotina
(Prendendo per mano Pulcherio.)
Seppi lo sposo pur ritrovar.

GERVASIO
(a Bocconio):
La mia pupilla fu capricciosa,
Ma rovinaste voi sol la cosa
Pertanto siete il Sposo Deluso.
Ed io Metilde seppi sposar.
(Dandosi nuovarnente la mano.)

BOCCONIO:
Ah, scellerati, gente falsaria!

TUTTI fuorché BOCCONIO:
Zitto, tacete, nemmeno l'aria,
Nemmen la terra l'ha da saper.

BOCCONIO:
Voglio gridar da disperato.

TUTTI fuorché BOCCONIO:
Zitto, tacete, vecchio insensato,
Che far de' strepiti non è dover.

BOCCONIO:
Ma quest'è troppo, signor tutore!

GERVASIO:
Io vi ripeto, che stiate zitto,
Che reo voi siete di gran delitto,
Fanciulla tenera voler sposar.

BOCCONIO:
Dunque silenzio, non parlo più;
Compatiranno, perdoneranno...
Signor tutore, quest'è virtù!

TUTTI fuorché BOCCONIO:
Voi pur allegro dovete stare.

EUGENIA, DON ASDRUBALE:
Finché avrò vita vi voglio amare.

BOCCONIO:
(E non è poco, che mi promettono
Di rallegrarmi, d'amarmi ancora.)
Vecchi, imparate, quand'è cert'ora,
A liete nozze di non pensar!

TUTTI:
Allegri dunque, si scherzi, e rida,
Fra lieti, e amabili piacer diversi
Suonin violini, suonin traversi,
I violoncelli, oboe, e violette,
Ed i fagotti, corno, e trombette
Insiem coi timpani s'odan sonar.
Che in festa e giubilo qui s'ha da vivere,
E allegri sempre vogliamo star.



F I N E

Atto I
Atto II