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Ildebrando Pizzetti

(1880-1968)

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The Operas of Ildebrando Pizzetti

 

ORSČOLO
 



DRAMMA

IN TRE ATTI


Musica di ILDEBRANDO PIZZETTI





Atto I
Atto II
Atto III





ATTO I



PERSONAGGI DEL PRIMO ATTO

PRIMO QUADRO.

MARCO ORSČOLO, Inquisitore di Stato, Capo del Dieci, Basso
CONTARINA ORSČOLO,
Soprano
MARINO ORSČOLO, Tenore
IL SENATORE MICHELE SORANZO, Baritono
LA BALIA LEVANTINA, Mezzo-Soprano
UN SERVO DI CA' ORSČOLO, Tenore o Baritono
UNA VOCE (un gondoliere di traghetto), Tenore
Voci corali.

PRIMO INTERMEZZO.
UN GIOVANE MASCHERATO, Tenore
UNA RAGAZZA, Soprano o Mezzo-Sopr.
UNA VECCHIA, Mezzo-Sopr. o Contralto
UN'ALTRA VECCHIA, Mezzo-Sopr. o Contralto
UN VECCHIO, Basso
UNA VOCE LONTANA, Tenore
Coro di maschere - Coro di soldati - Coro di popolo.

SECONDO QUADRO.
MARCO ORSČOLO, Basso
CONTARINA ORSČOLO, Soprano
RINIERI FUSINČR, Tenore
MICHELE SORANZO, Basso
IL DOGE, Basso
ANDREA GRIMANI, Baritono o Basso
UN GENTILUOMO, Tenore
UNA GIOVANE DAMA, Soprano o Mezzo-Sopr.
UN VECCHIO SENATORE, Basso
UNA VECCHIA DAMA, Mezzo-Soprano
UN SERVO DI CASA GRIMANI, Tenore o Baritono
UN ALTRO SERVO DI CASA GRIMANI, Tenore o Baritono
Coro di Signori e Dame - Voci di gondolieri.
A Venezia, atta metą del secolo XVII,
negli anni della sfortunata guerra di Candia.




QUADRO I
(Nella casa del Senatore Marco Orsčolo, Inquisitore di Stato, Capo dei
Dieci. Una piccola stanza ad uso di biblioteca e scrittoio. Un uscio
a destra, un altro a sinistra; due finestre nei muro di faccia. Tutt'intorno
scaffali ed armadi; uno dei quali, a sinistra, nasconde un usciolino segreto.
Orsčolo sta seduto presso una scrivania.
Di fronte a lui, pure seduto, il Senatore Michele Soranzo.
D'aprile, di sera. Sopra la scrivania arde una lampada a pił lucignoli. )

SORANZO
La denuncia č firmata: dal maggiore
dei tre fratelli. Il Fusinčr accusa
del ratto di Cecilia sua sorella

vostro figlio Marino,
e insieme a lui tre complici

sinora sconosciuti.

ORSČOLO
I due feriti,
hanno parlato?

SORANZO
Entrambi. E sģ la fante
che il gondoliere han detto chiaramente
d'averlo ravvisato.

ORSČOLO
Fantasmi della febre. Alcuna traccia
non v'č della ragazza?

SORANZO
Ne di lei, ne dei rei, nessuna traccia.
Tracce non ricercate a tempo, dice
una seconda accusa presentata
contro di voi...

ORSČOLO
Contro di me?

SORANZO
Stasera.
Si accusa in voi l'Inquisitor di Stato

di non aver voluto la ricerca
e l'arresto dei rei... Se pur non sia
che di essi - o di quell'un che
pił vi preme -
non abbiate voi stesso favorito
la fuga...

ORSČOLO
Accusa stolta...

SORANZO
Son parole
del Fusinčr. Ma gią la voce corre,

e il sospetto dilaga...

ORSČOLO
... stolta e vile.
Quel Fusinčr vuol forse vendicarsi

della risposta avuta quando osņ
mirare alla mia figlia
come a donna sua pari.
Il figlio d'un volgare tagliaboschi

che comprņ col denaro il patriziato ;
un uom che, pur sedendo nel Consiglio,
gridando va censure contro i nobili
perché il popolo ond'egli usci lo esalti !
Ma che potrą Rinieri Fusinčr
contro Orsčolo ?

SORANZO
Orsčolo oggi č il Capo
dei Dieci, e se ha diritti ha pur doveri!

ORSČOLO
Soranzo !

SORANZO
Non l'ho detto per offendervi.
Ma ognuno sa che amate vostro figlio
come il lume degli occhi...

ORSČOLO
Ancor di piś !
Č l'unico mio figlio,
č i1 solo cui commettere potrņ
di continuare il nome degli Orsčolo.

Ed io, suo padre, so di sue virtś.

SORANZO
Non degli errori?

ORSČOLO
Anche di quelli, so.
Ma sono errori, non azioni infami.

Gią da due giorni so, del rapimento
e del sospetto. Ebbene? Son due giorni
e una notte ch'io veglio e attendo. E ancora

attenderņ, sin che il mio figlio torni
per udire da lui, dalla sua bocca,

che l'accusa č calunnia. Alla viltą
d'un uomo del mio sangue e del mio nome

io no, non posso credere.
Ma se le accuse e le mormorazioni

contro di me sian segno che in Venezia
la nobiltą del sangue č ormai spregiata
ecco, la porta č aperta, e il vecchio Orsčolo
non si nasconde. Mandi, mandi pure
la Signoria suoi messi ad arrestarlo...


SORANZO
Sacro č il Capo dei Dieci! Ed io vi dico
prima che l'onta sopra lui, la vita,
se li aveste, di dieci vostri figli!


ORSČOLO
(balzando in pied)
Or ragionate come aveste in casa
figli bastardi...

SORANZO
Orsčolo !

ORSČOLO
Scusatemi.

SORANZO
Ricordatevi, Orsčolo, di Lando,
e d'Andrea Morosini.
Se fosse vostro figlio
colpevole di ratto e ferimento...


ORSČOLO
La Repubblica ha giudici... E carnefice...

SORANZO
Ma in quanto a voi ?

ORSČOLO
So il mio dovere. E compierlo
saprņ.

SORANZO
Vi voglio credere.

ORSČOLO
Dovete!

SORANZO
Vi credo. Ma un consiglio non v'offenda...
Non venite stasera in Ca' Grimani,
alla festa...

ORSČOLO
Perchč il sospetto aumenti?
Verrņ, con la mia figlia.

SORANZO
Č un vecchio amico
fedele che vi prega...


ORSČOLO
Vi ringrazio,
ma ho gią deciso.

(Prende di sulla scrivania un campanello
e lo scuote, per chiamare il servo.)

SORANZO
Sia come volete.
(Si alza.)

ORSČOLO
A pił tardi.

SORANZO
A pił tardi.

ORSČOLO
(al servo, che č entrato portando
un candelabro acceso)
Fate lume
(a Soranzo)
Vi sono servo.

SORANZO
Dio vi guardi, Orsčolo.
(Preceduto dal servo
che gli fa lume, Soranzo esce.)

LA VOCE DI UN GONDOLIERE (*)
(da fuori)
Or ti piaccia, o vaga stella,
sti miei canti un poco aldire,
poi che sola sei tu quella
a che servo e voglio servire.

Anzoletta vaga e bella,
gli occhi tuoi me fa languire

(Il servo rientra)
(*) da una ballata di Leonardo Giustiniani

ORSČOLO
Chi č costui che canta?

IL SERVO
Č il nuovo gondoliere del traghetto,
Eccellenza.

ORSČOLO
C'č un nuovo gondoliere?

IL SERVO
Quel povero Zuane
non ne poteva pił. Gli ha preso male

stamane sulla gondola.
La vecchiaia, Eccellenza


ORSČOLO
La vecchiaia...
(Va alla scrivania, prende
da un cassetto una borsa, e ne toglie
alcune monete che dą al servo.)
Gli porterete queste, domattina.

IL SERVO
Iddio ve ne rimeriti, Eccellenza.
Orsčolo getta la borsa sulla scrivania.

ORSČOLO
Fate dire a Madonna Contarina
d'esser pronta fra un'ora. Andate, andate.

(Il servo esce)

LA VOCE DEL GONDOLIERE
Ogni zorno pił me sento
ste mie fiamme reforzare ;
quanto piś per  to amor stento,
tanto piś te voglio amare...

(Il servo č appena uscito che si vede aprirsi l'usciolo segreto, dal
quale entra un uomo ammantellato e mascherato. Passando tra la
scrivania e il muro, l'uomo corre all'uscio donde č uscito Soranzo,
e lo chiude; poi corre all'uscio opposto e chiude anche quello.
Orsčolo ode il rumore del passi di lui, si volta e lo vede.)

ORSČOLO
Chi siete ? Che volete?

(Lo sconosciuto si toglie il mantello e lo getta sopra una seggiola, e leva
la maschera. Come Orsčolo vede dinanzi a sč suo figlio, indietreggia
sino al seggiolone a lato della scrivania, e vi si lascia cadere appoggiando
ai braccioli le mani tremanti. Il giovane avanza di qualche passo,
s'inginocchia davanti a suo padre, e china la testa e aspetta. )

ORSČOLO
Č vero ?
(Il giovane non risponde.
Orsčolo tende le mani e lo afferra
al sommo delle spalle, e preme sģ
che egli sia forzato ad alzar la testa
e a guardarlo negli occhi, e ripete,
con voce straziata, la domanda.)
Č vero?
Due giorni ed una notte senza sonno...
Avevo dunque anch'io paura ? Guardami !
Grida che non č vero... Grida... Gridalo !

MARINO
Vi prego, ve ne supplico, calmatevi.
Forse č l'ultima volta che vi parlo.

ORSČOLO
Non t'avessi pił visto !
(Il giovane sussulta
e fa per alzarsi.)
No, rimani.
Voglio sapere. Ov'č quella fanciulla ?
Dove l'hai tu nascosta?
Morta ?... Uccisa ?...
Con le tue mani, tu, Marino ?

MARINO
(
scattando in piedi)
No!
Perchč non lo credeste, io non fuggii
coi miei compagni. E se costei č morta,
non fu per mano nostra ; e morģ pura.

ORSČOLO
(con dolorosa ironia)
Non foste dunque voi che la rapiste ?

MARINO
Non lei, ma i suoi fratelli cercavamo.
Si voleva sol dare una lezione
a quei tre Fusinčr,
che ormai da troppo tempo, impunemente,
van diffamando, in Piazza e nel Consiglio,
i nomi pił onorandi di Venezia,
accusando i patrizi e le lor donne
di colpe e vizi infami...

ORSČOLO
Hanno ragione!

MARINO
Non spetta a loro d'esser nostri giudici.
Sapevamo che in onta alla condanna
inflitta dal Senato
ai vetrai di Murano, i Fusinčr
erano andati, in pompa, ad una festa
di quelle maestranze. E noi andammo.
Abbordammo la gondola ad un miglio
dalla cittą. Non v'erano i tre uomini...
Soltanto la sorella v'era...

ORSČOLO
E allora...
E allora la rapiste...

MARINO
La rapimmo.

ORSČOLO
Eravate briachi ?

MARINO
Sģ, briachi ;
ma pił di sdegno e d'ira che di vino.
Vogando a gran bracciate eravam giunti
di fronte all'Arsenale... Due di noi
erano gią sbarcati... All'improvviso
la fanciulla balzņ, si buttņ in acqua...
Notte buia... Passava una pattuglia...
(Un lungo silenzio penoso.)
Ho bisogno d'aiuto...
d'aiuto e di denaro...


ORSČOLO
E dovrei, io...

MARINO
Siete il Capo dei Dieci, sģ, ma siete
anche mio padre !

ORSČOLO
(con espressione di dolore
pił che di sdegno)

Forse ch'io mai chiesi,
prima di condannar col reo un complice,
se fossero parenti ?
Una č la legge giusta, una per tutti !


MARINO
Prima legge č salvare la potenza
dello Stato. E lo Stato siamo noi,
il patriziato che lo fece grande.
O mantenere intatti i privilegi
conquistati dai nostri, ed impedire,
con ogni mezzo, che ci sian contesi,
o noi favoriremo le congiure,
contro di noi e contro la Repubblica,

d'ogni gente pił vile...

ORSČOLO
Al Tribunale
dirai codesto...

MARINO
Al Tribunale? Ai giudici?
Un Orsčolo contro l'altro?

ORSČOLO
No!
Qui non vi sono Orsčolo e suo figlio !
Qui v'č soltanto un criminale, reo
d'una colpa infamante, e contro a lui
un uomo onesto, un uomo senza colpe,
che diritto e dovere ha di colpirlo.

MARINO
E dunque denunziatemi. Ma la giuro
che vivo, no, nessuno potrą prendermi.

(Si bussa all'uscio di sinistra.)

ORSČOLO
Chi č lą ?

LA VOCE DI CONTARINA
Son io...

ORSČOLO
Pił tardi.
Ti chiamerņ tra poco.

MARINO
(si accosta a suo padre,
da parlargli quasi all'orecchio)

Come pensar potreste vostro figlio,
l'unico vostro figlio, alle catene,

lą, nella prigione Orba...

ORSČOLO
Taci...

MARINO
Come
potreste voi pensarlo
nella camera nera dei tormenti,

alle corde, sospeso per i polsi?..

ORSČOLO
(sottovoce)
Neppur con una maschera di ferro...
(gridando)
Non posso, no, non posso!

MARINO
E allora... Padre... Addio...

(Quando Marino sta per riprendere di sulla seggiola,
ove lo gettņ, il suo mantello, si riode la voce del gondoliere
che passa dal canale cantando. Orsčolo sussulta.)

ORSČOLO
Fčrmati. Aspetta.
(Di sulla scrivania, alla quale
ora si appoggia, Orsčolo ha tolto
in mano la borsa di denaro:
e tendendo la mano all'indietro lascia
che Marino la prenda.)
Non si torna pił indietro...

MARINO
(Un'improvvisa dolcezza di memorie
e di rimpianti assale i1 giovane.)
Venezia mia!

ORSČOLO
Signore Iddio, di tanti
e sģ orrendi peccati ero io colpevole,
perchč non meritassi di morire
avanti di patire questo strazio ?
Ma or che sotto a me la terra sfugge,
e un abisso d'infamia m'č davanti,
e non ho forza d'arrestare il piede,
vi chiedo di finire, di finire !
Non ho pił forza, o Dio, son troppo vecchio!

MARINO
Padre, lo so, v'ho dato assai dolori,
anche prima di questo cosģ grande.
Pregate Dio per me, e perdonatemi.

(Si getta il mantello sulle spalle e s'avvia, camminando a ritroso,
contemplando suo padre, stroncato dal colpo, sperando in una parola,
in uno sguardo di lui. Il vecchio non si volta. Prima di rivarcare la
soglia dell'usciolo, aperto, sosta un momento ancora.)

MARINO
Quando potrete... dite a Contarina...
Baciatela per me...
(Esce)

(Orsčofo č solo, le braccia abbandonate lungo i fianchi, la testa curva.
A un tratto si scrolla, e con evidente sforzo si alza. Non riesce a tenersi
in piedi, ricade seduto. Tende il braccio, prende di sulla scrivania
il campanello e lo scuote.)
(Si ode bussare all'usclo di sinistra.)

ORSČOLO
Vieni... Entra...

LA VOCE DI CONTARINA
E’ chiuso.

(Si ode la fanciulla ridere con la balia. Orsčolo va ad aprire l'uscio
che fu chiuso da Marino. Entra Contarina con la sua balia levantina.)

CONTARINA
Padre, non era qui con voi Marino ?

ORSČOLO
Chi lo disse ? Nessuno era qui meco.

CONTARINA
M'era parso d'udire la sua voce.

ORSČOLO
Ho detto ch'ero solo...

CONTARINA
Son tre giorni
che non rincasa...

ORSČOLO
Ebbene? Affari suoi.
Non č un fanciullo.
(rivolgendosi. alla Levantina)
Va', chiamami Zorzi.

Perchč piangi ? Che hai ?

CONTARINA
(sorridendo e carezzando
la balia
sui capelli)
Povera balia !
Ubbie, malinconie, timori vani...

LA LEVANTINA
(con voce lamentosa)
Padrone mio, ti prego, non uscire,
e non condurre al ballo Contarina.
Mentre ch'io la vestivo, una civetta
ha gridato tre volte...
Č segno di sventura,

padrone...

(Improvvisamente giungono da fuori grida concitate e rumore di gente

in corsa. Orsčolo allibisce, e si riaccosta alla scrivania e vi si appoggia. )

VOCI DA FUORI
- Dąlli ! Dąlli ! Dąlli, piglialo !
Piglialo

(Entra un servo portando un doppiere acceso,
e sull'altro braccio la cappa nera di Orsčolo.)

ORSČOLO
Va', scendi a veder che accade...

(Il servo depone il candelabro e
la cappa sulla scrivania,
e va alla porta. Gira la maniglia, ma non
puņ aprire.)

ORSČOLO
(violento)
Gira la chiave...
(Il servo apre ed esce.)


LA LEVANTINA
Oimč!

(Presa dal terrore. Contarina corre vicino a
suo padre. )

CONTARINA
Oimč!

ORSČOLO
Tu tremi ?
Hai paura anche tu, come la balia ?


CONTARINA
Non č paura, no... Ma quelle grida,
la vostra voce, il vostro turbamento...
Che accade intorno a noi, che dunque accade?
Parlate... Una parola...

ORSČOLO
Quale? Quale?
Udisti mai che una parola possa

scoperchiare una tomba?
O trarre a salvamento
uno che sia caduto dentro a un pozzo?

O soltanto, soltanto riaprire
la porta che uno chiuse di sua mano?

Non le parole, solo i fatti contano!

CONTARINA
Perchč mi dite questo? Io non comprendo.

ORSČOLO
Tu vuoi bene a tuo padre?

CONTARINA
Perchč lo domandate?

ORSČOLO
Sei devota a tuo padre?

CONTARINA
Voi sapete
che darei la mia vita per la vostra.

ORSČOLO
Contarina ! Figliola ! Benedetta!

(Si riodono, ancor pił forti e tumultuose, quelle grida da fuori.
Contarina si stringe al petto di suo padre.)

IL SERVO
(rientrando)
L'han preso...

ORSČOLO
(Alla vista del servo
si volta di scatto,
chč non si era accorto
fosse rientrato.)
Chi ? Chi han preso?

IL SERVO
Un ladro, un borsaiolo.
(Va a riprendere la cappa di Orsčolo
e aiuta il padrone a indossarla.)
L'han preso sulla porta della chiesa.
All'aspetto, pareva un levantino.
Va a riprendere il doppiere acceso.

ORSČOLO
Andiamo... Va', fa lume.

(Il servo si avvia, e Orsčolo e Contarina lo seguono. La Levantina
esce dall'altra parte, asciugandosi gli occhi lacrimosi.)

La scena si chiude







INTERMEZZO





La scena si riapre.
Un tratto della Riva degli Schiavoni, vista dalla laguna.
Notte stellata.
Un gruppo di gente, donne la pił parte e qualche vecchio, a sinistra,
in attesa degli uomini che passeranno per recarsi all'Arsenale, e di
lą partiranno per il Levante, per la guerra.
Qualche coppia di maschere passa in fondo.

UN CORO DI MASCHERE
(fuor della scena, a destra)
Gente, udite la canzone
che vi chiama alla baldoria!

A sollievo d'ogni male
ritornato č Carnevale.
Verrą, poi la contrizione
ora tregua a pianti e lai.
(S'ode, da sinistra, un rullo di tamburi,
e un canto di guerra.)

UN CORO DI SOLDATI
Cipro, Candia, Morea, xe nostri regni,
e chi ne li vol tior se fazza avanti ;
chi dar sangue no vol xe fioli indegni.

IL CORO DI POPOLO
Ascoltate, son loro... Benedetti !

(Entra una compagnia di maschere, da destra.)
(Vi sono Dottori, Arlecchini, Mattaccini, Turchi con la scimitarra e la
pipa, il Bernardone con le grucce, i1 Tirolese con l'orso, Gentildonne,
Gnaghe e altre ancora.)
(La mascherata ha un Capo che, presentandoli ai passanti, prima spinge
avanti un Dottore dietro al quale si nasconde, per balzar fuori quando
udrą il suo nome, uno Zanni sguaiato, e poi spinge avanti una Gentildonna
dietro la quale sta una Gnaga che tiene in braccio un grosso gatto impagliato.)

IL CORO DELLE MASCHERE
Carnevale, ecco, s'avanza
con sue maschere sapienti,
che, parvenza oppure sostanza,
dicon tutte veritą.
Sotto il manto del Dottore,
- Ehm, ehm, ehm, ehm, -
c'č uno Zanni sciocco e matto.
--- Ah, ah, ah, ah ! -
Dove vedi una gran dama,
- Ih, ih, ih, ih, -
c'č una Gnaga col suo gatto.
- Miao, miao, miao, miao! -
Piangerete un altro giorno,
oggi č giorno di godere,
ché a sollievo d'ogni male
ritornato č Carnevale.
E potete, andando intorno,
dire a ognun quel che vi pare.
(Squilli di trombe e rullo di tamburi da sinistra.)

IL CORO DI POPOLO
Ecco le trombe. - Vengono, son qui...

CORO DI SOLDATI
La prima volta che su la galiazza
ai Turchi cani ghe darņ la cazza,
tagiar voi de costori quattro teste
e qua portarle a rallegrar le feste.

(I soldati entrano da sinistra, incolonnati, e preceduti da trombetti
e tamburini, e attraversano la scena da sinistra a destra.)

UNA VECCHIA
(additando a un'altra le maschere)
Questi va' a festa, e loro va' alla guerra.

UN'ALTRA VECCHIA
Non tutti nasce al mondo per soffrire.

ALTRE DONNE
- San Marco li accompagni, poverini.
- Sta ben, figliolo caro.

UNA RAGAZZA
(che finalmente vede passare
tra i soldati il suo innamorato)
Adio, Paoletto !
Adio, tesoro mio! Gioia del cuor!
Adio, bellezza cara...

UN VECCHIO
Accoppateli tutti, i Turchi cani,
e poi tornate. Viva la Repubblica!

(Sbandate dai soldati coi quali si incontrano e tra i quali alcune passano,
le maschere poco a poco escon dalla Piazza andando verso sinistra,
verso San Marco. Rimangono in scena poche maschere che non riescono
ad aprirsi un passaggio tra i soldati ed il Capo della Mascherata, che ha
adocchiata una bella ragazza tra il Coro di Popolo e passo passo le si avvicina.
Ormai i soldati sono passati tutti. La poca gente chi era venuta per vederli
e salutarli s'allontana. Il giovane mascherato sta ora dietro alla ragazza
che ha salutato il suo innamorato, e le sfiora una spalla con la destra.)

LA RAGAZZA
Gił le mani, compare...

IL GIOVANE MASCHERATO
Quei begli occhi
non son fatti per piangere.

LA RAGAZZA
A voi, che ve n'importa? Io voglio piangere
quanto mi pare e piace...

IL GIOVANE
Diventerete brutta.

LA RAGAZZA
Non a voi
ho da piacere.

IL GIOVANE
A San Tomą c'č festa.

UNA VOCE LONTANA
(da destra)
Adio bela Venezia, adio laguna,
adio bele putele veneziane...

LA RAGAZZA
Quei che han coraggio parton per la guerra.

IL GIOVANE
Verrą il mio turno. Intanto me la godo.
A San Tomą si balla... E siete giovane...
Occhio non vede, cuor non duole... Andiamo...
(Egli cinge con un braccio alla vita la ragazza,
che si schermisce, ma gią sorride.)
Che bella bocca! E ci scommetterei
che sa di gelsomino.
(I due giovani si allontanano verso sinistra.)

La scena si chiude

QUADRO II
La scena si riapre. Festa da ballo in Ca' Grimani. Una grande sala.
In fondo, spalancata, la porta d'accesso. A destra tre finestroni che
dąnno su un canale. A sinistra tre usci a vetrate che dąnno nelle altre
sale, dove si danza: aperti sono il primo uscio, verso i1 proscenio,
e l'ultimo, verso il fondo.
Notte avanzata. Fervido movimento di invitati: gente riccamente
vestita e adorna che entra, sosta a salutare gli amici, e passa nelle
sale dove si danza e dalle quali viene, or sģ or no, il suono di una
orchestra.

IL CORO
- Buona sera. - Felice d'incontrarvi.
- Onore mio, messere. - In veritą,
pił ricca festa io mai non vidi.

UN GIOVANE
(a una dama)
Ed io
non mai vidi occhi belli come i vostri.


LA DAMA
Lusingatore !

IL GIOVANE
Avessi una speranza !

ALTRI GENTILUOMINI
- Casa Grimani ben sa farsi onore!
- Che belle creature! - Nel sorriso
delle sue donne specchiasi Venezia
e pił risplende, sģ che due bellezze

fanno un incanto solo.
- Bel madrigale! Bravo!


(Entra Soranzo. Alcuni lo incontrano
sulla soglia della porta, e lo salutano.)

IL CORO
- Buona sera, Eccellenza.

SORANZO
Buona sera,
signori miei.

IL CORO
- Messer Grimani ha chiesto
di voi gią molte volte. -- E il Doge anch'esso.


SORANZO
Č gią venuto i1 Doge ?

IL CORO
- Č in quella sala.
(Sopraggiunge, da sinistra, il Grimani;
e
vede Soranzo, e va ad incontrarlo.)

GRIMANI
Buona sera, Soranzo.

SORANZO
Buona sera.

GRIMANI
Quale risposta ?

SORANZO
Orsčolo mi segue.

GRIMANI
Č un'imprudenza.

SORANZO
Peggio, č una follia.
Ma l'amor ch'egli porta al suo figliolo
gli fa dimenticar la dignitą
del grado e i suoi doveri.

(Si avvia con Grimani verso le altre sale.)
Aiutatemi voi a far in modo
che insieme a lui non resti solo il Doge.

Troppo eloquente č Orsčolo ;
e il Doge, lo sappiamo, č un uomo debole.

(Da poco č entrato un uomo mascherato e avvolto in un mantello di

un viola cupo. Il quale si č fermato a guardare attorno, e si dirige
ora verso il fondo.
Alcune dame gli chiudono il passo: e una pił ardita gli appoggia

la mano sul braccio; e l'altre si mettono intorno a motteggiare e
a ridere.)

UN CORETTO DI DAME
-- Davver non si puņ dire
che Vostra Signoria qui si diverta.

- Che siete forestiero?
- Non rispondete ? - Il poverino č muto !

-- Quando uno soffre di malinconia
dovrebbe stare a casa...
(Entrano Orsčolo e Contarina)
- Guarda! Orsčolo
con la figlia. - E una sfida ai maldicenti.

-- Non č pił maldicenza ! Ormai č certo
che a compiere il delitto fu Marino.
Forse egli non lo sa. - Non sa? Ma guardalo!


(L'uomo mascherato si č ritratto in fondo, presso le finestre. Incontro
a Orsčolo sono andati alcuni gentiluomini anziani. Alcune dame sono
corse incontro a Contarina.)

IL CORO
- Felice sera, Orsčolo.

ORSČOLO
A voi tutti
buona sera, Signori.
(Con un gesto dą licenza
a Contarina di allontanarsi da lui.)


UN VECCHIO SENATORE
Un fresco fiore
pare la vostra figlia. Ed ha la grazia
che avea sua madre.

ORSČOLO
Grazie del ricordo.

IL SENATORE
E Marino ?

ORSČOLO
Non so...
Verrą, credo, pił tardi...

IL SENATORE
N'ho piacere.
Talun diceva gią fosse fuggito,
per sottrarsi all'arresto, in conseguenza

di quel ratto...

ORSČOLO
Davvero? E voi che dite ?

IL SENATORE
Io ? Nulla. Ascolto e osservo.

ORSČOLO
E pił prudente.

ALCUNE DAME
- Contarina ! Tesoro...
- Sei bella come il sole. - Andiamo al ballo.

- Ti facciamo da scorta.
(Si avviano con Contarina verso le sale
a sinistra e vi entrano.)


IL CORO
- Orsčolo, badate, vi rapiscono
la figlia...

UNA VECCHIA DAMA
I rapimenti
di fanciulle non sono pił puniti.

Non č vero, Eccellenza?

ORSČOLO
All'etą vostra
la cosa non dovrebbe riguardarvi.


LA VECCHIA DAMA
Č giusto. Sol potrebbe riguardarmi
se fossi vostra moglie.

ORSČOLO
Che volete
voi dire ?

LA VECCHIA DAMA
Oh ! Per i figli, ben s'intende!
E per il maschio pił che per la figlia...

SORANZO
(or ora rientrato da sinistra)
Orsčolo, vi prego... Il Doge chiede
di voi. Siete persuaso
che meglio avreste fatto a non venire ?


IL CORO
-- Avete visto ? Gli occhi egli volgeva
intorno come l'uom che teme agguati.
- E come s'č incurvato ! Si direbbe
invecchiato in tre giorni di dieci anni.

(A piccoli gruppi, mormorando,
signori e dame passano
nelle sale a sinistra.)

ALCUNE DAME
- E certo, ormai č certo,
che a compier il delitto fu Marino!
Peccato! Era un bel ragazzo ! - E fiero!

(La sala č quasi vuota. L'uomo dal mantello viola
č entrato anche lui nelle altre sale.
Dalla porta di destra entra un servo
e chiede ad un suo compagno)

UN SERVO
Di', tu, dov'č la figlia dell'Orsčolo ?
C'č un uomo, gił, che chiede di parlarle.

UN ALTRO SERVO
(indicando uno degli usci aperti
che dąnno nelle altre sale)
Guarda, lą in fondo...

IL PRIMO SERVO
Quale ?

L'ALTRO SERVO
Quella col velo bianco sulle spalle.
(Il primo servo entra nelle sale a sinistra.

Un giovane gentiluomo e una giovane dama, che erano andati in
fondo, riattraversano la sala per tornare dove si danza.)

UN GENTILUOMO
Quei Fusinčr, infine, sono gente
volgare; e ancor puņ dirsi fortunata
la ragazza, se l'ha presa un dei nostri...

UNA DAMA
Lo invidiate ?

IL GENTILUOMO
Per niente! Io solo invidio
vostro marito.

LA DAMA
Zitto, scostumato !

(Rientra Contarina, agitatissima, seguita da presso dal servo che č
andato a cercarla, attraversa la scena, ed esce poi dalla porta in fondo. )

CONTARINA
E vuol parlare a me?

IL SERVO
Cosģ m'ha detto.
E ch'č mandato dalla vostra balia.

(Vien riaperto anche l'uscio centrale, dei tre a sinistra, dal quale
entra il Doge, che ha alla sua sinistra il Grimani e alla sua destra
la moglie del Grimani stesso. Dai due usci laterali rientrano,
acclamando al Doge, gentiluomini e gentildonne.)

IL CORO
- Evviva il Doge! Evviva!

IL DOGE
(Sorridendo quasi paterno, lievemente
s'inchina a dame e gentiluomini.)
Ad ogni etą ciņ che l'etą comporta
ai giovani le danze, ai vecchi il letto.
L'alba non č lontana, e il nuovo giorno
deve trovarci pronti al nostro ufficio.

GRIMANI
Vostra Serenitą d'esempio č a tutti.

IL DOGE
(avvedendosi di quell'uomo mascherato dal mantello viola,
che, gettato il mantello, appare ora vestito a gramaglie,
e che si č posto davanti alla porta d'ingresso,
dando alla porta le spalle)
Chi č costui che ha tanta mala grazia
d'ostentar le gramaglie dove il Doge
consente la letizia?

L'UOMO IN GRAMAGLIE (RINIERI )
Consentirebbe il Doge la letizia,
sapesse egli d'avere intorno a sé,
in coloro che a lui sorridon lieti,
gli occultatori o i complici d'infamie ?

IL CORO
- Buffone ! - Saltimbanco! - Č un pazzo! - Fuori!
- Mettetelo alla porta. Fuori!

IL DOGE
No!
Deve restare e deve render conto
dell'ingiurie profferte. Avanti! Dite.

RINIERI
Serenissimo Doge! Or son due giorni,
nell'acque di Venezia, una fanciulla
venia rapita a forza; rapitore
un nobil veneziano.

IL DOGE
Signori, č vergo ?

ALCUNI DEL CORO
- Č vero?

RINIERI
Lo vedete?
Nessuno qui stupisce.

IL DOGE
Solo il Doge
doveva non sapere?

RINIERI
Da un cittadino membro del Consiglio
denunciato il delitto per due volte,
e nominato il capo dei colpevoli,
denunzia e accuse son cadute invano.
Perchč quel reo lo stesso nome porta
di tale che in Venezia č ancor potente,
i magistrati voglion dargli il tempo
di sottrarsi all'arresto con la fuga.

(Orsčolo, che č rimasto fino ad ora presso uno degli usci della sala

da ballo a sinistra, guardato da Soranzo, fa l'atto di lanciarsi contro
il denunciatore. Ma Soranzo lo ferma a tempo, e lo trascina seco, a
forza, dentro la sala.)

IL DOGE
Il nome di costui! E il vostro nome,
se siete un uom d'onore!

IL CORO
- Č un pazzo ! - Fuori !
- Sia arrestato! - Sia mandato ai Pozzi !

RINIERI
Č la paura, che or vi fa gridare ?
Ma venni per dir tutto, e parlerņ.
(Trae da sotto il giubbetto un foglio piegato
e lo mostra al Doge.)

Serenissimo Doge ! In questo foglio
son per la terza volta ripetute
la denunzia e l'accusa ch'io v'ho detto.
Ad ogni conseguenza preparato,
i1 fratello l'ha scritto della misera
che fu rapita e offesa, e forse uccisa
(Si toglie la maschera.)
Rinieri Fusinčr.
Ed egli a voi l'affida.

IL CORO
- Ai Magistrati
dev'esser consegnato...

IL DOGE
(confuso, irresoluto)
Ai Magistrati...

RINIERI
(mordente)
E allora qui lo getto, ai vostri piedi
per provare se il Doge, raccogliendolo,
voglia inchinarsi all'alta maestą
della Giustizia; o s'egli, calpestandolo,

voglia significar che in questa terra,
sopra le leggi e sopra la Giustizia,
imperano l'arbitrio e la violenza.

(E getta il foglio per terra, nello spazio tra lui e il Doge,
intorno al quale si sono stretti tutti i signori.
Il Doge avanza di un passo come volesse raccogliere il piego.)

IL CORO
- No! No ! Principe, no, non v'umiliate !
- Ma fatelo arrestare e imprigionare.
- Egli ha oltraggiato il Doge. - Alle colonne!

- Ha ingiuriato il Consiglio e i Magistrati.
- Alle colonne! Fatelo impiccare.
- Ma prima qui, davanti a tutti, chieda

perdono dell'offese e le ritratti.

ALCUNI VECCHI
- Non siate sģ spietati !
Č un uomo che il dolore ha reso pazzo.


ALCUNI PIŁ VIOLENTI
- E raccatti quel foglio ! Raccattate
quel foglio...

RINIERI
Non a me spetta raccoglierlo,
nč lo riprenderņ, ne andasse pure
della mia vita.
Principe, Signori,
se v'ho ingiuriato, e voi mi punirete

senza lamento accetterņ il castigo.
Ma prima, prima datemi quel segno
che ho chiesto, di giustizia.
Raccogliete quel foglio...

IL CORO
- Basta ! Fate
chiamare il Missier Grande. - Si, ma prima

chieda costui perdono, inginocchiato.
- E questo foglio...

(Alcuni, dandovi contro col piede, fan balzare il foglio per cacciarlo
oltre la soglia della porta. Rinieri arretra, inorridito, verso destra. )

RINIERI
Ah, no! Codesto no!
Badate a voi !

IL CORO
(alcuni pił violenti,
traendo le spade dal fodero,
e ponendosi a ridosso
della porta d'uscita)
- Di qui
vivo non uscirai, se tu non abbia

chiesto perdono inginocchiato a tutti.

LE DONNE
- Vergine benedetta, ora s'ammazzano!

ALCUNI VECCHI
- Ringuainate l'armi! E vergognatevi!

RINIERI
(che ha tratto egli pure
la spada dal fodero)
Ormai tagliato č il ponte!
Quel che avverrą l'avrete voi voluto.
Per Dio non v'accostate, o corre sangue!

Doge, e voi pur vestitevi a gramaglie,
chč Venezia precipita a rovina
per colpa di chi avrebbe a custodirla.


IL CORO
- A morte, a morte !
- Ai Pozzi, ai Pozzi !


RINIERI
Indietro !
L'ombra del reo che, complici voi tutti,
ha potuto fuggire - egli, un Orsčolo ! -
quell'ombra vi sovrasta. Č grande, e pesa;
vi soffoca, e vi schiaccia. E insieme a quella
vengono incontro a voi in dense schiere,
e da presso - guardątele - vi stringono,

l'ombre di quei che lą, nei Mari caldi,
per Venezia a lor cara, anche se ingrata,
soffrono guerra e morte, mentre qui
la nobiltą tradisce leggi e Patria...


IL CORO
- Maledizione !

RINIERI
(Apre con la sinistra, senza
che la mano destra lasci o abbassi la spada,
la finestra che ha dietro e che dą sul canale.)
Indietro! Dio protegga
Venezia e la sua gloria. In quanto a voi,
guardątevi ! Ogni colpa ha il suo castigo.
(E si getta di sotto.)

(Quei giovani che gią s'eran posti, con la spada in pugno, a ridosso
della porta, per impedire che Rinieri di lą potesse salvarsi, e che poi,
quanto pił l' invettiva di Rinieri cresceva di forza, s'eran avvicinati
a lui, come cani intorno a una fiera, si rivolgono ora tumultuosamente
verso la porta, per correre di lą all'inseguinento dell'offensore. )

IL CORO
- A noi!, A noi !

IL DOGE
(tendendo le braccia)
Fermatevi !
Fermatevi ! Non voglio altri delitti.
Anche se l'uccideste, rimarrebbe
lo squillo della sua voce nell'aria.
Gią l'alba? Ahimč, che nasce un triste giorno!

Tempo gią fu che ad ogni cittadino
di questa terra vanto era supremo

potersi proclamare un veneziano.
Veneziano: e bastava a tutti. E il nobile
non dispregiava il popolo; e i1 plebeo
rispettava ed amava i pił potenti.
Tempo gią fu! La gloria di Venezia
splendeva come un sole...
(S'avvia, lentamente e penosamente,
per uscire. A un tratto si ferma,
si volta indietro, e grida,
con voce piena di pianto ma solenne
e
maestosa:)
O giovani, lą Patria
ha bisogno di tutti i suoi figlioli !

Č la Madre di tutti...

(La voce gli si rompe in gola per la commozione. Qualcuno si accosta
a lui come per sorreggerlo. Egli respinge il gesto, dolcemente.
E accompagnato dai Grimani si riavvia verso la porta, ed esce.
Gentiluomini e gentildonne lo seguono, in silenzio.
Si odono, da fuori, le voci dei servi che chiamano per le gondole:
e le voci dei gondolieri che rispondono ripetendo il nome della casata. )

VOCI DI SERVI E DI GONDOLIERI
- Ca' Gritti. --- Ca' Dolfin. - Ca' Gradenigo.
- Ca' Loredan. - Ca' Dandolo...

(Una campana, da una chiesa vicina,
e poi altre pił lontane, chiamano
alla prima Messa. Qualche vecchio si segna.)

UN GENTILUOMO
Il Doge č veramente
un uomo di gran cuore...

UN VECCHIO SENATORE
Gran virtł!
Ma per essere Doge essa non basta.
(Si odono squilli di trombe, lontani.)

ALCUNI GIOVANI
Udite... - Č l'adunata all'Arsenale.
- Maledizione ai Turchi e a chi li aiuta.

(Quasi tutti gli invitati sono ormai usciti.
Qualche servo attraversa la sala: qualche altro
si ferma a spegnere le candele.
Dalla sinistra vengono lentamente
Soranzo ed Orsčolo, ai quali si uniranno
poi i Grimani, di ritorno dall'aver
accompagnato il Doge.)

SORANZO
Abdicare l'ufficio or non potete.
Sarebbe come un confessarvi complice
di vostro figlio. Ed anche se lo foste,
- oh, dico sol per dire -, ora il dovere
sarebbe di negarlo. Anche il mentire
puņ essere un dovere, ove si tratti
di salvare il prestigio dello Stato.


ORSČOLO
(rivolgendosi a un servo
che attraversa la sala verso sinistra)

Fate avvertir Madonna Contarina
Orsčolo che suo padre l'aspetta...


SORANZO
Vedremo oggi, in Consiglio, se convenga
bandire il Fusinčr, o imprigionarlo.

ORSČOLO
(violento)
Impiccarlo, costui !

SORANZO
(calmo)
Se converrą,
si farą pur codesto...

IL SERVO
(tornato da sinistra,
riavvicinandosi a Orsčolo)

Eccellenza, le sale sono vuote.

ORSČOLO
Cercate ancora... Andate...
(Improvvisamente egli č preso
da una tremenda angoscia che lo rende

convulso e balbettante.)
Chiamatela per nome... Contarina…
Che suo padre l'aspetta.
(Si sforza di gridare il nome della sua figliola,
ma la voce quasi non gli esce dalla gola.)
Contarina...

(Soranzo e i due Grimani, or ora rientrati,
gli si fanno intorno per calmarlo.
Lanciato dal basso, dal canale, attraverso la finestra che Rinieri

aprģ, viene a cadere in mezzo alla sala un piccolo ma pesante involto
bianco. E al tonfo che esso fa cadendo, risponde da fuori una stridula
sghignazzata del lanciatore. Orsčolo e Soranzo e i Grimani si voltano,
e alcuni servi, che stavano passando, si fermano stupiti.
Un solo istante di sospensione, e subito Orsčolo ha l'intuizione di ciņ

che č avvenuto. Vorrebbe correre, non puņ muoversi, urta come
una belva ferita. Finalmente si slancia, corre, si china sull'involto
e lo afferra.
Nelle mani gli si svolge il velo che Contarina portava in testa, e

cade in terra la pietra che vi era stata messa dentro per appesantirlo
e lanciarlo.)

ORSČOLO
Figliola mia ! Figliola ! Contarina !

(E con le mani convulse si reca alle labbra il velo e lo bacia.
Soranzo e i Grimani, sgomenti e commossi di pietą, gli si appressano. )


ORSČOLO
No, no, nessuno, no... Voglio esser solo...
Io solo...
La mia gondola! La gondola!

(Tenendo stretto al petto il velo, il vecchio va barcollando verso la porta.
Soranzo e i Grimani non osano pił accostarglisi, ma lo seguono
a distanza. I servi stanno immobili, sbigottiti.
Dai finestroni entra la luce rosata dell'aurora. )


La scena si chiude.







ATTO  II



Atto I
Atto II
Atto III



In un'isoletta dell’estuario.
La scena č per due terzi occupata, a sinistra, dal casolare di un
pescatore, del quale si vede l'interno: e per l'altra parte da un tratto
di spiaggia, oltre il quale, a forse cento passi, č la laguna. Il casolare
č stato costruito al riparo di una macchia di pioppi e cipressi bassi,
cresciuti stenti e curvi per la forza contraria del vento : il resto della
spiaggia č sparso di radi cespugli e giunchi. Dell'interno del casolare
si vede una delle sue due stanze : uno stanzone basso e scuro. A destra,
annerito dal fumo, un camino dove stanno malamente bruciando
poche legne umide ; in fondo, nel mezzo della parete, la porta, chiusa,
e nella stessa parete una finestra a inferriata ; a sinistra, una scaletta
di pochi scalfni che conduce a un uscio, pure chiuso, per i1 quale si
entra nell'altra stanza. Appese alle travi, che sostengono un tetto di
paglia impastata con fango, reti e nasse e altri strumenti per la pesca.
Nel mezzo dello stanzone, una rozza tavola, e su di essa un boccale
di terra e due bicchieri, e un grosso pane con infissovi un coltello,
e una lucerna a olio, accesa.
Č il tardo pomeriggio di una giornata d'aprile, ma ventosa e fredda
come di pieno inverno.
Due uomini sono nello stanzone : uno, Alvise Fusinčr, giovane ma
che ha l'aspetto di uomo fatto, sta seduto su una bassa scranna
di legno davanti al camino, le spalle alla tavola; l'altro, Delfino Fusinčr,
sta seduto su la tavola : la luce tremula della lucerna e il rossore della
brace o della fiamma gli illuminano or pił or meno il viso di adolescente.



DELFINO
Se non venisse ?

ALVISE
(senza voltarsi, ma rimanendo anzi
a testa china, come intento al  fuoco
che di quando in quando egli va rattizzando)
Ancora? Da stamani
gią me l'avrai ridetto dieci volte.
Ti pare ch'egli sia d'un altro sangue
del tuo, del mio, di quel di sua sorella?

DELFINO
Diverso, forse, č i1 cuore, or che si tratta
di quella ch'č lą dentro.

ALVISE
O non avrebbe
voluto averla in moglie?
Se gli piace e n'ha voglia, ora puņ préndersela.

Razza di superbiosi tutti quanti!
Il vecchio e quel suo figlio maledetto,

e Contarina anch'essa.
Soffia, schianta,
vento della malora!

(Una pausa, durante la quale non s'ode
che il rombo del mare grosso
e il sibilare del vento tra gli alberi.)

DELFINO
Brutto tempo
per chi sta navigando...

ALVISE
E mala sorte
per quei che han roba in mare.


DELFINO
Se non venisse?...

ALVISE
(iroso)
Smetti !
Se non verrą, faremo noi il resto.


DELFINO
Alvise...

ALVISE
E poi ?... Che sei forse pentito ?
Prendi la penna, e scrivi
un bel lamento in versi.
Io no, non son pentito, io che nel libro

della memoria ho scritto ogni mio debito,
ma anche il nostro avere! E con gli Orsčolo
debiti no, ma i crediti son molti.
Quando Orsčolo fece alzar quel muro

di pietre aguzze a taglio
fra il suo giardino e il nostro,

perchč i suoi figli, i nobili suoi figli,
non si trovasser pił con noi, figlioli
d'un mercante di legne, ero un ragazzo.
Fossi stato mio padre,
avrei accatastato cento some

di legne sotto il portico
della villa dei Salici,
e ci avrei messo fuoco. Ero un ragazzo.

Ma quell'umiliazione mi rimase
qui dentro in gola, e mi s'č fatta tņssico.

E un altro conto aperto fu dal vecchio
a quell'ultima Messa di Natale
che sertiron gli Orsčolo alla Mira.

Per esser stata salva dalle fiamme
la sua figliola, il Nobilomo offerse
un cuore d'oro alla Madonna. Giusto!
Ma neppur si degnņ varcar la soglia
di casa nostra, sol per dire un
«grazie »
a chi l'avea salvata.
E vendette la villa a un forestiero.

Tre conti, tre, fra Orsčolo e noialtri !
Il giorno di pagarli č alfin venuto.

DELFINO
E sia... Ma che ne ha colpa Contarina ?

ALVISE
Oh, dico, come parli ? Ma neanche
tu l'avessi tenuta su le braccia,
come Rinieri ! E quale colpa aveva
Cecilia, perchč avesser a rapirla?
Se Rinieri; in Consiglio, avea scoperto

di lor signori vizi e malefatte,
sopra di lui dovevan vendicarsi.

Del resto, ognuno fa
ciņ che gli pare meglio.
Rinieri fa discorsi.- tu, canzoni;
da mercante ch' io sono, io fo negozi.

Costei, nelle mie mani, č preziosa
valuta da baratto: Contarina
per Cecilia. E cosģ come Cecilia
ci sarą resa - intendi ? tale e quale

renderņ Contarina.

DELFINO
E dopo ?

ALVISE
So,
lo so quel che vuoi dire.
Ma non m'importa. Io gioco volentieri

anche la vita.

(Si bussa alla porta. I due fratelli balzano in piedi,
e stanno un momento in ascolto.
Si bussa nuovamente. Delfino va per aprire.)

LA VOCE DEL PESCATORE LUCA
Aprite...

DELFINO
Chi č lą?

LA VOCE DI LUCA
Son Luca. Aprite.

DELFINO
(Apre - la porta si apre verso l'interno –
appena quel tanto da lasciar
passare l'uomo che bussava.)

ALVISE
(a Delfino)
Chiudi.
(Facendo forza contro il vento,
Delfino richiude.)

ALVISE
(rivolgendosi a Luca)
Verrą ?

LUCA
Mi segue. La sua barca
č in vista: e vola, come avesse il vento

in poppa.

ALVISE
Gli parlasti ?

LUCA
Si.

ALVISE
Che disse ?

LUCA
Nulla. Sapeva gią.

ALVISE
Da chi ?

LUCA
Sapeva.

DELFINO
E di Cecilia ?

ALVISE
(troncando la domanda del fratello)
Il vecchio, ha denunciato
il ratto?

LUCA
Non si sa. Perņ, si dice
ch'egli abbia sguinzagliato i suol segugi

in cerca della figlia.

DELFINO
E di Cecilia
nessun indizio ?

LUCA
Forse. Il nome no
ma un tal della Giudecca, un ortolano,

dicea stamani in piazza d'una giovane
trovata, or son tre notti, su la riva
a San Giovanni in Brągora, svenuta;

e che sarebbe stata accolta, dice,
dalle Carmelitane ....

DELFINO
Alvise, č lei !
Bisogna andare a prenderla ....

ALVISE
Pił tardi si vedrą.
rivolgendosi di nuovo a Luca
Come entrerą Rinieri, te ne andrai.

LUCA
I figli di Zuane Fusinčr
- Dio l'abbia in gloria - sono i miei padroni,

come fu lui.

(Qualcuno ha spinto la porta, da fuori, per entrare. E certo Rinieri.
Preso da subitaneo timore, Delfino arretra verso il camino, e si appoggia
all'angolo della tavola. Alvise apre, e Rinieri entra impetuosamente.
Luca esce e chiude.)

RINIERI
Dov'č ?

ALVISE
T'attendevamo.

RINIERI
Contarina, dov'č ?

ALVISE
Lą dentro, chiusa
in quella stanza.

RINIERI
Che le avete fatto?

ALVISE
T'attendevamo, ho detto. Or se ne parla.

RINIERI
Voglio vederla, słbito.

ALVISE
S'intende,
la vedrai. Ma dal modo come tratti,

parmi sarebbe meglio c'intendessimo
prima fra noi.

RINIERI
C'intenderemo dopo.

ALVISE
Meglio prima.

RINIERI
La chiave di quell'uscio,
e non parole.

ALVISE
E s'io te la negassi ?

DELFINO
(timoroso)
Alvise.

RINIERI
(a Delfino)
In quanto a te, per non avere
ancor vent'anni, gią prometti bene!
ad Alvise
Dammi la chiave, e uscite.

ALVISE
Io mi domando
se quello che ci parla é veramente
nostro fratel Rinieri, e se Rinieri
ha in petto un cuore d'uomo, oppur

RINIERI
Rinieri
sa lui quel ch'č da fare. A me la chiave.
Alvise getta la chiave sui tavolo, e Rinieri la prende.
E nessuno osi entrare s'io non chiami.

ALVISE
Bada perņ che sto di fuori. E bada
che nessuno uscirą ch'io pur non voglia.

(Passando, a testa bassa, davanti a Rinieri, Delfino esce per primo.
Alvise prende di sul tavolo il suo mantello, ed esce indietreggiando e
tenendo gli occhi fissi sul fratello maggiore, con espressione di sdegno e
di corruccio, ma pił ancora di stupore. Rimasto solo, Rinieri chiude la
porta. E va per aprire l'uscio della stanza ove Contarina č stata rinchiusa.
Ma fatti due tre passi si arresta, quasi sopraffatto dai sentimenti che
nel suo cuore contrastano e combattono. Finalmente si decide.
Apre l'uscio e si trae da parte, venendo a trovarsi, a destra di chi
esca dall'uscio, nell'angolo pił buio dello stanzone.)

CONTARINA
No, non entrate! No, per caritą!

(Nessuno le risponde, nessuno entra. Correndo, Contarina esce dalla
camera, vestita di bianco, come alla festa in Ca' Grimani, ma con
uno scialle nero, frusto e stinto, sulle spalle. Si ferma, che č quasi
nel mezzo della stanza, e guarda intorno. Non vede, nell'ombra dietro
a lei, Rinieri Respira faticosamente, quasi gemendo, per il terrore e
la speranza che insieme la agitano. Raccoglie le sue forze e corre sino
alla porta, e la scuote per aprirla.
A un movimento di Rinieri, si volta di scatto, vede, lą in fondo
nell'ombra pił scura, un uomo. Quasi vergognandosi del terrore prima
dimostrato, si irrigidisce e si impone la calma.)

CONTARINA
Chi c'č lą in fondo ? Alvise, siete voi ?
Rispondetemi dunque !
Che finalmente io sappia
che si vuole da me, perché son qui,
e quando si vorrą lasciarmi libera.
Uditemi s io vi chiedo solamente
di ricondurmi a casa;
e vi prometto in cambio
perdono e impunitą.
Perché. badate,
voi giocate la vita sol per perderla!
Perché sono una Orsčolo, e mio padre
é l'uomo pił potente di Venezia.
Apritemi la porta, io voglio uscire!
Non prego pił, comando.

RINIERI
Gridare qui non serve! Né momento
quest'č di dar comandi. E il vostro nome
superbo non ha qui pił suono ed eco
d'uno stormir di fronde o del belato
d'un agnellino.

(Contarina ha udito le parole dure e sprezzanti di Rinieri stando
appoggiata con la schiena alla porta. Brancicando con le mani
dietro la schiena fa ancora un tentativo per aprire.)

RINIERI
Č chiusa !
Perchč devo parlarvi, devo. E poi …
E poi, quel che dev'essere sarą.

CONTARINA
Rinieri .... No ! ... Rinieri ....
Allora gli altri, i vostri due fratelli ....

Quest'č dunque un'infamia
comandata da voi....
(Rinieri avanza di un passo verso Contarina.)
No. non movetevi ....

RINIERI
Contarina ....

CONTARINA
(Corre sino al tavolo, strappa
dal grosso pane il coltello che v'era

conficcato, e lo impugna
e lo alza minacciosa.)
Se fate ancora un passo
incontro a me, m'uccido.
Ora comprendo.

Quando a quei due chiedevo
ragion del rapimento
« lo saprete pił tardi » , mi dicevano.

Or comprendo. Sentivano vergogna
di voi ancora pił che di sč stessi.
Ed io che vi credevo un onest'uomo
Il Nobiluom Rinieri Fusinčr !
(Ride, di un amaro riso,
che vuol essere superbo e sprezzante.)

Ha ragione mio   padre: non si compra,
la nobiltą; s'acquista con il sangue.

Ed io che dello scherno
con cui mio padre accolse un vostro messo

ebbi quasi dolore!
Mio padre, egli sapeva
quel che si nascondeva sotto l'abito

del gentiluomo. Ed ora anch'io lo so.
E d'esser stata un tempo, da bambina,
l'ignara e confidente vostra amica
e compagna di giochi or mi vergogno,

ed ho quasi ribrezzo che le vostre
mani m'abbian toccata ....

RINIERI
(in un involontario, ma incontenibile
slancio di dolore appassionato)

Su le braccia,
su le mie braccia un giorno vi portai !


CONTARINA
Voluto avesse Iddio che in quella notte
fossi morta bruciata tra le fiamme,
pił tosto che da voi ne fossi tratta,
serbata a questo oltraggio. Ma il mio padre
si chiama Marco Orsčolo,
potente quanto il Doge, e mio fratello ....


RINIERI
No, quello no, lui no, non nominatelo!

CONTARINA
Lo so che voi l'odiate. E anch'egli v'odia.
Tanto odia voi quant'ama sua sorella.
V'ucciderą. Marino ucciderą
Rinieri ....

(Lo sforzo, troppo superiore alla sua natura e troppo contrario
al suo segreto affetto, l'ha fiaccata. Si sente venir meno,
e non puņ pił frenare il pianto.)

RINIERI
Udite....

CONTARINA
No, non vi movete,
o m'uccido. Ma che v'avevo fatto
di male, perché aveste a ripagarmi
cosģ ? Poteste dunque voi pensare
di conquistar con frode e violenza
il cuor di Contarina
O Santa Vergine,
Vergine dei miracoli, aiutatemi
No, no, non, vi movete. No, vi supplico.
Per amore di Dio ... Pietą, pietą ....

(Si accascia sui ginocchi, davanti al tavolo, appoggiate sul tavolo le

braccia, e sulle braccia la testa e piange: un pianto, pił che di donna,
quasi di bambina.)

RINIERI
Guardandovi e ascoltandovi, ecco, ho vista
e udito il fiero sdegno, e le sferzanti
rampogne, e l'inumano strazio e affanno,
e il pianto supplichevol di Cecilia
mia sorella, davanti a quell'infame
ladro di donne ch'č Marino Orsčolo,
vostro fratello.

(Egli non ha finito di pronunciare il nome di Orsčolo,
che Contarina scatta in piedi, e, puntando le mani sul tavolo,
gli occhi slargati dall'orrore, grida)

CONTARINA
No, no, non é vero!
Voi mentite, mentite !

RINIERI
Or son due notti,
tra Murano e Venezia, a tradimento,
strappata a due fedeli vecchi servi
che avrebber dato il sangue per salvarla,
Cecilia mia sorella fu rapita
da Marino e da tre suoi degni sozi...
Quel che fu poi di lei, ancor non so.
Ma di lui, di Marino, tutti sanno.
Compiuta la prodezza, egli fuggi
complice della fuga
il venerando vostro padre...

CONTARINA
No...
Non ditemi pił altro...
tremante
E allora voi...
Perché m'avete fatto portar qui?
Che si vuole da me ?
(Vacilla, sta per cadere.
Rinieri fa l'atto di slanciarsi, per sostenerla.)

No, no, no, no...

RINIERI
Non venni per offendervi.
Venni - e ringrazio Dio che non fu tardi -
per liberarvi, ancor ch'io piś non possa
annullare l'offesa a voi recata
dai miei fratelli, ingiusta, sģ, ma umana.

(Contarina si č lentamente scostata dal tavolo, e si trova vicino al

camino, presso la scranna, su la quale si abbandona, affranta. )

RINIERI
Tra poco quella porta s'aprirą
davanti a voi, e ne uscirete libera;
tornerete alla casa onde strisciarono
incontro a me e ai miei l'odio e il delitto.
Vi tornerete, qual ne usciste, pura.
Vi chiedo in cambio solo una parola
una parola umana di pietą
per quest'uomo ch'č l'uom pił sventurato

fra quanti mai vedeste. E non chiedo altro
tenue mercede a un dono senza pari.
Tenue mercede, sģ : perchč di tutti
il pił profondamente e atrocemente

colpito qui son io ! Perchč l'Orsčolo
che in mia sorella offese ed oltraggiņ
il mio sangue e il mio nome, ha pure ucciso

la speranza che m'era luce e ardore.
Perchč son io. Rinieri, io, io, lo stesso

che per trarvi ' una notte dalle fiamme
su le braccia vi prese e vi portņ
io che il tepore so del vostro corpo,

e il profumo di quei capelli d'oro,
e il desio che d'allora mi distrugge.
Ed io, io quel medesimo d'allora,
or v'ho dinanzi a me, voi sola inerme

di fronte a me d'umano strazio armato
e d'un crudo, inumano, e pure sacro
diritto di vendetta. E potrei stringervi
fra le mie braccia ancora;
e su codesta dolce bocca premere

queste riarse labbra appassionate;
prendervi, farvi mia, sentirvi mia,
mia, mia...
(Involontariamente Rinieri si č avvicinato
alla fanciulla, tendendo nell'ardore
del suo affannoso desiderio,
 verso di lei le braccia.
Ma in lei, che durante le ultime parole
della invocazione disperata ha alzato la testa a guardare,
con occhi pieni di amore e insieme di terrore;
in lei egli vede ora una sģ struggente implorazione di pietą,

che, quasi vergognandosi di aver troppo ceduto
al suo trasporto, egli indietreggia e tace, per dire poi
le altre parole che voleva dire con voce
non meno commossa ma pił grave.)
Or se di qui
uscirete non tocca, immacolata
come quando qui entraste, non virtł
sdegnosa e altera avrą fatto a voi scudo,
ne il pianto, ne le supplici preghiere,
ne la pura beltą, ne lo splendore
de' vostri occhi di cielo ; ma soltanto

v'avrą salvata il disperato amore
d'un uom che, soffocando nel suo petto

l'appassionato ardore ond'ei viveva,
vi chiede, ultimo dono per la torbida

sua sera, una parola di pietą.

CONTARINA
Che dovrei dirvi, povero Rinieri ?
(Non le parole, solo i fatti contano! )
(Silenzio. Il rombo del mare e il vento
che ulula e sibila tra gli alberi e gli sterpi.
Ed essa guarda davanti a sč e rivede ciņ
che era e non sarą pił, e vede la presente rovina
e la disperata desolazione della vita
che le avanza. Sottovoce, parla a sģ stessa.)
Le strade erano due, ma non diverse.
Potea dall'una il pellegrin guardare
al suo compagno, che il fatal viaggio
compia su l'altra: e lui con muto augurio
seguitando, se stesso confortava.
Che la segreta timida speranza
di ritrovarsi alfine a un punto solo

bastava a entrambi, cui vietato udirsi,
ma dato era d'intendersi per gli occhi.
Le strade erano due, ma non diverse.
Ha tremato la terra, tutt'intorno
s'č aperto il suolo in baratri profondi.

Non v'č pił strada, non v'č pił sentiero.
Nessun risponde. Il mondo č nero e muto.
La pellegrina, misera, smarrita,