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Giuseppe Verdi

(1813 - 1901)


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The Operas of Giuseppe Verdi

"Attila"

Prologo Scene 1, 2

Atto I Scene 1, 2, 3

Atto II Scene 1, 2

Atto III

Prologo

Scena I
                                     Scene 1, 2                                                       (Prologo)
 
 
 
Piazza di Aquileia.
La notte, vicina al termine, è rischiarata
da una grande quantità di torce.
Tutto all'intorno è un miserando cumulo di rovine.
Qua e là vedesi ancora tratto tratto sollevarsi qualche fiamma,
residuo di un orribile incendio di quattro giorni.
La scena è ingombra di Unni, Eruli, Ostrogoti, ecc.

 
 
 
 
CORO
Urli, rapine,
Gemiti, sangue, stupri, rovine,
E stragi e fuoco
D'Attila è gioco.
O lauta mensa,
Che a noi sì ricco suol dispensa!
Wodan non falla,
Ecco il Valhalla! . . .
T'apri agli eroi . . .
Terra beata, tu se' per noi.
Attila viva;
Ei la scopriva!
Il ré s'avanza,
Wodan lo cinge di sua possanza.
(Tutti si prostrano.)
Eccoci a terra,
Dio della guerra!
 
(Attila viene condotto sopra un carro tirato
dagli schiavi, duci, ré, ecc.)

 
ATTILA
(scende dal carro)
Eroi, levatevi! Stia nella polvere
Chi vinto muor.
Qui! . . . circondatemi; l'inno diffondasi
Del vincitor.
I figli d'Attila vengono e vincono
A un colpo sol.
Non è sì rapido solco di fulmine,
D'aquila il vol.
 
(Va a sedersi sopra un trono di lance e scudi.)
 
CORO
Viva il ré delle mille foreste,
Di Wodano ministro e profeta;
La sua spada è sangiugna cometa,
La sua voce è di cielo tuonar.
Nel fragore di cento tempeste
Vien lanciando dagl'occhi battaglia;
Contro i chiovi dell'aspra sua maglia
Come in rupe si frangon gli acciar.
 
(Entrano Udino, Odabella, e Vergini d'Aquileia.)
 
ATTILA
(scendendo dal trono)
Di vergini straniere,
Oh, quale stuol vegg'io?
Contro il diveto mio
Che di salvarle osò?
 
ULDINO
Al ré degno tributo ei mi sembrò.
Mirabili guerriere
Difesero i fratelli . . .
 
ATTILA
Che sento? A donne imbelli
Chi mai spirò valor?
 
ODABELLA
(con energia)
Santo di patria indefinito amor!
Allor che i forti corrono
Come leoni al brando
Stan le tue donne, o barbaro,
Sui carri lagrimando.
Ma noi, donne italiche,
Cinte di ferro il seno,
Sul fumido terreno
Sempre vedrai pugnar.
 
ATTILA
Bella è quell'ira, o vergine,
Nel scintallante sguardo;
Attila i prodi venera,
Abbomina il codardo . . .
O valorosa, chiedimi
Grazia che più ti aggrada.
 
ODABELLA
Fammi ridar la spada!
 
ATTILA
La mia ti cingi! . . .
 
ODABELLA
(Oh acciar!)
Da te questo or m'è concesso,
O giustizia alta, divina!
L'odio armasti dell'oppresso
Coll'acciar dell'oppressor.
Empia lama, l'indovina
Per qual petto è tua punta?
Di vendetta l'ora è giunta . . .
Fu segnata dal Signor.
 
ATTILA
(Qual nell'alma, che struggere anela,
Nuovo senso discende improvviso? . . .
Quell'ardire, quel nobile viso
Dolcemente mi fiedono il cor!)
 
CORO
Viva il ré che alle terra rivela
Di quai raggi Wodano il circonda!
Se flagella è torrente che innonda;
È rugiada se premia il valor.
 
(Odabella e donne partono.)
 
ATTILA
Uldino, a me dinanzi
L'inviato di Roma ora si guidi . . .
(Uldino parte)
Frenatevi, miei fidi,
Udir si dee, ma in Campidoglio poi
Riposta avrà da noi.
 
(Entrano Ezio ed ufficiali romani.)
 
EZIO
Attila!
 
ATTILA
Oh, il nobil messo!
Ezio! Tu qui? Fia vero!
Ravvisi ognuno in esso
L'altissimo guerriero
Degno nemico d'Atilla,
Scudo di Roma e vanto . . .
 
EZIO
Attila, a te soltanto
Ora chied'io parlar.
 
ATTILA
Ite!
 
(Il coro parte.)
 
ATTILA
La destra porgimi . . .
Non già di pace spero
Tuoi detti . . .
 
EZIO
L'orbe intero
Ezio in tua man vuol dar.
Tardo per gli anni, e tremulo,
È il regnator d'Oriente;
Siede un imbelle giovine
Sul trono d'Occidente;
Tutto sarà disperso
Quand'io mi unisca a te . . .
Avrai tu l'universo,
Resti l'Italia a me.
 
ATTILA
(severo)
Dove l'eroe più valido
È traditor, spergiuro,
Ivi perduto è il popolo,
E l'aer stesso impuro;
Ivi impotente è Dio,
Ivi è codardo il ré . . .
Là col flagello mio
Rechi Wodan la fè!
 
EZIO
(rimettendosi)
Ma se fraterno vincolo
Stringer non vuoi tu meco,
Ezio ritorna ad essere
Di Roma ambasciator.
Dell'imperante Cesare
Ora il voler ti reco . . .
 
ATTILA
È van! Chi frena or l'impeto
Del nembo struggitor?
Vanitosi! Che abbietti e dormenti
Pur del mondo tenete la possa,
Sovra monti di polvere e d'ossa
Il mio baldo cosier volerà.
Spanderò la rea cenere ai venti
Delle vostre superbe città.
 
EZIO
Fin che d'Ezio rimane la spada,
Starà saldo il gran nome romano:
Di Châlons lo provasti sul piano
Quando a fuga t'aperse il sentier.
Tu conduci l'eguale masnada,
Io comando gli stessi guerrier.
 
(Partono entrambi da opposte parti.)
 
 


Scena II
                                     Scene 1, 2                                                       (Prologo)


Rio-Alto nelle Lagune Adriatiche.
Qua e là sopra palafitte sorgono alcune capanne,
comunicanti fra loro per le lunghe asse sorrette da barche.
Sul davanti sorge in simile giusa un altare di sassi
dedicato a San Giacomo.
Più in là scorgesi una capanna appesa ad un casotto di legno,
che fu poi il campanile di San Giacomo.
Le tenebre vanno diradandosi fra le nubi tempestose:
quindi a poco a poco una rosea luce,
sino a che (sul finir della scena) il subito raggio del sole
innondando per tutto, riabbella il firmamento del più sereno
e limpido azzurro.
Il tocco lento della campana saluta il mattino.
Alcuni Eremiti escono dalle capanne e s'avviano all'altare.

 
 
 
CORO di EREMITI
Qual notte!
Ancor fremono l'onde al fiero
Turbo, che Dio d'un soffio suscitò.
Lode al Signor! Lode al Signor! L'altero
Elemento Ei sconvolse ed acquetò.
Sia torbida o tranquilla la natura,
D'eterna pace Ei nutre i nostri cor.
L'alito del mattin già l'aure appura.
Preghiam! Preghiam!
Lode al Creator!
 
VOCI INTERNE
Lode al Creatore!
(Dalle navicelle, che approdano a poco a poco,
escono Foresto, donne, uomini e fanciulli d'Aquieliea.)

Quai voci! Oh, tutto
Di navicelle coperto è il flutto! . . .
Son d'Aquileia. Certo al furor
Scampan dell'Unno.
 
POPOLO d'AQUILEIA
Lode al Creator!
 
FORESTO
Qui, qui sostiamo! Propizio augurio
N'è questa croce, n'è quest'altar.
Ognun d'intorno levi un tugurio
Fra quest'incanto di cielo e mar.
 
POPOLO d'AQUILEIA
Lode a Foresto! Tu duce nostro,
Scudo e salvezza n'eri tu sol . . .
 
FORESTO
Oh! Ma Odabella! . . . Preda è del mostro,
Serbata al pianto, serbata al duol.
Ella in poter del barbaro!
Fra le sue schaive avvinta!
Ahi, che men crudo all'anima
Fora il saperti estinta!
Io ti vedrei fra gli angeli
Almen ne' sogni allora,
E invocherei l'aurora
Dell'immortal mio dì.
 
POPOLO d'AQUILEIA
Spera! L'ardita vergine
Forse al crudel sfuggì.
 
CORO
Cessato alfine il turbine,
Più il sole brillerà.
 
FORESTO
Sì, ma il sospir dell'esule
Sempre la patria avrà.
Cara patria, già madre e reina
Di possenti magnanimi figli,
Or macerie, deserto, ruina,
Su cui regna silenzio e squallor;
Ma dall'alghe di questi marosi,
Qual risorta fenice novella,
Rivivrai più superba, più bella
Della terra, dell'onde stupor!
 
CORO
Dall'alghe di questi marosi,
Qual risorta fenice novella,
Rivivrai più superba, più bella
Della terra, dell'onde stupor!
 
 
 
Atto I

 
 
Scena I
                                     Scene 1, 2, 3                                                       (Atto I)
 
 
Bosco presso il campo d'Attila.
È notte; nel vicino ruscello brillano i raggi della luna.
Odabella sola.

 
 
 
ODABELLA
Liberamente or piangi . . .
Sfrenati, o cor. La queta ora, in che posa
Han pur le tigri, io sola
Scorro di loco in loco.
Eppur sempre quest'ora attendo, invoco.
Oh! Nel fuggente nuvolo
Non sei tu, padre, impresso? . . .
Cielo! Ha mutato immagine!
Il mio Foresto è desso.
Sospendi, o rivo, il murmure,
Aura, non più fremir,
Ch'io degli amati spiriti
Possa la voce udir.
Qual suon di passi!
 
(Viene Foersto, in costume barbaro.)
 
FORESTO
Donna!
 
ODABELLA
Gran Dio!
 
FORESTO
Ti colgo alfine!
 
ODABELLA
Sì . . . la sua voce!
Tu . . . tu! Foresto? Tu, l'amor mio?
Foresto, io manco! M'affogs il cor!
Tu mi respingi? Tu! Sì feroce?
FORESTO
Né a me dinanzi provi terror?
 
ODABELLA
(riscuotendosi)
Ciel! Che dicesti?
 
FORESTO
T'infingi invano:
Tutto conosco, tutto spiai!
Per te d'amore, furente, insano,
Sprezzai perigli, giunto son qui.
Qual io ti trovi, barbara, il sai . . .
 
ODABELLA
Tu! . . . tu, Foresto, parli così?
 
FORESTO
Sì, quell'io son, ravvisami,
Che tu tradisti, infida;
Qui fra le tazze e i cantici
Sorridi all'omicida . . .
E la tua patria in cenere
Pur non ti cade in mente
Del padre tuo morente
L'angoscia, lo squallor . . .
 
ODABELLA
Col tuo pugnal feriscimi . . .
Non col tuo dir, Foresto;
Non maledir la misera . . .
Crudele inganno è questo!
Padre, puoi tu ben leggere
Dentro il mio sen dal cielo . . .
Oh! Digli tu, se anelo
D'alta vendetta in cor.
 
FORESTO
Va! Racconta al sacrilego infame,
Ch'io sol resto a sbramar la sua fame.
 
ODABELLA
Deh! Pel cielo, pei nostri parenti,
Deh! M'ascolta o m'uccidi, crudele!
 
FORESTO
Che vuoi dirmi?
 
ODABELLA
Foresto, rammenti
Di Giuditta che salva Israele?
Da quel dì che ti pianse caduto
Con suo padre sul campo di gloria,
Rinnovar di Giuditta l'istoria
Odabella giurava al Signor.
 
FORESTO
Dio! Che intendo!
 
ODABELLA
La spada del mostro,
Vedi, è questa! Il Signor l'ha voluto!
 
FORESTO
Odabella, a'tuoi piedi mi prostro . . .
 
ODABELLA
Al mio sen! S'addoppia il valor!
 
FORESTO e ODABELLA
Oh, t'inebria nell'amplesso,
Gioia immensa, indefinita!
Nell'istante a noi concesso
Si disperde il corso duol!
Ah! Qui si effonde in una sola
Di due miseri la vita . . .
Noi ravviva, noi consola
Una speme, un voto sol.
 
 
Scena II
                                    Scene 1, 2, 3                                                       (Atto I)
 
Tenda d'Attila. Sopra il suolo, coperto da una pelle di tigre,
è disteso Uldino che dorme.
In fondo, alla sinistra, per mezzo di una cortina sollevata a mezzo,
la quale forma come una stanza appartata,
scorgesi Attila in preda al sonno sopra il letto orientale assai basso,
e coperto egualmente da pelli di tigre.

 
 
 
 
ATTILA
(balzando esterrefatto)
Uldino! Uldin!
 
ULDINO
Mio ré!
 
ATTILA
Non hai veduto?
 
ULDINO
Che mai?
 
ATTILA
Tu non udisti?
 
ULDINO
Io? Nulla.
 
ATTILA
Eppur feroce
Qui s'aggirava. Ei mi parlò . . . sua voce
Parea vento in caverna!
 
ULDINO
Oh ré, d'intorno
Tutto è silenzio . . . della vigil scolta
Batte soltanto il pie'.
 
ATTILA
Mio fido, ascolta!
Mentre gonfiarsi l'anima
Parea dinanzi a Roma,
Imman m'apparve un veglio
Che m'afferro la chioma . . .
Il senso ebb'io travolto,
La man gelò sul brando;
Ei mi sorrise in volto,
E tal mi fe' commando:
"Di flagellar l'incarco
Contro i mortali hai sol.
T'arretra! Or chiuso è il varco;
Questo de' numi è il suol!"
In me tai detti suonano
Cupi, fatali ancor,
E l'alma in petto ad Attila
S'agghiaccia pel terror.
 
ULDINO
Raccapriccio! E che far pensi?
 
ATTILA
(riaccendendosi)
Or son liberi i miei sensi!
Ho rossor del mio spavento.
Chiama i druidi, i duci, i ré.
Già più rapido del vento,
Roma iniqua, volo a te.
 
(Uldino esce.)
 
ATTILA
Oltre a quel limite
T'attendo, o spettro!
Vietarlo ad Attila
Chi mai potrà?
Vedrai se pavido
Io là m'arretro,
Se alfin me vindice
Il mondo avrà.
 
(Entrano in scene Uldino, Druidi, duci e ré.)
 
CORO
Parla, imponi.
 
ATTILA
L'ardite mie schiere
Sorgan tutte alle trombe guerriere:
È Wodan che a gloria r'appella;
Moviam tosto.
 
CORO
Sia gloria a Wodan.
Allo squillo, che al sangue ne invita,
Pronti ognora i tuoi fidi saran.
 
(Le trombe squillano tutto d'intorno;
succede subito ed esce la seguente religiosa armonia di)

 
VOCI in LONTANANZA
Vieni. Le menti visita,
O spirito creator;
 
ATTILA
Che fia!
 
VOCI in LONTANANZA
Dalla tua fronte piovere
Fanne il vital tesor.
 
ATTILA
Non questo è l'eco
Delle mie trombe! Aprite, olà!
 
 
Scena III
                                    Scene 1, 2, 3                                                       (Atto I)
 
Il campo d'Attila.
Dalla collina in fondo vedesi avanzare,
preceduta da Leone e da sei Anziani,
processionalmente una schiera di vergini e fanciulli
in bianche vesti recanti palme.
 
La scena è ingombra dalle schiere d'Attila in armi.
Fra la moltitudine appare Foresto con visiera calata e Odabella.

 
 
 
 
ATTILA e CORO
Chi viene?
 
CORO di VERGINI e di FANCIULLI
(sempre avanzandosi)
I guasti sensi illumina,
Spirane amor in sen.
L'oste debella e spandasi
Di pace il bel seren.
 
ATTILA
(commovendosi a poco a poco)
Uldino! è quello il bieco
Fantasma! . . . Il vo' sfidar . . . Chi mi trattiene?
 
LEONE
Di flagellar l'incarco
Contro i mortal'hai sol.
T'arretra! . . . Or chiuso è il varco;
Questo de' numi è il suol!
 
ATTILA
Gran Dio! Le note stesse
Che la tremenda visïon m'impresse.
(Egli leva la testa al cielo sopraffatto da subito terrore.
Tutti restano sorpresi e smarriti.)

(No! . . . non è sogno ch'or l'alma invade!
Son due giganti che investon l'etra . . .
Fiamme son gli occhi, fiamme le spade . . .
Le ardenti punte giungono a me.
Spiriti, fermate.
Qui l'uom s'arretra;
Dinanzi ai numi protrasi il ré!)
 
CORO e ULDINO
(Sordo ai lamenti pur de' fratelli,
Vago di sangue, di pugne solo,
La flebil voce di pochi imbelli
Qual nuovo senso suscita in me?
Qual possa è questa! Prostrato al suolo
La prima volta degli Unni il ré!)
 
LEONE, ODABELLA, FORESTO e VERGINI
Oh, dell'Eterno mira virtute!
Da un pastorello vinto è Golía,
Da umil fanciulla l'uomo ha salute.
Da gente ignota sparsa è la fè . . .
Dinanzi a turba devota e pia
Ora degli empi s'arretra il ré!
 
 
Atto II

 
 
Scena I
                                     Scene 1, 2                                                       (Atto I)


Campo d'Ezio.
Scorgesi in lontananza la grande città dei sette colli.
Ezio solo.
Egli esce tenendo in mano un papiro spiegato
e mostrando dispetto.

 
 
 
EZIO
"Tregua è cogl'Unni. A Roma,
Ezio, tosto ritorna . . . a te l'impone
Valentinian."
L'impone! . . . e in cotal modo,
Coronato fanciul, me tu richiami? . . .
Ovver, più che del barbaro le mie
Schiere paventi! . . . Un prode
Guerrier canuto piegherà mai sempre
Dinanzi a imbelle, a concubino servo?
Ben io verrò . . . Ma qual s'addice al forte,
Il cui poter supremo
La patria leverà da tanto estremo!
Dagli immortali vertici
Belli di gloria, un giorno,
L'ombre degli avi, ah, sorgano
Solo un istante intorno!
Di là vittrice l'aquila
Per l'orbe il vol spiegò . . .
Roma nel vil cadavere
Chi ravvisare or può?
Chi vien?
 
(Preceduto da alcuni soldati romani
presentasi uno stuolo di schiavi di Attila.)

 
CORO
Salute ad Ezio
Attila invia per noi.
Brama che a lui convengano
Ezio, ed i primi suoi.
 
EZIO
Ite! Noi tosto al campo
Verrem.
 
(Tra gli schiavi che partono uno è rimasto.
Egli è Foresto.)

 
EZIO
Che brami tu?
 
FORESTO
Ezio, al comune scampo
Manca la tua virtù.
 
EZIO
(sorpreso)
Che intendi? Oh, chi tu sei?
 
FORESTO
Ora saperlo è vano;
Il barbaro profano
Oggi vedrai morir.
 
EZIO
Che narri?
 
FORESTO
Allor tu dêi
L'opera mia compir.
 
EZIO
Come?
 
FORESTO
Ad un cenno pronte
Stian le romane schiere;
Quando vedrai dal monte
Un fuoco lampeggiar,
Prorompano, qual fiere,
Sullo smarrito branco!
Or va . . .
 
EZIO
Di te non manco;
Saprò vedere, e oprar.
 
(Foresto parte rapidamente.)
 
EZIO
È gettata la mia sorte,
Pronto sono ad ogni guerra;
S'io cadrò da forte,
E il mio nome resterà.
Non vedrò l'amata terra
Svenir lenta e farsi a brano.
Sopra l'ultimo romano
Tutta Italia piangerà.
 
 
Scena II
                                        Scene 1, 2                                                        (Atto I)


Campo d'Attila come nell'atto primo,
apprestato a solenne convito.
La notte è vivamente rischiarata da cento fiamme
che irrompono da grossi tronchi di quercia preparati all'uopo.
Unni, Ostrogoti, Eruli, ecc. Mentre i guerrieri cantano,
Attila, seguito dai Druidi, dalle sacerdotesse, dai duci e ré,
va ad assidersi al suo d'Amazzone.

 
 
 
 
CORO
Del ciel l'immensa vôlta,
Terra, ai nemici tolta,
Ed aer che fiammeggia
Son d'Attila la reggia.
La gioia delle conche
Or si diffonda intorno;
Di membra e teste tronche
Godremo al nuovo giorno!
 
(Uno squillo di tromba annuncia l'arrivo degli ufficiali romani
preceduti da Uldino.
Entrano Ezio col seguito.
Uldino, Foresto, che nuovamente in abito guerriero
si frammischia alla moltitudine.)

 
ATTILA
(alzandosi)
Ezio, ben vieni! Della tregua nostra
Fia suggello il convito.
 
EZIO
Attila, grande
In guerra sei, più generoso ancora
Con ospite nemico.
 
(Alcuni Druidi, avvicinandosi ad Attila,
gli dicono sottovoce.)

 
DRUIDI
O ré, fatale
È seder collo stranio.
 
ATTILA
E che?
 
DRUIDI
Nel cielo
Vedi adunarsi i nembi
Di sangue tinti . . . Di sinistri augelli
Misto all'infausto grido
Dalle montagne urlò lo spirito infido!
 
ATTILA
Via, profeti del mal!
 
DRUIDI
Wodan ti guardi.
 
ATTILA
(alle sacerdotesse)
Sacre figlie degli Unni,
Percuotete le cetre, e si diffonda
Delle mie feste la canzon gioconda.
 
(Tutti si assidono.
Le sacerdotesse, schieratesi nel mezzo, alzano il seguente canto:)

 
SACERDOTESSE
Chi dona luce al cor? . . . Di stella alcuna
Dal cielo il vago tremolar non pende;
Non raggio amico di ridente luna
Alla percossa fantasia risplende . . .
Ma fischia il vento, rumoreggia il tuono,
Sol dan le corde della tromba il suono.
 
(In quel mentre un improvviso e rapido soffio procelloso
spegne gran parte delle fiamme.
Tutti si alzano per natural moto di terrore. Silenzio e tristezza generale.
Foresto è corso ad Odabella. Ezio s'è avvicinato ad Attila.)

 
TUTTI
Ah!
 
CORO
(Lo spirto de' monti
Ne rugge alle fronti,
Le quercie fumanti
Sua mano coprì . . .
Terrore, mistero
Sull'anima ha impero . . .
Stuol d'ombre vaganti
Nel buio apparì.)
 
EZIO
(ad Attila)
Rammenta i miei patti:
Con Ezio combatti;
Del vecchio guerriero
La mano non sprezzar.
Dedici. Fra poco
Non fora più loco.
(Del barbaro altiero
Già l'astro dispar.)
 
FORESTO
(ad Odabella)
O sposa, t'allieta,
È giunta la meta;
Dei padri lo scempio
Vendetta otterrà.
La tazza là mira
Ministra dell'ira,
Al labbro dell'empio,
Uldin l'offrirà.
 
ODABELLA
(fra sè)
(Vendetta avrem noi
Per mano de' suoi? . . .
Non fia ch'egli cada
Pel lor tradir.
Nel giorno segnato,
A Dio l'ho giurato,
È questa la spada.
Che il deve colpir.)
 
ATTILA
(ad Ezio)
M'irriti, o Romano . . .
Sorprendermi è vano:
O credi che il vento
M'infonda terror?
Nei nembi e tempeste
S'allietan mie feste . . .
(Oh rabia; non sento
Più d'Attila il cor!)
 
ULDINO
(fra sè)
(Dell'ora funesta
L'istante s'appresta . . .
Uldin, paventi?
Breton non sei tu?
O il cor più non t'ange
La patria che piange?
La rea servitù?)
 
(Il cielo si rasserena.)
 
TUTTI
L'orrenda procella
Qual lampo sparì.
Di calma novella
Il ciel si vestì.
 
ATTILA
(riscuotendosi)
Si riaccendan le quercie d'intorno,
(Gli schiavi eseguiscono il cenno.)
Si rannodi la danza ed il giuoco . . .
Sia per tutti festivo tal giorno,
Porgi, Uldino, la conca ospital.
 
FORESTO
(piano ad Odabella)
Perchè tremi? S'imbianca il tuo volto.
 
ATTILA
(ricevendo la tazza da Uldino)
Libo a te, gran Wodano, che invoco!
 
ODABELLA
(trattenendolo)
Ré, ti ferma! . . . è veleno! . . .
 
CORO
Che ascolto!
 
ATTILA
(furibondo)
Chi 'l temprava?
 
ODABELLA
(Oh momento fatal!)
 
FORESTO
(avanzandosi con fermezza)
Io.
 
ATTILA
(avanzandosi con fermezza)
Foresto.
 
FORESTO
Sì, quel che un giorno
La corona strappò dal tuo crine . . .
 
ATTILA
(traendo la spada)
Ah! In mia mano caduto se' alfine,
Ben io l'alma dal sen ti trarrò.
 
FORESTO
(con scherno)
Or t'è lieve . . .
 
ATTILA
(fermandosi a tali parole)
Oh, mia rabbia! Oh, mio scorno!
 
ODABELLA
Ré, la preda niun toglier mi può.
Io t'ho salvo . . . il delitto svelai . . .
Da me sol fia punito l'indegno.
 
ATTILA
(compiacendosi del fiero atto)
Io tel dono! Ma premio più degno,
Mia fedele, riserbasi a te:
Tu doman salutata verrai
Dalle genti qual sposa del ré.
Oh, miei prodi! Un solo giorno
Chiedo a voi di gioia e canto;
Tuonerà di nuovo intorno
Poscia il vindice flagel.
Ezio, in Roma annuncia intanto
Ch'io de' sogni ho rotto il vel.
 
ODABELLA
(a Foresto)
Frena l'ira che t'inganna;
Fuggi, salvati, o fratello.
Me disprezza, me condanna,
Di' che vile, infame io son . . .
Ma deh, fuggi . . . Al dì novello
Avrò tutto il tuo perdon.
 
FORESTO
(ad Odabella)
Parto, sì per viver solo
Fino al dì della vendetta;
Ma qual pena, ma qual duolo
A tua colpa si può dar? . . .
Del rimorso che t'aspetta
Duri eterno il flagellar.
 
EZIO
(Chi l'arcan svelar potea?
Chi fidarlo a core amante?
Va, ti pasci, va, ti bea,
Fatal uom, di voluttà.
Ma doman su te festante
Ezio in armi piomberà.)
 
ULDINO
(Io gelar m'intesi il sangue . . .
Chi tradir poteane omai?
Me dal fulmine, dall'angue,
Tu salvasti, o pro' guerrier . . .
Ah generoso! E tu m'avrai
Sempre fido al tuo voler.)
 
CORO
Oh ré possente, il cor riscuoti . . .
Torna al sangue, torna al fuoco!
Su, punisci, su, percuoti
Questo stuolo di traditor!
Non più scherno, non più giuoco
Noi sarem de' numi lor.
 
 
 

 
Atto III

 
Bosco come nell'atto primo,
il quale divide il campo di Attila da quello di Ezio.
È mattino. Foresto solo. Indi Uldino.

 
 
 
FORESTO
Qui del convegno è il loco . . .
Qui dell'orrende nozze
L'ora da Uldino apprenderò . . . Nel petto
Frènati, o sdgeno . . . A tempo,
Come scoppiar di tuono,
Proromperò.
 
ULDINO
Foresto!
 
FORESTO
Ebben!
 
ULDINO
Si move
Ora il corteo giulivo
Che d'Attila alla tenda
Accompagna la sposa.
 
FORESTO
Oh, mio furore!
Uldino, va! . . . Ben sai
Di là della foresta
In armi stanno le romane schiere . . .
Ezio a te attende sol, perchè sull'empio
Piombino tutte.
 
(Uldino parte.)
 
FORESTO
Infida!
Il dì che brami è questo:
Vedrai come ritorni a te Foresto!
Che non avrebbe il misero
Per Odabella offerto?
Fino, deh, ciel perdonami,
Fin l'immortal tuo serto.
Perchè sul viso ai perfidi
Diffondi il tuo seren? . . .
Perchè fai pari agli angeli
Chi sì malvagio ha il sen?
 
(Ezio viene frettoloso dalla parte del campo romano.)
 
EZIO
Che più s'indugia . . . attendono
I miei guerrieri il segno . . .
Proromperan, quai folgori,
Tutti sul mostro indegno.
 
FORESTO ed EZIO
Non un, non un de' barbari
Ai lari tornerà.
 
CORO
(interno)
Entra fra i plausi, o vergine,
Schiusa è la tenda a te;
Entra, ed il raggio avvolgati
Dell'esultante ré.
Bello è il tuo volto, candido
Qual mattutino albor,
A dolce spirto è simile
Ora di sol che muor.
 
FORESTO
Tu l'odi? . . . è il canto pronubo . . .
 
EZIO
Funereo diverrà.
 
FORESTO
Ah, scellerata!
 
EZIO
Frenati.
Lo esige l'alta impresa.
 
FORESTO
Sposa è Odabella al barbaro! . . .
A' suoi voler s'è resa! . . .
 
EZIO
La tua gelosa smania
Frena per poco ancor.
 
FORESTO
Tutti d'averno i demoni
M'agitan mente e cor.
 
(Odabella sempre in arnese da Amazzone
con manto reale e corona,
viene spaventata e fuggente dal campo barbaro.)

 
ODABELLA
Cessa, deh, cessa . . . ah lasciami,
Ombra del padre irata . . .
Lo vedi? . . . Io fuggo il talamo . . .
Sarai . . . sì . . . vendicata . . .
 
FORESTO
È tardo, o sposa d'Attila,
È tardo il tuo pentir.
 
EZIO
Il segno . . . il segno . . . affrettati,
O ci farem scoprir.
 
ODABELLA
Tu qui, Foresto? . . . Ascoltami,
Pietà del mio martir.
Te sol, te sol quest'anima
Ama d'immenso amore;
Credimi, è puro il core,
Sempre ti fui fedel.
 
FORESTO
Troppo mi seppe illudere
Il tuo mendace detto!
Ed osi ancor d'affetto
Parlare a me, crudel?
 
EZIO
Tempo non è di lagrime,
Non di geloso accento;
S'affretti l'alto evento,
Finchè ne arride il ciel.
 
(Entra Attila che va dritto ad Odabella.)
 
FORESTO
Non involarti, seguimi;
Perchè fuggir chi t'ama? . . .
Che mai vegg'io? . . . Qui, perfidi,
Veniste a nuova trama?
(ad Odabella)
Tu, rea donna, già schiava, or mia sposa;
(a Foresto)
Tu, fellon, cui la vita ho donata;
(ad Ezio)
Tu, Romano, per Roma salvata,
Congiurate tuttor contro me? . . .
Scellerati . . . su voi sanguinosa
Piomberà la vendetta del ré.
 
ODABELLA
Nella tenda, al tuo letto d'appresso,
Minacciosa e tuttor sanguinante
Dio mio padre sta l'ombra gigante . . .
Trucidato ei cadeva per te!
(Scaglia lungi da sè la corona.)
Maledetto sarebbe l'amplesso
Che me sposa rendesse del ré.
 
FORESTO
Di qual dono beffardo fai vanto?
Tu m'hai patria ed amante rapita;
In abisso d'affanni la vita
Hai, crudele, cangiato per me!
O tiranno . . . con morte soltanto
Può frenarsi quest'odio per te.
 
EZIO
Roma hai salva! . . . e del mondo lo sdegno,
Che t'impreca superna vendetta?
Ed il sangue che inulto l'aspetta
Non rammenti? . . . Paventane, o ré.
De' delitti varcasti già il segno;
L'ira pende del cielo su te.
 
(S'ode internamente il rumore
dell'improvviso assalto al campo d'Attila.)

 
CORO
Morte . . . morte . . . vendetta!
 
FORESTO
Qual suono?
 
EZIO e FORESTO
Suono è questo che segna tua morte.
 
FORESTO
Traditori!
 
EZIO e FORESTO
Decisa è la sorte . . .
 
(Foresto va per trafiggere Attila,
ma è prevenuto da Odabella, che lo ferisce esclamando:)

 
ODABELLA
Padre! . . . ah padre, il sacrifico a te.
 
(Abbraccia Foresto.)
 
ATTILA
(morente)
E tu pure, Odabella? . . .
 
(Guerrieri romani irrompono da ogni parte.)
 
TUTTI
Appein sono
Vendicati, Dio, popoli e ré!

F I N E