ATTO QUARTO
SCENA I
Cortile d'una Fortezza.
A sinistra una stanza che conduce all'alloggio dei prigionieri.
A diritta, cancello che comunica con l'interno della fortezza.
Nel fondo, cresta merlata d'una parte delle mura,
e porta d'ingresso custodita da Soldati.
Arrigo presentandosi alla porta d'ingresso.
ARRIGO:
(I soldati lo lasciano entrare)
È di Monforte il cenno.
Per suo voler supremo
M'è concesso di vederli... a me li adduci!
(Un Ufficiale, al quale Arrigo avrà mostrato un ordine,
si allontana dalla porta a sinistra dello spettatore)
Voi per me qui gemete
(guardando dal lato delle prigioni)
In orrida prigion, diletti amici!
Ed io, cagion dei mali vostri, in ceppi
Fra voi non sono! e vittima del fato,
Mal sottrarmi poteva al don fatale
Che m'avvilisce! O clemenza ingiuriosa!
Vergognoso favore!
Più della vita è caro a me l'onore!
D'un indegno sospetto
Io vengo a discolparmi. .. ma vorranno
Essi vedermi?... udir le mie difese?...
Empio mi crede ognuno;
Son spregiato da lei,
E in odio a tutti... io, vile per lor morrei!
Giorno di pianto, di fier dolore!
Mentre l'amore
Sorrise a me,
Il ciel dirada quel sogno aurato,
Il cor piagato
Tutto perdé!
De' loro sdegni crùdo il pensiero
fa in me più fiero
L'atro dolor!
Il tuo disprezzo, Elena mia,
È cruda, è ria
Pena al mio cor!
(Ascoltando)
Chi vien?... io tremo, appena ahimè! respiro!
È dessa!... a maledirmi ella si appresta!
A maledirmi!... oh! sì, d'orrore io fremo!
Non mi lasciare alla mia cruda sorte!
Grazia, grazia... perdono!
Men del tuo sprezzo a me fatale è morte!
SCENA II
Elena, uscendo dalla prigione a sinistra, condotta dall'Ufficiale,
che le mostra Arrigo e si ritira.
ELENA
(avanzandosi e riconoscendo Arrigo getta un grido):
O sdegni miei tacete - fremer mi sento il core...
Forse a novel tormento mi serba il traditore!
ARRIGO
(supplichevole):
Volgi il guardo a me sereno
Per pietà del mio pregar;
Mi perdona, o lascia almeno
Che al tuo piè poss'io spirar!
ELENA
(fieramente):
Del fallir mercede avrai
Nei rimorsi del tuo cor!
Il perdono... a te?... giammai!
Non lo speri un traditor!
ARRIGO:
Non son reo! tremendo fato
D'onta e lutto mi coprì;
Fui soltanto sventurato,
Ma il mio cor giammai tradì!
ELENA:
Non sei reo, ma accusi il fato,
Che d'obbrobrio ti coprì;
Preghi il cielo, sciagurato,
Che fai tristi i nostri dì!...
Non fu tua mano, o indegno
(con sdegno)
Che disarmò il braccio
Allor che il ferro in core
Vibrava del tiranno?
ARRIGO
(con accenno di disperazione):
Il padre mio!
ELENA:
Tuo padre!
ARRIGO:
Ahi! nodo orribile,
Fatal legame è questo!
Mortale, orrendo vincolo
Per sempre a me funesto!
Eternamente a perdermi
Mel rivelava il ciel.
Che far dovea, me misero!
In bivio sì crudel?
Tu del fratello ai lemuri
Te stessa offrivi invano;
Io di più feci: al barbaro
Sacrificai l'onor!
ELENA:
(commossa)
O rio, funesto arcano
O doppio mio dolor!
Se sincero è quell'accento,
Compatisci al suo dolor,
Tu, che vedi il suo tormento,
Tu, che leggi in fondo al cor!
Ma gli aborriti vincoli?...
ARRIGO:
Già li distrusse amore!
La vita ch'egli diedemi
Ho resa al genitore;
Omai di me son libero;
Riprendo l'odio antico!
ELENA:
Ma il nome, le dovizie?...
ARRIGO:
Le sprezzo. E mio nemico.
Da lui vogl'io sol chiedere
Del mio soffrir mercé,
Il don di poter vivere,
O di morir per te
ELENA:
(con crescente emozione)
Arrigo! ah! parli a un core
Già pronto al perdonare;
Il mio più gran dolore
Era doverti odiare!
Un'aura di contento
Or calma il mio martîr
Io t'amo! e quest'accento
Fa lieto il mio morir!
Gli odi ci fûr fatali
Al cor che indarno spera:
Di sangue i tuoi natali
Poser tra noi barriera!
Addio! ne attende il cielo!
Addio! mi serba fé!
Io moro! e il mortal velo
Spoglio, pensando a te.
ARRIGO:
Pensando a me!
È dolce raggio,
Celeste dono
Il tuo perdono
Al mio pentir.
Sfido le folgori
Del rio destino,
Se a te vicino
Potrò morir!
ELENA:
Or dolce all'anima
Voce risuona,
Che il ciel perdona
Al tuo pentir.
Sfido le folgori
Del rio destino,
Se a te vicino
Potrò morir!
SCENA III
Procida, Arrigo, Elena - Procida, scortato dai Soldati,
s'avvicina ad Elena, e s'avanza verso di lei,
mentre Arrigo si allontana, e mostrando l'ordine
di cui è munito, accenna ai Soldati di partire.
PROCIDA
(a bassa voce ad Elena, e senza vedere Arrigo):
Amica man, sollievo al martir nostro
Questo foglio recò d'oltre le mura
Della prigion!
ELENA
(prende il foglio, lo apre, e lo legge a mezza voce):
"D'Aragona un navile
Solcò vostr'onde, ed è già presso al porto
Gravido d'oro e d'armi!..."
PROCIDA:
(Con accento disperato)
Ed io gemo tra ferri!
Ah! del mio sangue a prezzo
Potessi escirne!... un giorno...un'ora!...
Che il mio voto si compia e poi si mora!
(Volgendosi e riconoscendo Arrigo)
Ma chi vegg'io? - costui
Perché miro al tuo fianco?
ELENA:
Il pentimento
Quivi lo addusse!
PROCIDA:
Un nuovo tradimento!
Il suo complice vedi!
(Mostrandole Monforte, che entra
seguito da Bethune e da altri Uffiziali)
SCENA IV
Gli stessi, Monforte, Bethune ed altri Ufficiali.
BETHUNE
(interrogando Monforte,
e mostrandogli Elena e Procida):
I tuoi cenni, o signor!
MONFORTE:
Un sacerdote
E il lor supplizio!
BETRUNE:
Il popol minaccioso
Freme!...
MONFORTE:
Le schiere in armi
Nei destinati lochi
Ai cenni miei sien pronte; il primo grido
De' ribelli segnal di strage sia!
Intendesti?
BETHUNE:
T'intesi!
(S'inchina e parte)
SCENA V
Detti, meno Bethune.
ARRIGO:
(Vivamente a Monforte)
Perché tai cenni?
MONFORTE:
Brevi istanti ancora,
E giunta l'ultim'ora
Per lor sarà.
ARRIGO:
Di morte!
PROCIDA
(con dolore):
(O patria mia! la morte!!
Or che dal viver mio pende tua sorte!)
ARRIGO
(a Monforte):
Perdono! io ten scongiuro.
Grazia per loro, o me con essi uccidi!
ELENA
(a Procida con gioia):
L'intendi tu?
PROCIDA:
Colui che ci tradìa
Merta perir!... ma non pei lari suoi;
Vanne, di tanto onore
Io ti proclamo indegno!
ARRIGO:
(Con un grido di sdegno)
Ah!...
MONFORTE:
Da lor tanto oltraggio a te spettava,
Arrigo!... a te mio sangue!...
PROCIDA:
(Stupefatto)
Che?
ELENA:
(A mezza voce)
Suo figlio!...
MONFORTE:
A te, che scegli ingrato
Piuttosto morte che con me la gloria!
PROCIDA:
Lui!... suo figlio!... Or compiuto è il nostro fato!
Addio, mia patria, invendicato
Ad altra sfera m'innalzo a voi!
Io per te moro, ma disperato
D'abbandonarti fra tanto duol!
MONFORTE:
Sì, col lor capo sarà troncato
A quell'ardire furente il vol;
E dai ribelli - sarà purgato.
Gentil Sicilia - il tuo bel suol.
ARRIGO:
Nella tua tomba - sventurata,
Per me cangiossi - il patrio suol!
Ma non morrai, donna adorata,
O teco, il giuro, - morrò di duol!
ELENA:
Addio, mia patria amata,
Addio, fiorente suol!
Io sciolgo sconsolata
Ad altra sfera il vol!
CORO
(interno):
Deprofundis ad te
Clamavi, Domine!
PROCIDA
(ad Elena):
A terra, a terra, o figlia,
Prostriamci innanzi a Dio!.
Già veggo il ciel sorridere...
ELENA:
M'attende il fratel mio!
ARRIGO
(a Monforte mostrandogli Elena
e Procida inginocchiati):
Pietà, pietà di loro,
Sospendi il cenno, o qui con essi io moro!
MONFORTE:
(con isdegno)
Tu reo, tu pur colpevole
Audace assunto imprendi!
E con qual diritto ai complici
Intercessor ti rendi?
Ma, benché ingrato, al figlio
(con tenerezza)
Tutto concedo e dono:
Padre mi chiama, Arrigo,
E ad essi e a te perdono!
ARRIGO:
O ciel!
MONFORTE:
Indarno un popolo
(mostrando la folla
che è entrata nella fortezza)
Or mi cadrebbe al piè!
Ah! dimmi alfin "mio padre!"
E grazia avran da me!
ELENA
(ad Arrigo):
Ah! non lo dir e lasciami morire!
ARRIGO:
(con accento di disperazione):
Ah! donna!...
ELENA:
Il tuo pentire
Deh! sia costante almen!
MONFORTE:
(Con forza)
Chiamami padre,
E grazia avrai da me!
ELENA:
Ah non lo dir! disprezza il suo perdono!
ARRIGO:
Che far! chi mi consiglia?
(Il cancello a dritta s'apre: si vede la gran sala di giustizia,
alla quale s'ascende per parecchi gradini,
ed in cui si vedono quattro Penitenti
in atto di preghiera ed alcuni Soldati con torce in mano.
Sul primo gradino sta il Carnefice appoggiato alla sua scure)
(Gettando un grido)
Ma che vegg'io?
MONFORTE:
(con freddezza)
La scure
Ha il carnefice in mano
E attende il cenno mio!
ARRIGO:
Cenno crudel, ingiusto, iniquo cenno!
(Due Penitenti discendono i gradini e vengono a prendere,
l'uno Procida, l'altro Elena)
PROCIDA:
Noi vi seguiam...
(Ai Penitenti)
A morte vieni!
(A Elena)
ELENA:
A gloria!
ARRIGO:
O donna!... O mio terror!
CORO DI DONNE:
Ah! grazia, grazia!
CORO INTERNO:
De profundis!...
(Il popolo, che è nel cortile della cittadella
e dietro i Soldati, s'inginocchia e prega.
Procida ed Elena preceduti dai due Penitenti
si dirigono verso la gradinata.
Arrigo si slancia verso Elena e vuol seguirla,
ma è trattenuto da Monforte che si colloca tra loro)
PROCIDA, ELENA:
O mia Sicilia, addio!
(Il Carnefice s'impadronisce di Elena;
appena ella tocca la soglia della sala di giustizia,
Arrigo getta un grido)
ARRIGO:
O padre, o padre mio!
MONFORTE:
O gioia! e fia pur vero?
O ministro di morte
(al Carnefice)
Arresta! a lor perdono!
(Grido unanime di gioia. Procida ed Elena
circondati dai Soldati discendono la gradinata
e sono condotti vicino a Monforte)
Né basti a mia clemenza.
Qual d'amistà suggello
Tra popoli rivali
D'Arrigo e di costei io sacro il nodo.
ELENA:
(Con voce soffocata)
No!
PROCIDA
(Con voce soffocata) :
Lo devi! la patria ed il fratello
Da te il voglion, o donna: io tel consiglio!
MONFORTE:
(Volgendosi al popolo)
Pace e perdono!... io ritrovai mio figlio!
ELENA:
O mia sorpresa! o giubilo
Maggior d'ogni contento!
È muto il labbro, e accento
A esprimerlo non ha.
Ornai rapito in estasi
Da tanta gioia il core,
S'apre al più dolce amore,
È pegno d'amistà.
ARRIGO:
O mia sorpresa! o giubilo
Maggior d'ogni contento!
È muto il labbro, e accento
A esprimerlo non ha.
Ornai rapito in estasi
Da tanta gioia il core,
S'apre al più dolce amore
È pegno d'amistà.
MONFORTE, FRANCESI:
Risponda ogni alma al fremito
D'universal contento:
Di pace amai l'accento
Ovunque echeggierà.
Lieti pensieri in estasi
Rapiscono ogni core:
Il serto dell'amore
Coroni l'amistà.
PROCIDA, SICILIANI:
(Di quelle gioie al fremito,
Al general contento,
Fra poco un altro accento
Tremendo echeggerà.
Lo spensierato giubilo
Si cangerà in dolore,
Dai veli dell'amore
Vendetta scoppierà)
ARRIGO
(a Monforte):
Deh! calma il nostro gaudio
cotanto in sen represso;
E il sacro imen si celebri Doman!
MONFORTE:
Quest'oggi stesso.
Allor che al raggio fervido
temprato dalla brezza
S'udrà squillare il vespero...
ARRIGO:
O cara, o diva ebbrezza!
PROCIDA:
(Fra poco! o ciel terribile
Tu forza a me darai!)
ARRIGO:
(Con tenerezza:)
Crederlo posso, o cara?
Sei mia!
ELENA:
Sono tua!
PROCIDA:
(Giammai!)
ELENA:
O mia sorpresa! o giubilo,
ecc., ecc.
(Si recano dal corpo di guardia dei bicchieri e dei boccali:
i Soldati francesi bevono coi Siciliani -
Monforte s'incammina tenendo per mano Elena ed Arrigo,
Procida rimane circondato dai propri amici)
Cala la tela.






