ATTO QUINTO
SCENA I
Ricchi giardini nel Palazzo di Monforte in Palermo.
In fondo gradinate, per le quali si arriva alla cappella,
di cui si vede la cupola elevarsi al di sopra degli alberi.
A diritta l'ingresso al palazzo.
CORO DI CAVALIERI
(tra le quinte):
Si celebri alfine
Tra i canti, tra i fior
L'unione e la fine
Di tanti dolor.
È l'iri di pace,
È pegno d'amor.
Evviva la face
Che accese quel cor!
Evviva la gloria,
Evviva l'amor!
CORO DI GIOVINETTE:
Di fulgida stella
Hai tutto il splendor!
Sei pura, sei bella
Qual candido fior.
Di pace sei l'iri,
Sei pegno d'amor,
L'affetto che inspiri
Seduce ogni cor!
È serto di gloria
Il serto d'amor!
SCENA II
Le stesse.
Elena in veste da sposa scende dalla gradinata del palazzo a diritta.
Le giovinette le muovono incontro, offrendole dei fiori, indi Arrigo.
ELENA:
Mercé, dilette amiche,
Di quei leggiadri fior;
Il caro dono è immagine
Del vostro bel candor!
Oh! fortunato il vincolo
Che mi prepara amor;
Se voi recate pronube
Felici augurii al cor!
Sogno beato, caro delirio,
Per voi del fato l'ira cessò!
L'aura soave che qui respiro
Già tutti i sensi m'inebbriò.
O piaggie di Sicilia,
Risplenda un dì sereno;
Assai vendette orribili
Ti lacerano il seno!
Colma di speme e immemore
Di quanto il cor soffrì,
Il giorno del mio giubilo
Sia di tue glorie il dì,
Sogno beato, caro delirio, ecc., ecc.
CORO:
L'affetto che inspiri
Seduce ognicor!
È serto di gloria
Il serto d'amor!
(Elena congeda le donne, che s'allontanano:
in questo frattempo Arrigo discende pensieroso
dalla gradinata in fondo)
ARRIGO:
La brezza aleggia intorno - a carezzarmi il viso,
E di profumi eletti - imbalsamato è il cor.
Più mollemente l'onda - con dolce mormorio
S'unisce al canto mio - nel riso dell 'amor.
Aranci profumati ruscelli e verdi prati,
Giungeste a indovinar - che amato sono?
ELENA:
Io sarò tua per sempre - per sempre t'amerò!
ARRIGO:
Tu m'ami! caro accento onde rapito è il cor,
Che il fato condannava a stenti del dolor!
Il ciel tu mostri a me, colà ti vo' seguir,
Ed obliar con te l'atroce mio soffrir.
O mio diletto amore! Iddio per me ti fe';
Celeste angiol tu sei, raggio di sol per me!
(Alcuni gentiluomini si presentano
alla porta del palazzo a diritta
e vengono a cercare Arrigo,
che ad un gesto di Elena si decide a seguirli)
Oh deh! per poco lasciami
Volare al padre mio;
Sarò qui tosto reduce!
ELENA:
Ah! presto riedi! - addio!
(Arrigo entra nel palazzo a diritta)
SCENA III
Procida che discende dalla gradinata in fondo,
ed Elena.
PROCIDA:
Al tuo cor generoso,
Donna, grata esser dee la nostra terra!
ELENA:
Perché?
PROCIDA:
(con gioia e voce sommessa)
Senza difesa
Il nemico abbandona,
Tutto fidente in noi, torri e bastite.
Vestito a pompa e in braccio
A gioia folle, ognuno
Si dà in preda al piacer, lieto e festante.
ELENA:
(Con inquietudine)
Qual ci sovrasta fato?
PROCIDA:
(Con voce bassa:)
Nulla ti sia celato!
Non appena tu avrai
Mosso l'ardente sì,
E del compito imene
I sacri bronzi dato avran l'annunzio,
All'istante in Palermo e universale
Il massacro incominci.
ELENA:
Dell'ara al piede!... qui... dinanzi al cielo!...
E la giurata fede?
PROCIDA:
Più sacra ella ti fia del patrio suolo?
Tutto darei!...
ELENA:
Anche l'onore?
PROCIDA:
Anch'esso!
ELENA:
Ah! mai!
PROCIDA:
Ma sul tuo core,
Ove già l'odio è spento,
D'un Francese poté tanto l'amore?
D'un rio tiranno figlio...
Quest'amante...
ELENA:
Ei m'è sposo!
PROCIDA:
E tu il difendi?
ELENA:
Sì!
PROCIDA:
Tant'osi?
ELENA:
Io l'oso!
Eccolo, ei vien!
(Vedendo Arrigo che esce dal palazzo a diritta)
PROCIDA:
O donna, che ti arresta?
Va corri, mi denuncia!
Il prezzo è la mia testa!
ELENA:
(Con orrore)
(Io gli amici tradire?
No, no... ma pur... dovrei
Uccidere lo sposo?... Ah! nol potrei!)
SCENA IV
Procida, Elena, Arrigo.
ARRIGO
(appressandosi con gioia ad Elena,
che abbassa il capo):
Ecco, per l'aura spiegasi
Di Francia il gran vessillo;
Ripete in suon di giubilo
L'eco il guerriero squillo!
ELENA:
(a parte, con riflessione,
senza rispondergli)
"Non appena tu avrai
Mosso l'ardente sì...
ARRIGO:
Suonò l'ora sì cara...
L'imen ci chiama all'ara!...
ELENA
(c. s):
"E del compìto imene
I sacri bronzi dato avran l'annunzio,
Il massacro incominci".
O cielo! a qual partito
(con sommo dolore)
M'appiglierò?.
ARRIGO:
(Guardandola)
Ella trema!
È pallido il suo fronte!
Di tal terror quali ha motivi ascosi?
Ah! parla, o ciel!
PROCIDA:
(A bassa voce ad Elena)
Sì, parla! se tu l'osi!
ELENA:
(Sorte fatale! oh fier cimento!
Posso immolarlo!... Io lor tradir!...
Pietà, o fratello, del mio tormento,
Reggi il mio spirito, calma il martir!
PROCIDA:
(ad Elena)
Del suol natale in tal cimento
A te favelli il santo amor!
Pensa al fratello! col divo accento
Egli ti addita la via d'onor!
ARRIGO:
Ah! parla, ah! cedi - al mio tormento.
Pietà, pietade del mio dolor;
Un sol tuo sguardo, un solo accento
Salvar mi ponno da tanto orror!
ELENA
(dopo aver guardato un istante
Procida ed Arrigo in silenzio,
s'avanza verso questi con commozione):
In fra di noi si oppone
Una barriera eterna!
Del fratel l'ombra fiera a me comparve...
La veggo!... innanzi sta!... grazia, perdono!
Arrigo!... ah!... tua non sono!
ARRIGO:
Che dicesti?
PROCIDA:
(Gran Dio!)
ELENA:
Quest'imeneo
Giammai si compirà!
ARRIGO:
(Con disperazione)
O mio deluso amore!
PROCIDA:
(Con furore)
(O tradita vendetta!)
ELENA:
Va! t'invola all'altar! Speranze, addio!
(Morrò! ma il tolgo a crudo fato e rio!)
ARRIGO:
M'ingannasti, o traditrice,
Sulla fé de' tuoi sospir;
Or non resta a me infelice
Che poterti maledir!
Tu spergiura, disleale, -
Mi piagasti a morte il cor!...
Dunque addio, beltà fatale,
Per te moro di dolor!
ELENA:
No, non sono traditrice,
Né mentirono i sospir!
(Or non resta a me infelice
Che salvarlo e poi morir!
Non morrà quel cor leale,
Io l'involo a reo furor!
Taccia il bronzo ormai fatale,
Precursor di Strage e orror!)
PROCIDA:
Tu fingevi, o traditrice,
Di voler con noi morir,
Ma volgesti, o ingannatrice,
A rea fiamma i tuoi sospir!
Onta eterna al disleale,
Che tradì la fé, l'onor;
La mia voce omai fatale
Su lui chiami il disonor!
ELENA
(scorgendo la disperazione d'Arrigo
che vuole allontanarsi):
Più a lungo il tuo disdegno
(ad Arrigo:)
Io sopportar non posso!
Tutto saprai!... per te disfido e sprezzo...
PROCIDA:
(Basso ad Elena che rimane interdetta)
E l'infamia e il disprezzo.
ARRIGO:
Ebben, prosegui! il vo' saper!
PROCIDA:
(Forte)
Prosegui!
Di tuo fratello agli assassini or vendi
(a bassa voce)
La Sicilia e gli amici!
ELENA:
Ah! no, nol posso!
Ma non mentiva il labbro
(correndo presso Arrigo)
Quando amor ti giurò!
Io t'amo, ed esser tua giammai potrò!
(Con sfogo di tenerezza)
ARRIGO:
M'ingannasti, o traditrice,
ecc., ecc.
SCENA ULTIMA
Detti, Monforte con tutti i Cavalieri Francesi e le Dame
che escono dal palazzo a diritta.
ARRIGO:
(correndo a Monforte)
Deh! vieni; il mio mortale
Dolor ti mova, o padre, il caro nodo
Che io cotanto ambia,
Del fratello al pensier, Elena
infrange!
MONFORTE:
Errore! invan ritrosa
Pugni contro il tuo core: ei m'è palese
(piano ad Elena)
Lo credi!... l'ami!... egli ti adora; ed io
Che nomaste tiranno, vo' per voi
(sorridente:)
Esserlo ancora; a me le destre, o figli!
(Unendo le loro destre)
V'unisco, o nobil coppia!
PROCIDA:
E voi, segnal felice,
Bronzi, echeggiate!
(In piedi sugli scalini del fondo e alzando la mano)
ELENA:
No, impossibil fia!
MONFORTE:
Di gioia al suon che lieto in aria echeggia,
Giura!...
ELENA:
No!... mai!... nol posso!... ah! lassi voi!
(Si sente la campana)
T'allontana! va! fuggi!
MONFORTE:
E perché mai?
ELENA:
Non odi tu le grida?...
MONFORTE:
È il popol che ci aspetta.
ELENA:
È il bronzo annunciator...
ARRIGO:
Di gioia!
PROCIDA:
(Con forza)
Di vendetta!
(Dall'alto della gradinata, e da ogni parte
accorrono i Siciliani, uomini e donne,
con torce, spade e Pugnali)
CORO:
Vendetta! vendetta!
Ci guidi il furor!
Già l'odio ne affretta
Le stragi e l'orror!
Vendetta, vendetta
È l'urlo del cor!
(Procida ed i Siciliani si scagliano
su Monforte e sui Francesi)
Cala la tela.
F I N E






