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La Parisina Act III LIBRETTO - PDF Send
AutorIcon Autor Mascagni Pietro
TitleIcon Title La Parisina Act III LIBRETTO - PDF
Libretto'sIcon Libretto's

ATTO TERZO


La Camera "A Ursi" in Belfiore

La camera è profonda e ricca.
Il gran letto è involto nelle cortine.
I doppieri sono spenti.
Sola arde una lanterna posta sul pavimento,
di contro alla porta. Parisina è a giacere in un tappeto,
presso la lanterna. Poggiati i gomiti,
stretto fra le pugna chiuse il capo,
inganna l'attesa leggendo il Romanzo di Tristano.
Il lume rischiara la faccia intenta e il libro aperto
sul corpo dell'arpa come su leggio.
Il rimantente è nell'ombra.
Sopra una scranna la Verde sembra sonnecchiare.
La finestra è aperta alla notte bella
e all'orezzo dei verzieri in fiore.
Credendo udire il passo furtivo presso la soglia
che il lume basso segna d'una riga indicatrice,
Parisina sobbalza, si leva su i ginocchi,
e ascolta palpitante.
Giunge sul vento notturno alcun lembo
d'un coro noto ma remoto:

"Che foco è questo ch'arde e non
consuma?
Che piaga è questa che sangue non
getta?"

PARISINA
Dormi? Verde, tu dormi?
Ella si leva in piedi, va all'uscio, lo apre;
guarda nell'andito buio.
Si ritrae rabbrividendo;
e si volge, con la faccia sbiancata dal terrore.
L'uscio rimane socchiuso. La lanterna e il libro
rischiarato sul corpo dell'arpa rimangono a terra.
Dormi?

LA VERDE
Dormi? No, Dama bella.

Ella si scuote e s'alza,
mentre l'aspettante le si accosta, sconvolta.

PARISINA
Verde!

LA VERDE
Verde! Qual mai paura entrata v'è
addosso, Dama?

PARISINA
addosso, Dama? Ancóra là, nel buio,
nell'andito, davanti
la porta, traveduta
l'ho.

LA VERDE
l'ho. La fantasima?

PARISINA
Ed ei tarda. Perché tarda stanotte?
L'andito è nero
per ove ei viene
con le mani tastando
come il cieco mendico.
Ma posta ho in terra
la lampada perché sotto la porta
segni il segnale di luce. Or qualcuno
è tra la lampada e la notte. Ancóra
non s'ode il terzo grido delle scolte,
e tu dormi! Se taci, t'addormenti,
meschina; né pur sai dove noi siamo,
né pur sai chi s'attenda.
Ti prenderò per i capegli, il capo
ti scoterò, come allora; perché
non pur sai che stanotte
fa l'anno, quando
ti volgesti sfacciata
a dire il bacio
d'Amore e di Vergognia.

Ella erra smaniosa intorno al lume basso e al libro aperto.

LA VERDE
d'Amore e di Vergognia. Dama, Dama,
voi non mi date mai posa, né dì
né notte. Or sempre nascono rampogna
e rimbrotti, doglienza e crucci. Almanco
io bene vi guardai, bene vi guardo,
che passo l'ore buie
contro l'uscio inchiodata
come serrame;
e la vita vi dono,
ché sento omai
questo mio capo debole in sul gambo
qual frutto mézzo che pur dee cadere.

Rapida la tormentata le si accosta, roca le parla.

PARISINA
Tu tremi il tradimento e la mannaia,
meschina? Hai tu sospetto
che taluno ne spii,
taluno a cui di me
incresca?

LA VERDE
incresca? Forse, Dama.

PARISINA
Chi? La Chiara de Mantova?

LA VERDE
Chi? La Chiara de Mantova? Sicura
di lei non sono; ma v'è altri....

PARISINA
di lei non sono; ma v'è altri.... Chi?
Zoese?

LA VERDE
Zoese? Ei va braccando,
mi sembra, e mal sorride....

PARISINA
mi sembra, e mal sorride.... È certo, è certo!
Apparita non m'è senza cagione.
Pallida il viso
come la prima cenere che vela
la brace, in un camaglio
a liste brune e d'oro,
mi stava al capezzale.
Col peso della carne del mio cuore
pesava il mio peccato. E disse: "Io so.
Ma che paventi? Il ferro
non divide la fiamma,
non divide la fiamma che s'aderse."

LA VERDE
Di chi parlate voi?

PARISINA
Di chi parlate voi? Ma guarda, guarda,
se l'animo ti basta. Ora non è
alzata tra la lampada e la notte?

Ella s'arresta con un gran fremito,
come davanti a un pensiero vivente.

LA VERDE
Dama, Dama, sognate voi movendo
e favellando, come
fa l'Isabetta? O la febbre maggese
di sùbito vi piglia?

PARISINA
di sùbito vi piglia? Questa pena
di sudore Ei sostenne,
perché da noi
si spiccasse la beffre del peccato....
Dici che sogno? Non so quando io chiusi
gli occhi, no so da qual mai lungo
sonno
io mi svegli; non so,
non so di quale vita
io viva, in verità. Tutto ritorna
dal profondo. Commessa
fu la mia colpa,
patito il mio dolore,
sofferto il mio spavento;
sospesa fu la mia sciagura, inflitta
la mia morte. Non sogno,
o meschina, non sogno: mi rimemoro.
Non vivo: di mia vita mi sovviene,
mi sovviene di me come discesa
nel mondo io sia pe' rami
d'un nero sangue.
A Rimino sposata fui, menata
a Ravenna il dì due d'aprile. Intendi?
Feci a ritroso la sua via.
Rifeci
la via mala. Il suo pianto fu ripianto
entro me, senza lacrime....

LA VERDE
entro me, senza lacrime.... Chi, Dama,
chi vi tormenta?

PARISINA
chi vi tormenta? Francesca! Francesca!
O ell'è tra la lampada e la notte.
E mi guarda; e la guardo
come se me medesma
io mirassi in funesto
specchio; ché, com'io m'ebbi a
mezzo il petto
quella macchia vermiglia,
a mezzo il petto una profonda polla
di sangue ell'ha; che fumiga e del tristo
vapore m'empie il mio respiro. Et anche
il mio peccato
scritto è in quel libro,
come il suo nel libro
ch'ella lesse. Ma ella s'interruppe,
e convien ch'io lo legga sino in fondo....
Ascolta l'usignuolo!

D'improvviso, per l'aperta finestra entrano
le prime note della melodia notturna.
Sospesa nell'ansia, l'amante ascolta.
Trasognata, con le parole d'Isotta
accompagna sommessamente
la passione del cantore solitario.

E disse in cuore Isotta:
"Or d'onde sale tanta melodia?"
E sùbito s'addiede:
" È Tristano! È Tristano,
qual già nella foresta
ei mi fingea le voci degli uccelli
per me rapire in gioia. Or parte,
or parte!
Si lagna come l'usignuolo quando
commiato prende ché la state muore.
Mio dolce amico, più non t'udirò!"
E in grande ardore il canto più saliva.
"Ah, che vuoi tu? ch'io venga? No. Sei
folle.
Ricòrdati del giuro. Taci, taci,
ché la morte ci agguata....
E che mi cal di morte? Tu mi chiami.
Tu mi vuoi, tu mi vuoi. Ecco, ora
vengo,
or teco vengo a morte, a eternità!"

Per l'uscio socchiuso entra Ugo anelante.
Senza parola, egli si precipita e la stringe
con la violenza di chi vuol' soffocare e abbattere.
Le quattro braccia si annodano intorno ai corpi
con una fermezza che sembra infrangibile.

PARISINA
Ah, serra ancóra, serra
così forte che i cuori
si frangano e che l'anime si fuggano!
Rotta dall'angoscia d'amore, egli rallenta la stretta.
Forza non hai. Son viva!

La Verde esce pianamente
e chiude l'uscio dietro sé.

UGO
Forza non hai. I am alive! Parisina!
Parisina!

PARISINA
Parisina! E pur, mentre
tardavi, l'anima
furente di fuggirsi
reggevo con le mani disperate,
come il valletto chino
rattiene il veltro a piene braccia. O amico
mio bello, e mi parea
che, se lasciata io l'avessi, ripresa
io non l'avrei più mai.

UGO
Né io l'aveva in me, l'anima mia;
né il cuore aveva in petto,
né la pietà. M'ascolti? Combattuto
io ho combattimento più tremendo
che quello del mio vóto,
intorno al carro atroce, quand'io t'ebbi.

PARISINA
Hai combattuto?
Ansiosa ella gli palpa le braccia,
il petto, le ciocche dei capelli su gli òmeri.
Guarda se le dita le si tingano.
Hai combattuto? Oh Dio!
Sei tutto molle. Ancóra sangue?

UGO
Sei tutto molle. Ancóra sangue? Lacrime.

PARISINA
Lacrime! Hai pianto?

UGO
Non io, non io.

PARISINA
Non io, non io. Ma quale creature
ha pianto sopra te così gran pianto?
Chi, dimmi, aver poteva tanto lacrime?

UGO
La madre mia.

PARISINA
La madre mia. Stella dell'Assassino!

Come colpita a dentro, ella indietreggia e vacilla.

UGO
La mia madre.

Si ode il grido delle Scolte: "All'erta!"

PARISINA
La mia madre. Oh perdonami!
Cruccio non è. Dell'insensato oltraggio
non ti sovvenga più; sol ti sovvenga
de' miei singhiozzi
e del silenzio che si fece intorno
come quando dall'odio in su la nave
votato fu per due
la tazza dell'amore e della morte.
Ma parla, dimmi. Dove ti cercò
ella? Tornò dal bando?
E chi te la condusse?

UGO
Non so, non so.
Balzata è dalla notte
con uno schianto di dolore, sola,
indomita.... Ah, non sai.
Volgevo il capo
per non guardare la sua faccia: ché,
s'io la guardava,
non v'era in me più forza né coraggio
né soffio. Avviluppato in una nube
d'angoscia, profondato
ero in un'onda amara
e calda, con l'orrore
della sorte premuto
su tutto me. Parole
udivo escite
da non so qual potenza, nella notte
senza vie. La salvezza e il perdimento
eran senz'occhi entrambi.
E tutto inevitabile
era. E non combattevo
se non per te
anche una volta, se non pel mio vóto,
non più nel sangue
ma nelle lacrime.

PARISINA
La notte ha la sua via,
ha la sua via la notte.
Guarda, per il tremore
spaventoso degli astri, la via bianca,
la via di latte:
Galàssia! Prendimi
su la tua spalla
come un fascio di foglie
legato come un vimine,
e portami lontano.
Portami alla foresta,
rapiscimi lontano,
come Isotta la Bionda,
tu con l'arco e la spada,
io con l'amor mio solo.
Ma forse nella landa d'Oblianza
ritroverò la mia
arpa sospesa al ramo
dell'avellano involto
dal caprifoglio in fiore;
e, come l'usignuolo
canta, io ti canterò.
"Amico mio bello,
così di noi è:
né tu senza me,
né io senza te."

UGO
Ah come in te
dolce cosa a toccare
e dolce a respirare
è la vita!

Già colmo della voluttà primaverile,
egli cingendola col braccio la trae
lentamente verso il gran letto.

PARISINA
è la vita! Vuoi vivere!
Come un fastello d'erbe
su la tua spalla prendimi.
Ti sarò lieve.
Prendimi, portami.
Ti sarò lieve....

Son già presso il letto; e la voce dell'amata illanguidisce,
nell'alito dell'amante che verso lei si piega.
D'improvviso la Verde spalanca la porta
dando ad alta voce l'annunzio, quasi fosse in cerimonia.

LA VERDE
Messere Nicolò venire degna
a visitare in camera Madonna.

Ella s'addossa allo stipite restando inchinata,
più bianca della sua gorgeretta.
Con un atto pronto e forte Parisina spinge Ugo
tra le cortine e lo nasconde;
poi si volge, fa qualche passo verso il sopravvegnente,
rafferma l'animo. Il chiarore delle torce sbattendo sul muro
dell'andito precede l'uomo.
Egli appare su la soglia bieco,
tenendo in pugno un verduco acutissimo.
I famigli, con cappucci calati su gli occhi,
restano dietro di lui sollevando le torce.

PARISINA
Benvenuto, signore.
Molto a notte, e con tante
fiaccole, e armato, la mercé di Dio!

NICOLÒ D'ESTE
Perdono chieggio, donna. Io non credea
trovarvi un pezzo tra notte a vegliare.

PARISINA
Io leggeva il romanzo di Tristano,
e l'ore mi s'involano.

NICOLÒ D'ESTE
e l'ore mi s'involano. Per certo,
donna, d'entrar non mi sarei ardito
se troppo frettolosa questa vostra
servente non m'avesse prevenuto,
come lesta ch'ell'è,
e bene istrutta.
Io passavo per l'andito, co' miei
famigli. Io cerco
il leopardo
che mi donò l'Imperadore greco.
Fuggito s'è di gabbia,
né so dove s'acquatti.
Voi l'avevate caro
pel suo pelame costellato. Et egli
v'aveva in grazia. Forse
rifugiato egli s'è
presso voi, senza mordere?

Egli s'avanza nella camera guardingo.
La donna è intrepida, quasi irridende.

PARISINA
Strano parlate, mio signore. Ma
altra fiera non è qui, se non sono
io quella.

NICOLÒ D'ESTE
io quella. Maculata voi non siete,
donna. Neuna macula
è in voi; e in lui son cento.
Egli guata per ogni dove a scoprire l'indizio.
Fate lume! L'odor selvaggio fiuto.
I' sono un bracco pratico.

PARISINA
Concio siete, messere, o divenuto
fuori di senno?

Egli cammina implacabile verso il letto.
Da presso lo segue la donna e lo vigila.

NICOLÒ D'ESTE
fuori di senno? E pure
ben vi piacquero un tempo le mie cacce
notturne con le fiaccole e le nacchere.
Ma non v'attendavate a questa. Fate
lume! Ecco. Bene, bene.
Ch'io recuperi almen la gaia pelle
del leopardo
che mi donò
quel buon Pagliàloco.
Giunto dinanzi al letto, così dicendo
e un poco soffiando, si curva su le gambe ercoline.
Allungando il braccio vibra di sotto più colpi per assaggio.
A vòto, a vòto!

La donna è da presso immobile,
tesa come balestra, sospesa all'attimo dello scocco.
L'uomo, come avvertito da alcun fremito della vita nascosta
tra le pieghe della cortina,
figge al giusto luogo lo sguardo sfavillante.
Un poco si ritrae per misurare il colpo.
Come già piega il gomito,
l'adultera si getta innanzi perdutamente gridando.

PARISINA
No! No! È Ugo, Ugo,
il vostro figlio!

Con un gesto rapido ella medesima lo discopre.
Ugo resta immobile, senza parola, nel pallore
e nel rigore del sasso.
Il padre lascia cadere a terra l'arme e barcolla alquanto,
come s'egli medesimo avesse ricevuto il colpo sviato.
Le fiaccole vacillano a sommo delle braccia
che lo sgomento dirompe.

NICOLÒ D'ESTE
Cristo Signore, perché tu mi fulmini?
Se raccattai la terra dal Calvario
con le mie pugna,
se il Sepolcro toccai, Cristo Signore,
tu fa ch'io non mi perda,
ch'io non raccatti il ferro, che le mani
mie stesse io non insanguini
nel sangue mio!
O Zoese, Zoese, e tu non hai
se non un capo solo
al ceppo, ch'io tel prenda!
Tu lo sapevi,
tu lo sapevi, e non me l'hai svelato.
Cacciato m'hai
a patir questo istante
che contato mi sia
per mill'anni di rosso Inferno. A viso
a viso mi volesti
col mio figlio che voltola nel mio
lenzuolo la sua foia. Fate lume!
Fate lume! Squassate
le fiaccole, che rendano più fiamma!
Portate ancóra torce,
che la camera piena di splendore
sia, dov'è l'onta d'Este,
e ch'io lo veda
ch'io ben lo veda,
fatto di pietra contro la colonna
del mio letto infamato,
quel capo che ogni giorno inghirlandai,
quel viso ch'io mi tenni in mezzo al
cuore!

Quasi dementato dallo spasimo,
egli afferra la lampada che tuttavia arde sul pavimento,
presso il libro aperto; e,
prendendo il figlio a' capelli e tenendolo fermo,
con quella gli rischiara il viso mortale e lo scruta,
più inumano verso sé che verso lui.
Ma Parisina toglie un drappo e arditamente
con quello acceca la lampada avviluppandola,
sì che cessa il supplizio.

PARISINA
Hai tu veduto a dentro?
sin nel profondo?
E che dirai? e che dirai di questo
dolce fanciullo?
Or guarda me, che sola son la fiera
a te dinanzi,
vedi, più maculata che la pelle
del leopardo,
corrotta sin nell'ossa
dal mio retaggio ontoso,
nata d'un sangue
di rubatori traditori e drude,
come gridò la madre del tuo figlio,
Stella dell'Assassino;
e ben l'udì questo fanciullo, e bene
da lui, da lui
quante volte tu stesso
udisti contra me
la parola dell'odio e del dispregio!
Non ti sovviene più
di che odio selvaggio ei m'odiasse?
Vendicata io mi sono,
come una Malatesta
vendicarsi usa,
in frode e in tradimento.
Io lo riarsi,
l'avviluppai,
di filtri infami
l'abberverai,
lo dissennai
per ogni guisa,
l'avvelenai
d'ogni veleno,
questo fanciullo.
Io, io lo persi,
io sola. Guardami.
Ho il viso nudo,
l'anima tesa.
Nulla in me trema.
L'onta è la luce
del mio peccato.

Rompe Ugo col grido la rigidità dell'orrore;
e la delirante vita scoppia come la sorgente della roccia.

UGO
Ah com'è bella! La vedete voi?
la vedete? Le vostre
torce non fanno luce, né avete
pupille per la sua bellezza. Sola
ella fa luce. La vedete voi?
Io, per l'Iddio possente
che nominar non dubito con questa
bocca piena d'amore e d'agonia,
giuro ch'ella ha mentito;
e lo splendore della sua menzogna
m'è testimonianza. Non riarso,
e non avviluppato,
né beverato fui
di filtri o di veleni,
ma dall'anima mia
inebriato d'un divino sogno
che noi sognammo
in doglia e in gioia,
che sogneremo
fino al trapasso,
finché tutto il mio sangue
non balzi incontro al suo,
come segnale e pegno di vittoria.

Nicolò è rimasto come nel fascino
d'una cosa mostruosa e inesplicabile.
Ora la terribilità del punitore non arde
se non nelle ciglia, ma la voce è pacata e grave.

NICOLÒ D'ESTE
Abbian l'istesso ceppo
sotto l'istessa scure
i due capi, e i due sangui
faccian l'istessa pozza.

I morituri cadono in ginocchio, l'uno di contro all'altra,
come stettero sotto il padiglione, nel luogo santo,
innanzi il bacio del perdimento.
Si affisano, l'una nell'altro assorti; e il mistero le cerchia.

NICOLÒ D'ESTE
Jacomo, prendili!

Si nomano essi con tal voce trasumanata
che tutta la forza ignata, per alcuni attimi,
resta sospesa intorno.

PARISINA
Jacomo, prendili! Ugo!

UGO
Jacomo, prendili! Ugo! Parisina!



ATTO QUARTO


La Torre del Leone

Appariscono le Segrete in fondo di torre.
Un archivolto sopra due pilastri tozzi,
aperto nella muraglia maestra,
lascia scorgere il luogo della giustizia a traverso
un saldo e rudo cancello di ferro.
Un'apertura verticale, lunga e stretta come una balestriera,
è l'unico occhio del carcere; ma non vi passa alcun barlume,
essendo ancor notte, poco innanzi mattutino.
Quivi è il ceppo apprestato, e il giustiziere
co' suoi manigoldi e con l'altra sua gente;
e i torchi v'ardono. Alcuno non è di qua dalla muraglia,
di qua dall'arco inferriato.
Chiuso è l'usciuolo che dal lato manco
dà accesso a questa parte.
Ugo e Parisina sono di là dal cancello,
in piedi entrambi, allacciati così che sembrano indissolubili.
La voce di lei, nella gola che sta per esser mozza,
è fresca come il giubilo dell'allodola.

PARISINA
Non odo più,
non odo più la stilla
del tempo che cadere
udivo nelle notti
senza riposo.
L'alba indovino.

UGO
Né odo il cuore;
ché non più sire
egli è delle mie vene.
Per la tua vita
accôrre, la mia vita
non ha confino.

PARISINA
Udito hai tu,
udito hai tu sul muro
della torre crosciare
la piova? Tutto è fresco,
tutto è mondato.
Or mi ricreo
come il fil d'erba.
E so che nel ciel ride
già la stella diana.

UGO
Passato è un tempo,
passato è un tempo
ch'io non posso più dire;
e quel che innanzi avvenne
e quel che dopo ancóra,
io nol viddi, nol seppi.
Forse or ti nasco;
e la morte, ch'è sopra,
par sì lontana.

PARISINA
Ah tu non sai,
non sai qual sia
nella tua bocca
la voce nova!
La volta cupa
ove risuona
sembra il segreto
antro d'un fonte.

UGO
Vedi che occhi
s'apron ne' miei?
In me tu sali,
cresci qual mare
senza amarezza.
Il flutto è in sommo.
Non ho il tuo sguardo
sotto la fronte?

PARISINA
Tutte le lacrime,
ah tutte le mie lacrime
son divenute un sorso
d'acqua sorgente!
L'ho nella bianca gola.
Ho la più fresca
acqua del chiaro mondo
nella mia gola
che sta per sanguinare.

UGO
O mio fascio di foglie,
o mio fastello d'erbe,
dove ti porterò?
È più dolcezza
nella tua tempia,
in tra 'l ciglio e i capelli,
che in qualunque contrada
del chiaro mondo. Or dove
andrem noi dimorare?

PARISINA
Se tanto ardemmo,
se tanto ci struggemmo,
se fummo in tanto foco,
novel tempo d'ardore
pur nel mondo di giù
andrem noi ritrovare?

UGO
Non nel mondo di giù,
non nel mondo che rugge.
Detto l'hai. Tutto è fresco,
tutto è mondato.
O mio fastello d'erbe,
dove t'ho da posare?

PARISINA
Posami accanto al ceppo.
C'inginocchiammo
due volte. Anco due volte
bisogna, o bello
e dolce amico,
bisogna a noi due volte
i ginocchi piegare.
La prima nel peccato,
la seconda nell'onta,
la terza nella morte,
la quarta nell'eternità....

Per s'usciuolo ferrato irrompe
con un grido Stella dell'Assassino;
e la segue la sua donzella
che ammantata resta contro lo stipite.

PARISINA
la quarta nell'eternità....Fa cuore.
Quella che grida è la tua madre.

STELLA DELL'ASSASSINO
Quella che grida è la tua madre. Figlio!
O figlio, dove sei?
dove sei? Non ti scorgo,
non ti trovo. Rispondi!
Rispondi! Cieca sono
di pianto. Dove sei? Tardi son giunta?
T'hanno ucciso? Discendo
in un sepolcro? Tutto è spento già?
Ella va barcollando dall'ombra
verso il chiarore dei torchi;
urta le mani nel cancello, vi s'afferra,
lo scuote; poi ficca il suo viso tra le sbarre e guata.
Ah, sempre ella ti tiene!
Disperatamente si sforza
di scuotere l'incrollabile ferro.
La coppia non si scioglie:
annodata e fissa rimane,
come escita dal senso,
come già dipartita e lontanissima.
Ah, sempre ella ti tiene! Figlio, figlio,
io, io sono! Non m'odi?
non mi conosci?
Dinanzi al silenzio si smarrisce.
Le sue mani incerte vagano sul suo volto
scavato dall'ombra.
non mi conosci? Ah, questo è sogno, questo
è sogno, o sortilegio,
o somiglianza di follìa. Che mai?
Certo, ah certo, incredibile
è ch'io m'abbia il mio senno,
e pur ch'io viva.
Ma vivo, e guardo, e vedo. Questo è ferro.
Alcuna cosa dunque
v'è più chiusa di questa,
v'è più sorda del muro,
più cruda della morte,
per separare dalla madre il figlio,
la carne dalla carne, me da te?
Ancóra ella ficca tra le sbarre la faccia,
e ansa come appesa a ordigno di tortura.
O legamento d'Inferno! Se più
ti chiamo, più la serri! Come più
grido, più ti nascondi!
Quanto più mi dispero,
più ti profondi in lei!
O svergognata femmina, che gli hai
tu fatto? E tu,
e tu da che sei nato?
Sciogliti, slàcciati,
da te scacciala, salva
l'anima tua!
Ella grida e s'agita invano
come sopra lapide di tomba
che non rende il sepolto.
l'anima tua! Ma volgi il capo, volgi
almeno il capo, guardami una volta
sola! Chi ti son io?
Chi sono?
Il furore la solleva e la moltiplica.
Chi sono? Scrollerò
il ferro, torcerò
le sbarre, strapperò
i serrami. Ho la forza
di mille. O mala femmina,
lascialo! Ti comando
di sciogliere il mio figlio!
Il furore la strozza e l'accascia.
I ginocchi le mancano, e i gomiti.
Ella cede, s'umilia.
Ebbene, sì, tu l'hai.
Tu me lo prendi,
tu me l'uccidi,
tu me lo danni. È tuo.
L'hai suggellato in te
meglio che nella pietra
del sepolcro. Ma rendimelo
per un attimo solo,
ch'io lo baci e riversa piombi giù!
Rendimelo pel bacio d'agonia!
Sì, forte sei. È tuo,
tuo. M'inclino, mi piego,
imploro. È tuo per sempre.
Lo so. Perdono
ti chieggio d'ogni grido.
Ma sol voglio baciarlo,
toccare il suo mento
e i suoi capelli,
guardarlo per un attimo
negli occhi, e nulla più.

Parisina abbandona le braccia lungo i fianchi
e un poco discosta il viso.
Ma l'amato non allenta la stretta;
anzi è come colui che,
giacendo su la bocca, prende l'origliere
co' due pugni per più profondarsi
nel nero sonno.

PARISINA
Vedi, non io lo serro
e non io tel diniego,
madre. Santa mi sei,
però che di te nacque.
E fammi perdonanza,
se puoi. Donami pace.
Ma forse non udita
da lui fu la tua voce;
né forse ei l'ode ancóra;
ché già, quando apparisti,
èramo là
donde non più ritorna
né più si volge
l'anima innamorata.
Dolcemente ella solleva il capo dell'inconsapevole,
disnodargli tenta le braccia tenasci.
Intendi, o dolce amico.
Venuta è la tua madre
all'altra riva
per donarti commiato.
Convien che tu ti volga,
che incontro a lei ti muova
e che l'acqua rivarchi.

Egli sospira dal profondo,
come rioppresso dalla nuvola del suo corpo.

UGO
Ah, soffro!

LA MADRE
Ah, soffro! O figlio!

PARISINA
Ah, soffro! O figlio! Va.

UGO
Ah, perché soffro?

LA MADRE
Figlio!

PARISINA
Figlio! Va.

UGO
Figlio! Va. Tu mi tieni.

PARISINA
No. Va.

Ello lo sospinge. Penosamente egli si muove come vincolato.
I suoi occhi sono socchiusi come quelli
che temono essere feriti o non sanno fugare il sopore.
La sua voce è come di fanciullo smarrito,
quella di Parisina è come soffio di persuasione.

UGO
No. Va. Vieni. Accompagnami.

PARISINA
Va. Va.

Egli s'arresta, quasi che da grande fatica estenuato
sia per tentar di rompere il legamento invisibile.
Chiama come in angoscia mortale.

UGO
Va. Va. Non posso. Parisina!

Con tutta l'anima abbrancata al ferro che non si crolla,
la madre protende le labbra verso lui.

LA MADRE
Va. Va. Non posso. Parisina! O figlio,
o figlio, vieni, vieni!

Egli non più s'avanza. Non può giungere fino a lei.
Non può ricevere il bacio materno.
Altri suggellò le sue labbra per l'amore e per la morte.
Chiama ancóra dal profondo; e si rivolge.
E di sùbito la forza gli si riprecipita nelle vene,
per gittarlo ancóra sul petto dell'invitta amante.

UGO
o figlio, vieni, vieni! Parisina!

Dalla disperazione materna erompe un urlo inumano.
Parisina prende tra le palme la faccia del morituro e l'affisa.
Poi lieve inviluppa in un drappo nero
il bel capo che dev'essere mozzato.
Mentr'ella fa l'atto di condurre la vittima verso il ceppo,
il giustiziere muove un passo, la scure brilla.
Esala il grido estremo la madre, e cade riversa.
Si scorge Ugo inginocchiarsi dinanzi al ceppo
e di contro a lui inginocchiarsi Parisina,
togliergli d'intorno al capo il drappo,
ancóra prendergli tra le palme il capo
e quivi sul ceppo tenerlo sotto il colpo imminente.
Per la balestriera entrano il barlume dell'alba
e il segno fioco della Salutazione angelica.



F I N E

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